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Il modello di integrazione transalpino basato sull’assimilazionismo è fallito e necessita un urgente lavoro di ripensamento e rifacimento, pena la possibile trasformazione in realtà dello scenario distopico immaginato da Laurent Obertone in Guerriglia. Perché la lettera dei generali del 21 aprile non nasce all’improvviso, e neanche è il frutto di congetture prive di fondamenta: essa è da interpretare come un appello all’azione – azione immediata e obbligatoria – nell’ambito di una corsa contro il tempo per evitare che le banlieue si risveglino come nel 2005.

Negli ultimi sedici anni, invero, molte cose sono cambiate: sono aumentati i cosiddetti territori perduti, ovvero le aree cedute a narco-banditismo e islam radicale, sono cresciuti i quartieri a rischio e, soprattutto, è lievitata esponenzialmente la percentuale dei discendenti degli abitanti delle ex colonie sul totale della popolazione. I numeri sembrano indicare e suggerire che il futuro della Francia sarà, o potrebbe essere, caratterizzato da un’identità puramente multietnica e multireligiosa; da qui l’imperativo di integrare coloro che, pur essendo una minoranza oggi, saranno una massa critica domani.

Il futuro della Francia parla arabo?

Non vi sarebbe alcun rischio concreto di guerra civile etno-religiosa se i numeri non lo giustificassero, ma le cifre su terrorismo, radicalizzazione, narco-banditismo e ricambio etnico sembrano fornire un fondamento all’inquietudine delle forze armate. Perché la Francia è la nazione dell’Unione Europea con il più elevato numero di cittadini partiti alla volta del Siraq per combattere per lo Stato Islamico – quasi 2mila su un totale di 5mila stimati nell’intera comunità dei 27 –, di sorvegliati speciali per radicalizzazione e terrorismo – una media di 15mila, in realtà compresa fra gli 11mila (attivi) e i 20mila (attivi e segnalati) – e di abitanti residenti in aree a rischio – cinque milioni di persone abitano nelle cosiddette zone urbane sensibili, ovvero il 7% della popolazione totale.

I numeri di cui sopra sono il risultato, nonché la manifestazione più evidente, del fallimento del modello di integrazione assimilazionista che ha storicamente contraddistinto la Francia. La situazione è aggravata dal fatto che la comunità linguisticamente ma non etnicamente francese va espandendosi di anno in anno e che, nonostante ciò, non stiano venendo implementati né pensati dei piani per il lungo termine concernenti la gestione di questa transizione epocale.

Operare una stima dell’attuale composizione etnica della Francia non è possibile, perché tale tipo di raccolta dati è vietato dai censimenti, ma recentemente l’Istituto nazionale di statistica e studi economici (Insee) ha aggirato l’ostacolo ricorrendo ad un ingegnoso ed efficace stratagemma: rivolgersi ai registri neonatali degli ospedali per effettuare un’analisi demografica basata sui nomi dei nascituri.

La ricerca dell’Insee aveva concluso come nel 2019 al 21.53% di tutti i nuovi nati in Francia fosse stato dato un nome arabo. In altri termini: ogni cinque nuovi nati, uno era arabo ergo potenzialmente musulmano. Un fenomeno esteso a livello nazionale, sebbene oggetto di variazioni significative a seconda del dipartimento. Perché, stando a quanto scoperto dall’Insee, esistono aree in cui la (s)proporzione dei neonati ascrivibili a contesti musulmani sul totale è particolarmente elevata, come nei dipartimenti della Senna e Marna, della Loira, della Vaucluse, del Rodano, dell’Hérault, delle Alpi marittime, delle Bocche del Rodano, del Gard e della Senna e Marna – in quest’ultimo poco più di un neonato su due (54%) aveva ricevuto un nome arabo nell’anno in esame.

I risultati della curiosa analisi dell’Insee assumono un aspetto finanche più significativo se si considera che nel 1969 i neonati con nomi arabi rappresentavano soltanto il 2,6% del totale. Nell’arco di quarant’anni esatti quel 2% è diventato un 21%: una vera e propria rivoluzione demografica (ed etnica) che, dopo aver riscritto il volto di intere periferie e città, si appresta a plasmare l’identità francese nella sua interezza.

I musulmani in Francia

Pur in assenza di cifre ufficiali, gli studi indipendenti di università, centri di ricerca ed enti statistici, concordano all’unanimità su un punto essenziale: la Francia ospita la più numerosa comunità musulmana del Vecchio Continente. Secondo uno studio riferito all’anno 2016 del prestigioso Pew Research Center si tratterebbe di una realtà composta da 5 milioni e 720mila individui, ossia l’8.8% della popolazione totale.

Questo record non si spiega solamente facendo riferimento all’elevata natalità di coloro che sono arrivati nel Paese nel secondo dopoguerra, in fuga dalle ex colonie, perché è obbligatorio tenere in considerazione altri tre fattori: le ondate di immigrazione degli anni recenti, la politica di asilo molto elastica dell’Eliseo e le conversioni all’islam.

In tema di immigrazione ed asilo, nel solo 2019, ad esempio, il Ministero dell’Interno ha rilasciato 274.676 permessi di residenza, 36.276 titoli di soggiorno di natura umanitaria e ricevuto 177.822 richieste d’asilo – in ciascun caso si tratta di persone provenienti in larga parte da Paesi a maggioranza musulmana. Tali cifre andrebbero inserite in un conteggio più ampio ed includente anche i 300-400mila clandestini attualmente presenti sul territorio.

Per quanto riguarda le conversioni all’islam, le moschee riferiscono una media annuale e stabile di 3mila “tornati”, mentre la popolazione complessiva dovrebbe aggirarsi attorno ai 100mila. Urge evidenziare come le conversioni all’islam, lungi dal rappresentare un fenomeno circoscritto alle realtà periferiche, da più di un decennio abbiano fatto irruzione nella scena pubblica e nello star system, perché innumerevoli e celebri sono i personaggi che hanno pronunciato la shahada: i calciatori Nicolas Anelka, Paul Pogba e Franck Ribéry, i rapper Akhenaton, Abd al Malik, Kaaris e Kery James, e il noto cantante pop Gims (ex membro di Tablighi Jamaat); soltanto per citarne alcuni.

In sintesi, nei prossimi decenni, a meno di inversioni di tendenza radicali e imprevedibili, si potrebbe assistere ad un cambio di paradigma etnico (e religioso) nel Paese risultante dal concatenamento di elevata immigrazione, conversioni e costante disparità tra i tassi di fertilità di autoctoni (1,4 figli per donna) e allogeni di fede musulmana (verosimilmente compreso fra i 3.4 e i 4 figli per donna). Secondo un’analisi di scenario dell’economista Charles Gave tale sorpasso potrebbe avvenire attorno al 2060, mentre il Pew Research Center, più prudente, non considera realistico uno scenario in cui i musulmani possano rappresentare più del 18% della popolazione totale entro il 2050.

La questione dell’integrazione

L’incubo della guerra civile etno-religiosa che turba i sonni delle forze armate non nasce all’improvviso e, come è stato illustrato nel corso di questa rubrica, poggia su quelle fondamenta solide e incontrovertibili che sono i numeri. Perché se è vero che la matematica non è un’opinione, ne consegue che le cifre relative a terrorismo, radicalizzazione e narco-banditismo sono veridicamente preoccupanti e che non dovrebbero essere bistrattate per via del timore di una loro politicizzazione da parte dell’estrema destra.

L’unica paura che dovrebbe guidare i passi della classe politica transalpina è quella di non riuscire a risolvere nei modi e nei tempi adeguati il problema dell’integrazione, aggravato dalle pressioni multilivello provenienti dalle infiltrazioni malevole esterne e dalla demografia. Un sondaggio di opinione effettuato dall’IFOP l’anno scorso, e basato su una comparazione delle idee tra i francesi laici/cristiani e musulmani, potrebbe rivelarsi utile al fine di una maggiore comprensione delle questioni della mancata integrazione e della polarizzazione sociale. La ricerca ha concluso che:

  • Il 70% dei musulmani ritiene che le caricature di Maometto della rivista Charlie Hebdo siano una “provocazione inutile”, per contro il 59% dei laici/cristiani le giustifica nel nome della libertà d’espressione;
  • Il 73% dei musulmani comprende l’indignazione suscitata da suddette vignette, mentre lo stesso sentimento è provato soltanto dal 29% di laici/cristiani;
  • Il 66% dei musulmani pensa che sarebbe giustificato un processo a carico dei vignettisti di Charlie Hebdo, mentre il 79% dei laici/cristiani condivide l’idea opposta;
  • Il 40% dei musulmani antepone le convinzioni religiose alle leggi della Repubblica, contrariamente al 17% del blocco laici/cristiani;
  • Il 61% dei musulmani crede che “l’islam sia la sola vera religione” ed il 29% che “l’islam sia incompatibile con i valori della società francese”;

I risultati del sondaggio, a metà tra il preoccupante e il prevedibile, si configurano fondamentali anche ad un altro scopo: la lettura della mente dei giovani musulmani, ovvero del futuro. Perché da una più approfondita disamina della ricerca, focalizzata sulle opinioni espresse a seconda dell’appartenenza anagrafica, emerge come il primato del Corano sulla Costituzione sia supportato dal 74% dei musulmani al di sotto dei 25 anni, restando significativo anche tra diplomati (49%) e laureati (33%), e come la convinzione dell’incompatibilità tra valori islamici e francesi sia inversamente proporzionale all’età, essendo sostenuta dal 45% degli under-25, dal 29% dei membri della fascia 25-34 anni e dal 24% degli over-35.

Le nuove generazioni di musulmani francesi, in estrema sintesi, sono di gran lunga più conservatrici delle precedenti, nonché più inimiche e maldisposte nei confronti della casa in cui sono cresciute; un fenomeno su cui riflettere, e che deve far riflettere, soprattutto perché il futuro appartiene a loro: ai giovani.