Quando l’epidemia del nuovo coronavirus sarà domata la nostra quotidianità non sarà più la stessa. Il giorno in cui riusciremo di casa, andremo a cena fuori, cammineremo nei parchi e torneremo a fare mille altre azioni che avevamo sempre dato per scontate, saremo diversi, cambiati da settimane di quarantena.

Le raccomandazioni del governo, dal lavarsi le mani all’evitare assembramenti, probabilmente rimarranno impresse nella nostra mente per anni. Ma come sarà l’Italia dopo l’ondata di Covid-19? È difficile dirlo, anche se per azzardare una previsione è lecito dare uno sguardo alla Cina, là dove tutto è iniziato.

Oltre la muraglia, a più di 10mila chilometri dall’Italia, le ferree misure di distanziamento sociale imposte dal governo cinese sono state gradualmente allentate. Attenzione: non rimosse ma allentate. Tranne a Wuhan, epicentro del contagio, nel resto del Paese la vita sta tornando lentamente (molto lentamente) alla normalità.

Perfino a Wuhan, nel capoluogo della provincia dello Hubei si iniziano a intravedere segnali di vittoria, con i medici che tornano a casa, gli ospedali speciali che vengono smontati e i reparti che via via si svuotano. Ai cittadini è concesso uscire nei cortili delle rispettive case a fare due passi. Molti riassaporano il gusto della libertà dopo giornate sempre uguali. I contagi ormai si contano sulle dita di due mani, e tutti i nuovi casi sono “contagi di ritorno”, ovvero collegati a persone che dall’estero rientrano in Cina.

La nuova quotidianità

La narrazione cinese ha trasformato due mesi di agonia in una battaglia vinta contro un demone invisibile e misterioso. Adesso che quel demone apparentemente invincibile è stato sconfitto, o per lo meno domato, la propaganda ha rimodellato una tragedia nazionale in un successo ottenuto grazie alla guida di Xi Jinping.

Il presidentissimo continua a invocare la massima attenzione da parte di tutti, cittadini compresi. Già, proprio i cittadini, ai quali è stata restituita la quotidianità congelata da l 23 gennaio, giorno del blackout collettivo. Tutti girano con la mascherina protettiva che copre i volti e tutti continuano a mantenere le distanze di sicurezza.

Per entrare e uscire da ogni negozio bisogna sottoporsi ad appositi controlli. Un addetto misura la temperatura corporea di ogni cliente e, in alcuni casi, come nei centri commerciali, questa operazione viene ripetuta più volte. Restano in vigore limitazioni assortite, come le uscite in gruppo. I ristoranti sono aperti ma anche qui bisogna sottostare alla nuova quotidianità. Nei locali di Pechino ogni tavolo può ospitare una sola persona, e tanti individui consumano, da soli, pasti di vario genere. Tutti sono rigorosamente separati l’uno dall’altro.

Il lascito dei controlli

In Cina la rete dei controlli è rimasta fittissima e non copre soltanto l’accesso ai negozi ma tutta la città. La risposta del governo è stata duplice: riaprono le industrie, gli uffici, i negozi e i trasporti (le scuole sono ancora chiuse) ma restano al loro posto i controlli. Anzi: per certi versi si sono inaspriti perché nessuno vuole commettere errori che potrebbero far ripiombare il Paese nell’incubo.

Fuori da ogni edificio, abitazioni comprese, ci sono sorveglianti che vietano l’ingresso a estranei e misurano la temperatura corporea. Per garantire una copertura più efficiente, scrive Repubblica, i cittadini devono scaricare applicazioni che ne monitorano salute e spostamenti. Ognuno riceve un rating, a seconda del quale è possibile prendere la metro oppure arrangiarsi in altro modo.

Come detto riaprono anche i negozi, dai più semplici alle lussuose boutique di moda. Fuori si formano le prime file, ovviamente tutti mantengono la distanza di sicurezza. All’interno i commessi indossano mascherine e fanno entrare pochi clienti alla volta. Le persone hanno voglia di sfogarsi e così i giornali cinesi hanno addirittura coniato un nuovo termine: revenge spending, cioè spendere per vendicarsi dopo settimane passate in quarantena.