Gli effetti della Primavera araba a distanza di 10 anni dalla sua origine sono tutt’oggi ancora in corso: ciò dimostra che la rivolta del 2010-2011 non costituisce soltanto una passata pagina di storia, bensì una parte integrante dell’attualità. Il fenomeno migratorio ne è un esempio lampante visto che i flussi verso il sud Europa e l’Italia in modo particolare, sono drammaticamente aumentati.

La Tunisia come esempio

A distanza di dieci anni dall’inizio delle rivolte che hanno caratterizzato la Primavera araba, il 2020 si è contraddistinto per l’arrivo massiccio di migranti tunisini in Italia. Di circa 33mila stranieri sbarcati, un terzo è rappresentato da giovani provenienti dal Paese nordafricano. Questo fenomeno che tanto ha allarmato l’opinione pubblica, non è altro che lo specchio del fallimento economico che la Primavera araba ha avuto in Tunisia. Un Paese quest’ultimo che si contraddistingue nel mondo arabo per la sua politica all’avanguardia con forme di democrazia sviluppatesi su più fronti, ma che tarda ad affermarsi sul settore economico. La politica economica attuata dai governi in questi anni non è mai stata capace di dare al Paese l’input per fare decollare la produttività contribuendo, di conseguenza, all’accentuarsi della povertà.

In un contesto in cui la popolazione è formata soprattutto da giovani, questa lacuna ha creato diverse crepe incentivando le partenze verso l’altra parte del Mediterraneo. E in quest’ultimo anno, numeri alla mano, si evince che la situazione è sempre più drammatica. Non solo, gli effetti di un mancato mordente sotto il profilo economico trovano anche riscontro nell’aumento dei jihadisti “sfornati” dal territorio. Sono tanti i giovani disoccupati che cadono nella rete degli estremisti i quali, approfittando della vulnerabilità dei ragazzi disillusi, rafforzano la propria rete terroristica così come dimostrato ad esempio a Nizza lo scorso ottobre, lì dove l’attentatore era proprio un ragazzo tunisino sbarcato a Lampedusa a settembre.

La debolezza della Libia

Se la Tunisia rappresenta il fallimento dell’esperimento della Primavera araba sotto il profilo economico, la Libia ne diviene l’emblema sotto il profilo politico. Da quando è morto Gheddafi, il Paese vive nel caos sotto la guida di due governi. Uno ad est che ha nel generale Haftar il proprio riferimento militare e l’altro a Tripoli, riconosciuto dalla comunità internazionale, vicino alla Turchia e ai Fratelli Musulmani.  A questa precaria situazione governativa si aggiungono poi le diverse tribù e le milizie che fanno della Libia un territorio politicamente frammentato.  In un contesto del genere, dove diviene di primaria importanza il contendersi di ruoli e poteri, unitamente alla corsa per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi, assume una posizione secondaria quella di curarsi della popolazione e, con essa, del fenomeno migratorio.

Di conseguenza, la causa dei flussi, come dichiarato su InsideOver l’esperto di immigrazione e docente alla Statale di Milano, Maurizio Ambrosini, è dovuta “all’incapacità di azioni di filtraggio da parte della autorità locali”. In poche parole, i governi non hanno messo in atto nessun sistema capace di impedire le partenze oltre confine proprio perché impegnati in contenziosi ritenuti più importanti. Tutto questo ha agevolato la formazione di basi di partenza sul territorio per i migranti provenienti dall’Africa subsahariana. L’immigrazione dalla Libia ha rappresentato dal 2011 in poi una delle spine nel fianco per il governo italiano, tanto che nel 2017 Italia e Libia hanno chiuso un Memorandum di intesa volto proprio a fronteggiare l’emergenza immigrazione. Patto siglato quando il governo era guidato dal presidente del consiglio Paolo Gentiloni e come  ministro dell’Interno c’era Marco Minniti.

“La primavera araba causa e allo stesso tempo effetto dell’immigrazione”

Nell’analisi complessiva del fenomeno migratorio degli ultimi dieci anni, ad emergere è una sorta di ambivalenza assunta dal ruolo della primavera araba. Da un lato essa è stata in parte anche causata dalle politiche migratorie, dall’altro, come visto nei casi tunisini e libici, è effetto di un aumento degli sbarchi. A ribadirlo è stato lo stesso professor Ambrosini: “Tra gli anni ’90 e 2000 le politiche migratorie europee hanno iniziato a porre in essere più filtri dai flussi provenienti dalla sponda africana del Mediterraneo. Questo – ha sottolineato il docente – secondo diversi analisti ha determinato un effetto “pentola a pressione” sui Paesi arabi. Le tensioni sociali ed economiche che trovavano sfogo nell’emigrazione verso l’Europa, sono poi esplose con le proteste del 2010”.

In poche parole, la primavera araba secondo questa prospettiva sarebbe stata causata anche, tra le tante altre cose, proprio dalle politiche più restrittive attuate in ambito europeo: “Negli anni ’90 in Europa, come anche in Italia, la manodopera nordafricana era maggiormente richiesta – ha rimarcato Ambrosini – Poi il vecchio continente ha virato per una maggiore facilitazione dell’immigrazione proveniente dall’est Europa, a discapito di quella della sponda sud del Mediterraneo”. Il docente ha fatto ad esempio presente come, tra gli anni ’80 e ’90, viaggiare dal Marocco e dalla Tunisia verso il nostro Paese era estremamente più semplice. Le restrizioni potrebbero aver accelerato il processo verso le rivolte scoppiate dieci anni fa. A loro volta però, come dimostrano Tunisia e Libia ancora oggi, quelle proteste hanno determinato una maggiore pressione migratoria. Un difficile rapporto causa/effetto dunque, che ha reso ancora più complicato lo studio e la gestione del fenomeno.

La pressione migratoria degli ultimi dieci anni

È innegabile però come, numeri alla mano, dal biennio 2010 – 2011 in poi ad aumentare nel Mediterraneo sia stata la parte più “visibile” del contesto migratorio, quella cioè relativa al flusso degli sbarchi. A dimostrarlo il fatto che le peggiori tragedie del mare in tal senso si sono verificate dopo le primavere arabe. A partire da quella del 3 ottobre 2013 a Lampedusa, in cui sono morte complessivamente 386 persone. E poi la strage dell’aprile 2015, dove a perdere la vita a largo della Libia sono stati più di 700 migranti. Segno di come la pressione migratoria via mare sia esponenzialmente diventata molto più forte.

Ne sanno qualcosa gli abitanti di Lampedusa. Dopo un periodo di relativa calma successiva agli accordi tra Roma e Tripoli nell’era di Gheddafi, dal 2011 in poi l’isola è stata costantemente in emergenza. I picchi in tal senso si sono raggiunti tra il 2015 e il 2017, anno in cui un nuovo accordo italo – libico ha provocato un primo ridimensionamento nel numero degli sbarchi. La più grande delle Pelagie ha “respirato” soltanto tra il 2018 e il 2019, ma gli sbarchi non si sono mai azzerati del tutto. E in questo 2020 contrassegnato dalla pandemia, il nuovo aumento confermato dai dati del Viminale non fa prevedere nulla di buono in vista del 2021.