Lucio Battisti direbbe: “Ancora tu, ma non dovevamo non vederci più?”. Già, perché dopo sei mesi di pandemia siamo ancora qui a discutere di clorochina, idrossiclorochina, Trump, Oms e tutto ciò che ne consegue. Un dibattito a ben vedere sterile, da una parte e dall’altra, che si pensava potesse essere arrivato ai titoli di coda. E che invece continua a trasformare la scienza in un gioco delle parti (politiche) di basso livello.

Per capire occorre prima raccontare. E partire dai fatti. L’ultimo capitolo si svolge ancora negli Stati Uniti. Attore protagonista: Donald Trump Jr, il figlio del presidente, che ieri ha diffuso su Twitter un video in cui alcuni medici parlano (positivamente) dell’idrossiclorochina nella lotta a Sars-CoV-2. Il social network, ormai in guerra aperta con la dinastia Trump, ha bloccato l’account e cancellato pure il re-tweet del presidente. Subito si è riacceso lo scontro sull’antimalarico e le sue capacità curative. “Come sapete l’ho presa per un periodo di 14 giorni. E come sapete sono qui”, ha detto Trump padre, mentre il video incriminato veniva rimosso pure da Facebook e Youtube.

Il canovaccio è già visto. Suo malgrado, infatti, l’idrossiclorochina (e la clorochina) è diventato un farmaco “sovranista” su cui concentrare uno scontro più politico che medico. Colpa dei vari Trump e Jair Bolsonaro che l’hanno pubblicizzata? Forse. Ma non solo. Perché quando nei mesi scorsi si è diffusa la notizia che i due presidenti simbolo del nazionalismo ne facevano uso, i media (e non solo) si sono fiondati a trasformare il medicinale in una sorta di pericoloso strumento in grado di uccidere più che di curare dal coronavirus. “Se piace Trump farà male”, è il ragionamento implicito e forse involontario di molti illustri colleghi. Le cose però non stanno così. E forse servirebbe maggior chiarezza.

Torniamo ai tragici giorni di febbraio. I primi a sperimentare gli antimalarici sui pazienti infetti sono i cinesi, che nel pieno dell’epidemia provano tutto quello conoscono. I risultati aneddotici (cioè singole testimonianze di medici e malati) su un centinaio di asiatici fanno ben sperare. Così l’utilizzo della clorochina pian piano si diffonde in tutto il mondo. In fondo si tratta di un medicinale già testato per curare la malaria, l’artrite reumatoide e il lupus eritematoso sistemico. Niente di nuovo sotto il sole, insomma. È un farmaco di cui i medici conoscono i benefici e, ovviamente, le controindicazioni. A Piacenza, per dire, Luigi Cavanna, oncologo di fama celebrato come l’inventore del “metodo” per curare il virus, ne ha fatto ampio uso e assicura che si tratta di un prodotto “sicuro” ed “efficace”. Non è l’unico, visto che a Bologna il direttore di malattie infettive del Sant’Orsola, Pierluigi Valle, è altrettanto entusiasta. Così, sebbene sin dalle prime fasi qualche studioso storca il naso e si mostri scettico, l’Aifa il 17 marzo ne autorizza la prescrizione sia in studi clinici che “off-label”, cioè ai pazienti a casa. Peraltro a totale spese del Sistema sanitario nazionale. Insomma: qualche speranza che funzioni c’è eccome.

Intanto anche l’Oms fa le sue valutazioni. Prima tentenna, poi a fine marzo decide di inserire gli antimalarici nel trial sperimentale Solidarity, il più grande studio clinico dedicato al Covid-19. Tutto sembra filare liscio, finché improvvisamente il 25 maggio il board di Ginevra annuncia il blocco alle sperimentazioni. Sarebbe una notizia come un’altra, forse anche di secondo piano. In fondo può accadere che gli studi portino a modificare alcune convinzioni: la scienza serve a questo, no? L’annuncio però assume una portata mondiale. Il motivo? Da qualche settimana Trump va ripetendo al mondo la sua preferenza per la clorochina. Ma soprattutto pochi giorni prima, il 19 maggio, aveva detto di assumerne una pastiglia al giorno come prevenzione. Sui media il farmaco si è già trasformato da possibile salvavita a medicinale dei “complottisti”. E la bocciatura dell’Oms suona quindi alle orecchie dei progressisti come la tanto desiderata stroncatura della linea trumpiana. Impossibile non approfittarne. Così si scatena l’inferno.

Peccato che la valutazione dell’Oms fosse basata su una ricerca, pubblicata su The Lancet, rivelatasi sostanzialmente farlocca. Inutile star qui a ripercorrere le tappe, basti sapere che il 4 giugno la prestigiosa rivista ritira l’articolo (con tante scuse) e Ginevra riapre all’idrossiclorochina le porte dello studio Solidarity.  Lo scivolone dell’Oms e dell’intero sistema mediatico, soprattutto italiano, avrebbe dovuto suggerire maggiore cautela nel trattare temi medici con le tifoserie della politica. Ma non è andata così.

La clorochina continua infatti a dividere ancora oggi, sebbene non vi sia ancora una parola certa sulla sua efficacia o meno. Vero: l’Oms dopo l’incidente con Lancet ne ha comunque interrotto la prova nel trial Solidarity. Vero è anche che l’Aifa ha tenuto il punto, confermando la sospensione dell’autorizzazione alla prescrizione. E va pure considerato che nel tempo si sono sommate pubblicazioni critiche sull’efficacia. Ma è altrettanto vero che altri studi ne confermano l’utilità, soprattutto se ingerita durante lo stadio precoce della malattia. E che la stessa Oms sottolinea come suo blocco si applichi solo alla sperimentazione del farmaco sui pazienti ospedalizzati. Ma non influisca sulla possibile valutazione in altri studi in persone non ospedalizzate, o addirittura come profilassi pre e post infezione. Inoltre, in Italia ieri è stata depositata un’istanza cautelare al Tar del Lazio contro la decisione dell’Aifa di confermare il divieto anti-clorochina. Una decisione arrivata “dopo aver raccolto le relazioni dei medici del territorio (Piacenza, Alessandria, Milano e Treviso), in attesa della pubblicazione dei risultati, per ottenere la sospensione del provvedimento di revoca all’utilizzo di idrossiclorochina, al di fuori degli studi clinici”.

Dove sta la verità? Impossibile dirlo. Ed è questo il problema. Quando c’è di mezzo la scienza e la medicina, forse sarebbe meglio un atteggiamento attendista. Vale per i “sovranisti” così come per i loro oppositori. “Lo dico fuori dai denti – ci diceva Cavanna – ma mi sembra che l’idrossiclorochina sia entrata a far parte di un gioco politico. Ma non ce n’è alcun motivo, perché da un punto di vista medico bisogna solo valutare se un farmaco funziona oppure no”. Non se piace a Trump o a Bolsonaro.

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