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Un’ultima cosa resta agli Stati Uniti e alla loro produzione culturale: la capacità di guardarsi allo specchio, quella capacità che – non possono non riconoscerlo anche i detrattori degli USA e gli assertori del multipolarismo – dentro alla Russia e alla Cina fatica ad esprimersi (registi critici, come Zvjagincev, o opere critiche, come il sublime Souzhou River di Lou Ye, film imprescindibile per capire la Cina del boom economico dei decenni passati, sono assai poco amati in patria e sfidano la censura).

Proprio per questo chi scrive non ha mai mancato di lanciarsi all’arma bianca contro il Woke, le censure dal Woke imposte e le autocensure dal Woke richieste. Proprio in nome di tutto questo, se ha avuto un enorme successo Povere Creature, che del Woke è la validissima sublimazione militante, ci auguriamo che lo straordinario film di Alex Garland abbia tutta la risonanza che merita. È abile, Garland, e conosce il mestiere della cinepresa. Ci ha regalato film di ottimo ritmo, capaci di intrattenere affrontando i temi dell’attualità tecnologica (Ex Machina, 2015), mettendo in scena discretamente un’ermetica opera letteraria (Annihilation, 2018, con una convincente Natalie Portman) e arrivando a spaziare fino al fumetto (Dredd – Il giudice dell’apocalisse, 2012). Civil War è un’altra conferma: oltre a ottimi contenitori, il cineasta londinese è anche capacissimo di proporci contenuti non banali, e ancora una volta dirigendo interpreti dall’assoluto carisma (come l’impeccabile Wagner Moura).

Civil War è, sin dal titolo, non uno degli incubi, bensì l’incubo per eccellenza del popolo di George Washington: alla ferita mai del tutto rimarginatesi della Guerra di Secessione si aggiungono le nuove faglie tra America Tradizionalista e America Woke, tra Bianchi e Neri, tra nativisti e figli delle ultime ondate migratorie, tra le coste degli stati ricchi e globalizzati e gli stati che, al centro del paese-continente, (soprav)vivono economicamente sui settori primario e secondario.

Una politica sempre più violenta, una società sempre più divisa e tribalizzata, non trovano ormai più quel (mal)sano sfogo esterno delle proprie tensioni che salvò il paese in passato, dalle Guerre Mondiali alla Guerra al Terrorismo, passando per quella Fredda – conflitti che, guarda caso, hanno segnato la costruzione dell’egemonia americana sul globo, il suo consolidamento e la sua hybris destabilizzante. Accade quindi la tragedia, già esplorata da film fantapolitici come il tragicomico “La Seconda Guerra Civile Americana” (1997) ma anche da tutta la serie horror di “The Purge / Lo Sfogo” (dove però la latente guerra civile non è esplorata fantopoliticamente ma fantasocialmente). Le tensioni politiche saldano l’antico panico e senso di sicurezza di una massa di genti disomogenee – gli “americani” – consce sin dal 1776, di vivere in una società e in un paese fragile, strappato con le armi ai britannici su una terra strappata con le armi ai nativi americani e irrorata dal sangue degli schiavi neri.

Un paese fragile psicologicamente e spiritualmente, una nazione strappata, una cultura permeata da quel millenarismo protestante che vive di narrazioni apocalittiche iniziate con le visioni di Lutero: tutto questo viene raccontato nel film in modo per nulla didascalico e “espositivo”, ma reso implicito nel susseguirsi di scene tese, drammatiche, grazie ad un ritmo che alterna sapientemente adrenalina a momenti “lenti”, dialogici e riflessivi, dove tutto è permeato dal dramma e dove si intuisce la tragedia in agguato nella scena successiva. Non vogliamo rivelare troppo della trama e della fittizia – ma inquietantemente non del tutto implausibile – geopolitica del film, ma non possiamo non centrare la nostra analisi su un tema: la quasi totale assenza di speranza, una sorda e asettica disperazione, raccontata come un chirurgo racconterebbe una malattia. Personaggi positivi moriranno, nel corso del film, e i loro compagni avranno solo il tempo di versare qualche lacrima per poi tirare avanti, per correre un metro in più verso un grottesco abisso (cosa c’è di più grottesco di una guerra fratricida?). Muore l’anziano saggio, e l’allieva di mezza età ne cancella la foto, dopo averlo pianto. Muore anch’essa, e la figlia adottiva ne raccoglie il testimone rimanendo sotto shock nelle ultime scene – ma per soli pochi secondi, prima di rimettersi subito a correre verso l’assurda scena finale. Del resto, era proprio questo l’insegnamento all’inizio del viaggio (fisico ed iniziatico) nel paese in guerra, dato “dalla madre alla figlia”: non dobbiamo piangere, noi raccontiamo e non commentiamo, perché siano gli altri a potersi fare un’idea.

Il senso del film è dunque in buona parte racchiuso nel dialogo serale tra anziano saggio e allieva di mezza età (da noi ribattezzata “madre”), la protagonista: abbiamo raccontato la guerra tante volte… abbiamo mostrato l’orrore. Pensavamo sarebbe stato utile, se non di per sé sufficiente, ma l’umanità semplicemente non impara, e risceglie l’orrore. La riflessione sugli USA, affidata a dialoghi “vivi”, sentiti e per nulla retorici o didascalici, travalica quello specifico contesto fantageopolitico e diventa una riflessione su tutte le guerre. Il film regge benissimo questo peso intellettuale, stemperato (stemperato?) dalla figura tragicomica del Presidente, un uomo di potere piccino-picciò, anzi non un uomo ma un caporale, un dittatore che contribuisce a trascinare il paese nel baratro, che sproloquia di vittoria a guerra già persa, che apre il film con una scena da antologia “recitando” tra sé e sé, da consumato mentitore politico, il discorso al popolo. Chiuderà la storia mostrandosi in tutta la propria pochezza e bassezza: quando tutto è perduto (anche per colpa sua) e in articulo mortis gli viene chiesto di lasciare un messaggio che riempia di senso il suo operato davanti alla Storia… non riesce a far altro che supplicare per la propria vita. 

L’abilità del regista non sta solo nell’evitare la retorica– e quindi il moralismo – ma anche nella tecnica. Essendo un film profondamente metanarrativo – visto attraverso gli occhi di quattro fotoreporter – la fotografia è estremamente curata, così le musiche, le inquadrature e l’uso dei colori, l’alternarsi di momenti lenti e di fasi adrenaliniche, di azione e riflessione, di primi piani e di campi larghi, con paesaggi ora squallidi e feriti dalla guerra, ora agresti ed idilliaci… nei quali l’occhio dei reporter riesce a intravedere fosse comuni, corpi impiccati e torturati, cecchini sui tetti. Il film è crudo, non fa pornografia della violenza ma sa raccontare la crudezza come è necessario per raccontare una guerra – guerra peraltro, a parte un paio di errori, raccontata con un davvero buon livello di precisione e realismo tecnico-militare.

In definitiva, questo film non ha alcuna voglia di intrattenere lo spettatore, di rassicurarlo o di scioccarlo, ma prova con estrema sincerità e disincanto a stimolare una riflessione: è un reportage di una guerra che non c’è. Non ancora, perlomeno. America, umanità: volete davvero la guerra? Molto più di tanto cinema da salotto, è proprio questo il film di cui ora avevamo bisogno, perché è proprio questa la domanda alla quale dobbiamo rispondere.

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