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Un nuovo focolaio in Cina ha fatto nuovamente scattare sull’attenti il Dragone. Dopo una decina di contagi rilevati a Qingdao, città situata nella provincia dello Shandong, il governo cinese ha dovuto fare i conti con le oltre cento positività riscontrate nello Xinjiang, nei dintorni della capitale Kashgar. Tutto è partito lo scorso 24 ottobre, nella contea di Shufu, con una ragazza 17enne impiegata in una fabbrica d’abbigliamento. La lavoratrice è risultata positiva ma asintomatica a un test di routine (non sappiamo perché la ragazza sia stata controllata).

La Commissione sanitaria locale, subito in allerta, ha affermato che la prima paziente è rimasta nella contea di Shufu tutto l’anno e che non è stata consapevolmente in contatto con alcun caso confermato o sospetto, né con pazienti febbricitanti o animali selvatici. Nel giro di pochi giorni le autorità hanno dato il via a test di massa per mappare la situazione e frenare la trasmissione del virus. Che nel frattempo era riuscito a infettare 138 cittadini, tutti asintomatici. Gli inevitabili test di massa sono iniziati il 25 ottobre per terminare il 27. Tutti i 4,74 milioni di residenti della prefettura di Kashgar sono stati testati in tempi rapidissimi. Il risultato parla di 183 persone nella regione risultate positive.

Il focolaio di Kashgar

Le autorità sanitarie locali hanno fatto sapere che un’indagine epidemiologica per la ricerca dei possibili contagi è ancora in corso e il team di esperti medici ha finora escluso una connessione tra Kashgar e l’epidemia che si era diffusa a luglio a Urumqi, capitale della regione dove vive la minoranza uigura. I positivi continuano a spuntare come funghi, visto che l’ultimo bollettino parla di 24 nuovi casi. In tutto, fino ad ora, sono stati scovati 164 contagiati, tutti relativi a soggetti asintomatici.

Secondo quanto riportato dal China Daily, che ha citato le autorità sanitarie locali, i nuovi casi sono tutti relativi a “contatti stretti” delle persone già risultate positive negli ultimi giorni nella contea di Shufu. Il metodo adottato da Pechino è chiaro: attraverso controlli di routine le autorità cercano di fare luce sui casi sommersi. In un secondo momento scattano i test a tappeto, con milioni e milioni di persone monitorate nel giro di pochi giorni. Il modus operanti, laddove si crea un focolaio, è sempre il solito: isolare l’area e mappare ogni singolo abitante dell’area.

Una situazione da monitorare

Zeng Guang, capo epidemiologo del Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie, ha dichiarato al Global Times che la situazione a Kashgar sembra grave se la piccola città ha rilevato più di cento casi asintomatici in un giorno. “Credo che alcuni dei casi asintomatici si trasformeranno in casi confermati in seguito”, ha detto Zeng. “Ora la velocità dei test locali è molto elevata. Tuttavia, poiché le infezioni asintomatiche sono ancora contagiose e il paziente zero non è stato trovato, il rischio di un’infezione a grappolo della comunità è molto alto”, ha invece spiegato l’immunologo Wang Ying.

Kashgar ha avviato il livello uno di risposta alle emergenze e gruppi di esperti sono stati inviati per condurre attività mediche nella contea di Shufu, dove risiedono i casi. Una risposta di livello uno significa che il governo locale ha il potere di sospendere grandi raduni, lezioni e attività. Per raggiungere l’obiettivo, la regione ha schierato più di 600 addetti ai test degli acidi nucleici da altre aree, tra cui Aksu e Hotan. La cittadina ha anche formato un team di test di oltre 2.500 professionisti. Il prossimo passo rischia di essere un semi lockdown.

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