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In Cina è appena entrata in vigore una legge che obbliga le persone a sottoporsi a una scansione facciale nel momento in cui sottoscrivono un contratto per la connessione internet mobile o acquistano una Sim. La norma, voluta dal ministero dell’Industria e dell’Information Technology (Miit), era stata annunciata lo scorso settembre con l’obiettivo di reprimere le frodi. In altre parole, come spiega Reuters, i gestori di telefonia mobile dovranno scansionare i volti dei clienti che vorranno chiudere un semplice contatto telefonico o avere una Sim, e confrontarli con quelli presenti sulle foto dei documenti d’identità. Detto altrimenti, la Cina avrà la conferma che chi chiamerà e vorrà connettersi a internet sarà effettivamente chi dice di essere. Resta ancora da capire come è se la disposizione sarà applicata anche a chi è in possesso di un contratto esistente. In ogni caso, i tre principali gestori cinesi – China Mobile, China Unicom e China Telecom – sono controllati dallo Stato, quindi i dati raccolti potrebbero essere utilizzati anche dal governo.

Tecnologia sempre più invasiva

Ed è proprio questo il rischio nascosto all’interno della sempre più pervasiva tecnologia cinese. Telecamere, pagamenti elettronici, scansioni: tutto è funzionale a una enorme e rapidissima raccolta di big data da parte del Partito Comunista cinese (Pcc). Senza ombra di dubbio, provvedimenti del genere incrementano la sicurezza nel Paese e agevolano, per certi versi, la vita delle persone, ma come detto c’è anche l’altro lato della medaglia. La tecnologia di riconoscimento facciale in Cina è utilizzata praticamente ovunque: nei supermercati, in metropolitana, negli aeroporti. Alibaba, ad esempio, offre la possibilità di pagare “usando” il proprio volto nella catena dei supermercati Hema, così come per il check-in anticipato nell’hotel che gestisce a Hangzhou. Il prossimo passo, come ha annunciato il China Daily, sarà quello di implementare questa particolare tecnologia per classificare i passeggeri della metropolitana e consentire diverse misure di controllo a seconda del profilo dei singoli cittadini. Le stesse misure saranno estese anche all’ingresso di 59 comunità di case popolari di Pechino: l’annuncio è arrivato lo scorso luglio dall’agenzia di stampa Xinhua.

Tra rischi e opportunità

I sistemi di videosorveglianza e riconoscimento facciale sono utilizzati in modo maniacale nello Xinjiang, la regione occidentale devastata dalla piaga del separatismo e dell’estremismo islamico. È proprio per questi motivi che il governo cinese ha deciso di adottare il pugno duro, incrementando a dismisura la repressione e il controllo da parte delle forze di sicurezza locali. La polizia cinese, infatti, è in possesso di dispositivi di sorveglianza ad alta tecnologia, tra cui occhiali con riconoscimento facciale incorporato. Detto in altri termini, il sistema di controllo dello Xinjiang potrebbe presto essere esteso in tutto il resto del Paese. Cosa ne pensano i cittadini cinesi di una sorveglianza così penetrante? In realtà l’opinione pubblica non ha opposto alcuna resistenza. Anzi, è nutrita la fetta di coloro che sostengono sia necessario adottare sistemi del genere per scongiurare truffe e annullare la criminalità; tuttavia esiste anche la schiera di chi ha espresso preoccupazione per le implicazioni del riconoscimento facciale con temi quali la privacy e l’etica. In ogni caso, la tecnologia di sorveglianza cinese piace in patria ma anche all’estero, visto che la Cina ha effettuato diverse esportazioni: dal Myanmar all’Argentina passando per la Germania.