Cina, la testimonianza di un detenuto. Ecco come si vive nelle carceri

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Il sistema carcerario della Cina non fa sconti a nessuno. Non esiste compassione per i detenuti, che sono costretti a espiare le loro colpe in un rigida atmosfera militare. Chi sbaglia paga, fino all’ultimo giorno. Certo, la giustizia cinese è stata più volte accusata di essere approssimativa e strumento dei potenti di turno. Ma negli anni passati è riuscita a estirpare radicate sacche di corruzione e criminalità. Metodo giusto o sbagliato? Quel che è certo è che il sistema adottato dalla Cina in materia di detenzione non è poi così diverso da quello messo in atto dal Giappone.

La testimonianza di Robert Rother

Per ricostruire come funziona il carcere cinese ci affidiamo a una testimonianza diretta. Quella di Robert Rother, un tedesco recluso nel 2011 per aver commesso reati finanziari in Cina e uscito dalla sua cella soltanto lo scorso dicembre. Una volta fuori, Rother ha raccontato la sua esperienza terrificante a Der Spiegel. La sua pena: quasi otto anni di carcere da trascorrere nella prigione di Dongguan. L’uomo viveva a Shenzen dal 2004, dove gestiva diversi affari, fra cui la gestione di capitali assegnatoli da investitori. Improvvisamente nel maggio 2011 Robert è stato portato via da due poliziotti mentre si trovava in un bar. L’accusa è pesante. Un giorno spariscono dai conti di alcuni investitori 21,3 milioni di dollari. La colpa di questa enorme perdita finanziaria viene fata ricadere proprio su Robert, che da subito si dichiara innocente.

Otto anni di galera

Alle autorità non interessa la versione di Rother, trattenuto in caserma per 19 ore e costretto a non dormire. È l’inizio di un vero e proprio calvario, con interrogazioni e oppressioni di ogni tipo. Il tedesco finisce nella prigione di Shenzen numero 3. Qui, ogni giorno, per mesi, le guardie cercano di estorcergli una confessione. Vogliono che confessi la sua colpa. La pressione è alta, perché – sostengono le autorità – se l’uomo non confessa rischia la pena di morte. La condanna arriva ed è comunque pesante: poco meno di otto anni di galera. Da Shenzen, Rother viene trasferito nella prigione di Dongguan. La polizia traduce il suo nome in Luozi Luobote e gli assegna un numero di prigionia: 27614.

Fra rispetto estremo e umiliazioni

Il dialogo fra guardie e detenuti è all’insegna di un rispetto militaresco. Se i prigionieri vogliono parlare con i poliziotti, devono stringere il pugno alzando il braccio destro e recitare una frase: “Onorevole guardia, sono il prigioniero X”. Dopo sono costretti a inginocchiarsi e spiegare la loro richiesta. Scene simili sono state descritte anche da Rother, che ha trascorso il primo mese in una cella da 18 prigionieri in cui ne erano stipati una quarantina. Nessun bagno: solo un buco nel pavimento. Odore pessimo, igiene inesistente. Clima afoso d’estate, freddo d’inverno. In una parola: un inferno in terra.

La vita quotidiana in carcere

La quotidianità del carcere cinese è monotona ma faticosa. I detenuti vengono svegliati alle 5.30. La colazione consiste in un po’ di riso e verdure. Alle 6,50 – racconta Rother – i prigionieri marciano in fila fino alla fabbrica di un edificio situato all’interno della galera. Qui lavorano sotto la stretta sorveglianza delle guardie, che puniscono e picchiano chi “non segue il ritmo”. Gli europei – come nel caso di Rother – solitamente vengono trattati meglio perché “nessuno in Cina vuole avere a che fare con un morto europeo”.

Nove ore di lavoro al giorno

Nove ore di lavoro al giorno, con orario 7-18 e breve pausa pranzo per alle 12. Dopo le 18 scatta la sessione di rieducazione sui valori ideologici del socialismo con caratteristiche cinesi. Ma cosa producono i detenuti con il loro lavoro? Rother ha descritto tre tipi di attività. C’era chi assemblava pezzi di auto giapponesi, chi si dedicava ai lucchetti delle valigie Samsonite (l’azienda ha prontamente negato di sfruttare il lavoro forzato dei detenuti presenti nelle carceri cinesi). E c’era, infine, chi come Rother era impegnato ad avvolgere cavi di rame intorno a un anello di ferro. Ogni trasformatore sfornato gli regalava un punto. “Gli obiettivi venivano innalzati sempre di più – ricorda il tedesco – alla fine era impossibile raggiungerli. Ci spremevano come limoni e dovevamo spesso lavorare anche la domenica”. Nella tabella stilata dalle guardie, infatti, ciascun detenuto deve raggiungere un certo numero di punti. Chi ci riesce riceve alla fine del mese circa 20 yuan (2,60 euro) da spendere in generi alimentari. Chi non ce la fa subisce piccole punizioni, come non guardare la tv o non ricevere chiamate dai parenti.

L’accusa di Rother: punizioni e torture

Non mancano punizioni fisiche e torture. La più comune: la sedia di ferro. In questo castigo il detenuto viene legato e mantenuto per giorni o settimane in una certa posizione, fino a perdere la sensibilità degli arti. Pochi riescono a resistere in condizioni simili, quindi è diffuso il suicidio. Ma chi viene scoperto finisce prima in una delle sezioni più dure del carcere, dove subisce altre torture: scosse elettriche, spray al peperoncino sulle ferite e altro ancora. Poi rientra nella sua cella con al collo un cartello con su scritto: “Mi vergogno di ciò che ho fatto”. La testimonianza di Rother è l’ennesima che punta il dito contro la Cina. Le autorità, dal canto loro, si difendono sostenendo di applicare la costituzione e che le accuse di certi detenuti siano solo delle esagerazioni.

La riforma del sistema penale cinese

Rispetto al passato la Cina ha adottato una serie di riforme del sistema penale. La pratica della tortura, ad esempio, è stata ufficialmente vietata dal governo. Inoltre, tranne in qualche zona critica lontana dai grandi centri, è raro sentire di confessioni estorte ai detenuti con la forza. Infatti è prevista la separazione fisica di chi interroga e chi è interrogato, con telecamere a riprendere il tutto. Nelle carceri più grandi sono stati introdotti i letti singoli e bagni completi, doccia compresa. I detenuti possono comunicare con i parenti, ricevere visite e fare attività fisica. Ogni cella standard, dotata di tv, è di circa 60 metri quadrati e ospita sei detenuti.