Come se non fosse già abbastanza complicato navigare sul web in Cina, da ora in poi la difficoltà per gli internauti desiderosi di accedere ai servizi online sarà ancora più alta. Il governo ha lanciato una nuova campagna, l’ennesima, per ripulire il suo blindatissimo Internet; questa volta Pechino non si accontenta di arruolare leve fresche per rimpinguare il cosiddetto “esercito dei 50 centesimi”, cioè l’insieme di persone pagate dalle autorità cinesi per manipolare l’opinione pubblica. Il Dragone punta a qualcosa di molto più ambizioso ed efficace.

Pulizie di inizio estate

A questo giro l’ondata di controlli è ancora più travolgente del passato. Ripulire Internet è un’impresa ardua se non astratta, eppure Pechino vuole raggiungere l’obiettivo per evitare che gli utenti cinesi possano affrontare o toccare tematiche sensibili giudicate off limits dall’apparato statale. Non solo: il mondo virtuale è anche lo spazio prediletto in cui i cittadini possono parlare tra loro e organizzare eventuali manifestazioni lontani dall’occhio indiscreto del potere centrale. Ma in Cina sarà sempre più complicato eludere la sorveglianza perché le tecnologie al servizio del partito (intelligenza artificiale e complicati algoritmi) hanno ormai raggiunto livelli troppo alti affinché le persone comuni possano aggirarle senza conseguenze.

Controlli sono sempre più pressanti

Gli effetti della campagna cinese per ripulire Internet sono gli stessi da anni; cambia semmai la quantità di siti bloccati, soprattutto stranieri, e il numero di account sospesi sui social network locali. Lo scorso maggio il ministero della Tecnologia dell’Informazione aveva incaricato l’amministrazione del cyberspazio di usare la mannaia per togliere di mezzo ogni potenziale minaccia interna; ora, nel post anniversario dei fatti di Tienanmen e nel bel mezzo delle proteste di Hong Kong, Pechino aumenta le pressioni. L’accusa per i siti giudicati colpevoli è quella di non aver adempiuto ai loro obblighi professionali o aver compiuto il furto di informazioni personali, mentre altri domini e account finiti nel mirino delle autorità sono stati puniti per azioni illegali e criminali.

Guardian e Washington Post oscurati

Anche tante testate giornalistiche occidentali sono state oscurate, e i loro siti risultano non accessibili dallo scorso week end; fra questi i giornali più importanti sono il Washington Post e The Guardian, ai quali si aggiunge l’agenzia internazionale Reuters e la rivista economica locale Wallstreetcn. Per quanto riguarda invece i social network, dopo i 9.800 ban dello scorso novembre, il governo ha chiuso altri account che pubblicano materiale sensibile e notizie finanziarie.

Cyber attacco a Telegram

L’ultima notizia da segnalare in ordine di tempo arriva direttamente dall’applicazione di messaggistica istantanea Telegram, che ha annunciato di aver subito un pesante attacco hacker durante le manifestazioni in scena a Hong Kong. L’app è andata letteralmente in tilt in seguito a un attacco Ddos proveniente dalla Cina. Dal momento che gli hongkonghesi stavano utilizzando Telegram per organizzare le loro proteste (con questa app è possibile mandare messaggi criptati in grado di distruggersi), Pechino ha pensato bene di agire. A confermalo è il fondatore di Telegram, Pavel Durov, che ha poi sottolineato come non sia la prima volta che la Cina tenta di hackerare l’applicazione.

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