Il 18 ottobre ha avuto luogo una manifestazione popolare ampiamente partecipata per le strade di Santiago del Cile. L’obiettivo dei dimostranti era la celebrazione del primo anniversario del movimento di protesta antigovernativo che dall’anno scorso sta combattendo contro la corruzione, la mala-politica e i rimasugli dell’ordine pinochetiano nel sistema istituzionale.

Ad un certo punto della giornata, dopo ore di marcia sostanzialmente pacifica e priva di tensioni, la violenza e il caos hanno prevalso sulla bonarietà e sull’ordine quando centinaia di facinorosi hanno dato inizio ad una guerra urbana contro le forze dell’ordine e ad una serie di attacchi contro le chiese cattoliche del centro storico, riuscendo nell’obiettivo di distruggerne una per mezzo di un rogo.

Una giornata di proteste

La parata del 18 ottobre non aveva obiettivi religiosi ma politici: in primis la celebrazione del primo anniversario dell’inizio delle proteste che da un anno hanno trasportato il Cile in una condizione di instabilità semi-cronica, in secundis una mobilitazione a favore del plebiscito nazionale sul futuro della costituzione cilena. Il 25 di questo mese, infatti, i cittadini cileni saranno chiamati ad una decisione sul testo fondamentale della repubblica: mantenerlo inalterato, pur trattandosi di un prodotto dell’era Pinochet, o modificarlo, completando definitivamente il processo di democratizzazione e di superamento del passato.

I moventi legittimi della protesta sono stati oscurati ad un certo punto della giornata, quando centinaia di black bloc hanno assunto il controllo delle strade e dato vita a degli scontri pesanti con le forze dell’ordine e proceduto a devastare gli arredi urbani, le auto parcheggiate, gli esercizi commerciali e, infine, ad assaltare le chiese cattoliche toccate dalla marcia. Le violenze sono state particolarmente gravi contro due luoghi di culto: la chiesa di Nostra Signora dell’Assunzione e la chiesa di San Francesco Borgia.

All’interno della prima è stato appiccato un rogo la cui violenza è stata tale da provocare il collasso parziale della struttura e la caduta della guglia. La seconda è stata vandalizzata, subendo la distruzione degli arredi, la profanazione dei simboli religiosi ivi contenuti, come le croci e la raffigurazioni dei santi, e altre azioni di danneggiamento. In ambedue i casi le azioni sono state fotografate e filmate dagli stessi assalitori, le cui immagini e i cui video di giubilo sono diventati virali nell’arco di pochi minuti.

È altamente probabile che gli obiettivi siano stati selezionati in accordo ad un disegno preciso: la chiesa di Nostra Signora dell’Assunzione era una delle più importanti della capitale, anche detta la “chiesa degli artisti” per via degli affreschi ivi contenuti, mentre quella di San Francesco Borgia è la sede delle cerimonie istituzionali dei Carabineros, la forza di polizia e gendarmeria nazionale. Alla luce di queste considerazioni il rogo è interpretabile come un messaggio al clero, divenuto oggetto d’odio generalizzato per via del ruolo giocato durante l’epoca Pinochet e per i recenti scandali sessuali, mentre l’attacco contro la casa spirituale dei Carabineros ha un chiaro valore anti-istituzionale.

Le origini del malcontento

Le proteste antigovernative che da un anno stanno avvolgendo il Cile hanno condotto ad un aumento significativo delle violenze anticristiane, sotto forma di chiese vandalizzate e date alle fiamme e clero esposto in maniera crescente ad aggressioni fisiche. La chiesa di San Francesco Borgia, ad esempio, era entrata nel mirino dei dimostranti già a inizio anno: a gennaio, nel corso di una manifestazione, un gruppo di persone aveva fatto irruzione nel luogo di culto e appiccato un incendio. Anche la chiesa di Nostra Signora dell’Assunzione era stata già attaccata a novembre dell’anno scorso, subendo il furto di statue raffiguranti il Cristo e la Madonna, successivamente distrutte in piazza, e degli arredi, come i banchi, utilizzati per erigere barricate contro la polizia.

Non si può comprendere l’ondata di cristianofobia senza un quadro completo del contesto socio-politico cileno. Il malcontento verso la gerarchia ecclesiastica, e il cattolicesimo in generale, non nasce negli anni recenti ma si origina durante la dittatura militare di Augusto Pinochet. È noto, infatti, che alcuni esponenti della chiesa cattolica abbiano supportato l’esperienza dittatoriale in chiave anticomunista; meno noti sono, invece, il ruolo giocato dal Vaticano nel processo di democratizzazione e l’attivismo di personaggi come Raul Silva Henriquez, arcivescovo di Santiago e fondatore del Comitato di Cooperazione per la Pace in Cile e del Vicariato della Solidarietà, le due principali organizzazioni per la giustizia sociale dell’epoca.

Lo scandalo degli abusi

Il prevalere di una lettura anticlericale sui fatti che hanno circondato il paragrafo più cupo della storia cilena ha determinato la nascita dell’associazione antistorica tra chiesa cattolica e dittatura militare, ed è stato seguito da un altro evento che ha avuto riflessi profondi sulla percezione del cattolicesimo nell’opinione pubblica: gli scandali sessuali.

Il riferimento è al caso Karadima, come è stato ribattezzato dalla grande stampa. Dopo anni di indiscrezioni, nel 2010, una delle figure più influenti del cattolicesimo cileno, Fernando Karadima, veniva accusata ufficialmente di aver consumato abusi sessuali ai danni di giovani fedeli, chierichetti e aspiranti sacerdoti. Le indagini su Karadima hanno portato all’apertura di un fascicolo che, molto presto, ha travolto l’intera struttura ecclesiastica nazionale, coinvolgendo oltre settanta personalità, complici a vario titolo di coperture, insabbiamenti e coinvolgimento diretto nelle violenze.

Diversi chierici dalla statura elevata sono stati toccati dallo scandalo, come Juan Barros Madrid, il vescovo dell’ordinariato militare, che si è concluso nella riduzione allo stato laicale di Karadima, nell’apertura di un processo per il risarcimento danni alle vittime, e nelle dimissioni in blocco dell’intero episcopato nazionale.

I danni del caso Karadima all’immagine dell’istituzione-chiesa, già pesantemente colpita dall’associazione con la dittatura, possono essere compresi pienamente soltanto dando uno sguardo ai numeri: la comunità cattolica si è ristretta di undici punti percentuali soltanto nel periodo di riferimento 2013-2017, passando dal 56% al 45% della popolazione totale. Quella drastica diminuzione, che non mostra segni di una possibile inversione di tendenza, ha comportato l’entrata del Cile nel piccolo alveo dei Paesi latinoamericani in cui i cattolici hanno cessato di rappresentare la maggioranza, del quale oggi fanno parte soltanto Honduras e Uruguay ma che in futuro potrebbe allargarsi e abbracciare l’intero subcontinente.

Gli attacchi anticristiani del 18 ottobre e dell’ultimo anno, quindi, non sono da leggere come degli episodi di natura estemporanea, degli effetti collaterali di una mobilitazione antigovernativa al cui interno è attiva una minoranza di provocatori, ma come la manifestazione più palese di un sentimento irreligioso molto più diffuso, generalizzato e radicato. Eloquente è, a tal proposito, quanto catturato dai video diffusi in rete da coloro che hanno dato fuoco alla chiesa di Nostra Signora dell’Assunzione: la gioia e l’esultanza della folla nell’assistere al lento collasso dell’edificio.