La pirateria internazionale sta subendo un rallentamento. Secondo i dati dell’International Maritime Bureau’s Piracy Reporting Centre fra gennaio e settembre 2016 gli assalti denunciati sono stati 141. Una cinquantina in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Il dato fa riflettere soprattutto se si considera che nel 2011 ammontavano a 352. Negli ultimi cinque anni, quindi, c’è stato un crollo generalizzato del 59%.Se guardando numeri assoluti si vede una generale diminuzione, andando ad osservare più in profondità si notano marcate differenze. Il luogo più pericoloso si conferma essere l’Indonesia. Le oltre 17 mila isole dell’arcipelago sono infestate da navi e imbarcazioni pirata. Nei primi nove mesi dell’anno gli attacchi sono stati 33, il 23% del totale. Nuovi attacchi anche nelle acque dell’India che fra il 2015 e 2016 ha visto raddoppiare le incursioni. Peggiora invece la situazione della Nigeria. La pirateria nelle acque del golfo del Golfo del Niger ha raggiunto livelli preoccupanti con un incremento del 158%. Va meglio invece in Somalia, culla della pirateria moderna, che tra il 2015 e 2016 ha azzerato le incursioni. Basti pensare che nel 2011 aveva fatto registrare il record con oltre 130 attacchi alle navi.C’è però un’altra regione in cui sono tornati a colpire, la zona delle Americhe, in particolare Caraibi e Sud America. Se il Brasile è riuscito a fermare il problema con una relativa velocità e la Colombia lo ha sempre contenuto, a preoccupare sono Venezuela, Haiti e soprattutto il Perù. Diverse navi a largo delle coste peruviane sono state infatti attaccate da imbarcazioni per almeno una decina di volte. Chi invece è riuscito a stroncare sul nascere ogni forma di pirateria è la Cina. Le coste della Repubblica popolare non vedono assalti alle navi dal 2012 e il Mar cinese meridionale dal 2013.

Non solo navi: colpiti anche i portiCome detto il 2016 è stato uno degli anni più tranquilli per le acque internazionali. I 141 attacchi che si sono susseguiti nel corso dei primi dieci mesi dell’anno sono stati più o meno distribuiti nei vari mesi anche se ci sono stati dei picchi: ad aprile (28 incursioni), maggio (22), luglio (19) e settembre (14).
Ma le navi non sono le sole ad essere diventate un bersaglio, anche i porti sono finiti nel mirino dei pirati. In particolare ci sono stati 55 episodi nel corso dell’anno che hanno visto l’assalto a porti. In particolare il più colpito è stato quello di Kandla, una cittadina marittima situata nel nord-ovest dell’India non molto lontana dal confine con il Pakistan. Alle sue spalle la città di Callao in Perù che ha subito 6 attacchi. Altri centri colpiti sono stati Pointe Noire nella Repubblica democratica del Congo, il distretto portuale di Tanjung Priok a Jakarta in Indonesia e Conakry in Costa d’Avorio. I bottini preferiti: petroliere e porta containerLe navi preferite dai pirati sono state le cosiddette Product Tanker. Grandi bastimenti utilizzati per trasportare prodotti della filiera del petrolio, non solo greggio ma anche altri derivati più o meno raffinati. Al secondo posto c’erano le Bulk Carrier che trasportano materiali allo stato solido che non possono essere trasportati attraverso container. Terzo posto invece per le porta container. La maggior parte delle navi sotto attacco batteva bandiera di soli cinque Paesi, in particolare Isole Marshall, Panama, Singapore, Liberia e Hong Kong. Stando ai dati la maggior parte delle incursioni nel 2016 è avvenuta contro navi ancorate a largo (71 attacchi) mentre solo 25 sono state abbordate durante la navigazione.
Normalmente viene da pensare che i pirati attacchino con armi da fuoco leggere questo però è vero solo in parte. Se in molti casi non è stato possibile raccogliere informazioni dettagliate su come sono avvenute le aggressioni in altri casi si è scoperto che molti di loro, soprattuto nelle acque indonesiane, usano armi bianche come pugnali, coltelli e machete.Le “armerie galleggianti” e missione NatoIl calo recente della pirateria, almeno in determinate aree, può essere attribuito alla miglior sicurezza che le navi mercantili hanno adottato negli anni. Negli scorsi decenni l’organizzazione marittima internazionale della Nazioni Unite aveva cercato di scoraggiare i proprietari delle navi ad armare il proprio equipaggio, di fatto costringendo il personale di bordo a difendersi solo con gli idranti. Nella seconda decade degli anni 2000 la situazione è cambiata. Le compagnie di navigazione hanno iniziato a impiegare forze di sicurezza privata. Alla fine in molti casi le navi si sono dotate di armerie galleggianti da mettere a disposizione delle guardie in modo da eludere le leggi sul possesso di armi in acque territoriali, permettendo cioè alle guardie di salire a bordo disarmate in qualsiasi porto la nave attraccasse.
Le precauzioni degli armatori non sono le sole ad aver spinto verso il basso le incursioni. Ad aiutare ci sono state anche le iniziative di organismi internazionali e locali. Un caso particolare di questo mix è la Somalia. Lungo il Corno d’Africa diversi contingenti dell’Unione africana hanno presidiato il territorio distruggendo poco alla volta una serie di basi logistiche utilizzate dalla pirateria dell’area. In mare invece la Nato ha schierato dei mezzi navali all’interno dell’operazione “Ocean Shield” che di fatto ha posto sotto controllo militare tutto l’Oceano indiano occidentale, dando un colpo definitivo al fenomeno. Ma nonostante questo i pirati potrebbero però ritornare. A dicembre infatti il programma Nato si concluderà e non è ancora chiaro se la Somalia rimarrà una terra bonificata o darà asilo a pirati fuggiti da altre zone. In generale il 2017 potrebbe essere l’anno in cui questo modello potrebbe trovare applicazione in altre zone, in particolare in Nigeria anche se al memento è escluso ogni coinvolgimento dell’Alleanza atlantica.

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