Chi è Salehi, il rapper iraniano la cui voce ha sfiorato la morte

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Toomaj Salehi, un nome che ha recentemente attirato l’attenzione internazionale, è un rapper iraniano di origine curda noto non solo per la sua musica ma anche per la sua coraggiosa opposizione al regime degli ayatollah. Sabato 22 giugno, la Corte suprema dell’Iran ha annullato la sua condanna a morte, un atto che ha suscitato reazioni contraddittorie, tra speranza e frustrazione. La notizia è stata data dal suo avvocato, Amir Raesian, su X.

Salehi ha 33 anni ed è un rapper particolarmente noto in Iran per i suoi testi provocatori e politicamente carichi. Nella sua musica, il rapper ha spesso denunciato la repressione del regime, le ingiustizie sociali e le violazioni dei diritti umani, attirando così l’attenzione delle autorità. La sua arte, intrisa di un forte desiderio di libertà e giustizia, è diventata una voce potente per molti giovani iraniani che condividono le sue stesse frustrazioni e aspirazioni. L’attenzione delle autorità è ancora aumentata dopo che Salehi ha pubblicamente sostenuto le manifestazioni scoppiate un mese prima, in seguito alla morte di Mahsa Amini, avvenuta mentre era detenuta dalla polizia.

Il rapper era già stato arrestato nell’ottobre 2021, accusato di “propaganda contro il regime” e “insulto all’autorità suprema”, ed era stato rilasciato su cauzione. Nel 2023, invece, era stato condannato a sei anni e tre mesi di reclusione, evitando la prima condanna a morte ancora una volta grazie alla Corte Suprema iraniana. In quest’occasione, moltissime sono state anche le celebrità occidentali, riunite da Index on Censorship, che si sono esposte chiedendo la sua liberazione, tra queste la scrittrice Margaret Atwood, i Coldplay e Sting.

Durante il periodo di detenzione, durato un anno e 21 giorni compresi 251 giorni di isolamento, Salehi ha dichiarato di essere stato torturato, anche con iniezioni di adrenalina. Due settimane dopo il suo rilascio è stato nuovamente arrestato. Nel mese di gennaio, infatti, le accuse sono tornate: è stato incriminato con una dicitura che può essere tradotta come “diffusione della corruzione sulla terra”, che in Iran vale a dire la violazione delle leggi della Sharia, che viene punita con la pena di morte nel Paese. Questa accusa è usata frequentemente dal governo iraniano per reprimere il dissenso, riflettendo anche la natura autoritaria del regime, che non tollera alcuna forma di critica o opposizione. Ad ogni modo, Salehi è stato condannato a morte ad aprile 2024.

Nel caso di Toomaj, le accuse erano legate ai contenuti delle sue canzoni e alle sue dichiarazioni sui social media. Il suo arresto e la successiva condanna a morte hanno scatenato un’ondata di proteste sia all’interno dell’Iran che a livello internazionale, con attivisti e organizzazioni per i diritti umani che hanno denunciato l’arresto come un atto di repressione politica.

Il caso di Salehi, infatti, si inserisce in un contesto più ampio di repressione culturale e politica in Iran. Gli artisti, gli attivisti e i dissidenti politici sono spesso bersagliati dalle autorità, che utilizzano il sistema giudiziario per silenziare le voci critiche.

Le proteste del 2022 in Iran

Il contesto in cui si collocano le vicende del rapper è quello delle proteste risalenti a settembre 2022 in risposta alla morte di Mahsa Amini, la ragazza iraniana ventiduenne arrestata per non aver indossato correttamente il velo islamico e successivamente morta in carcere a causa delle percosse subite. Le manifestazioni avevano assunto una portata talmente elevata da scatenare una violenta repressione da parte del regime. Nel mese di dicembre, quando si credeva che il governo stesse allentando la presa, il regime ha inasprito il tiro condannando a morte diverse persone, 12 secondo Amnesty, includendo anche esecuzioni e impiccagioni pubbliche.

Lo scopo dell’estrema violenza era bloccare definitivamente le proteste, convincendo i manifestanti con le minacce di morte, una tattica che però non ha avuto successo. Al contrario, «per ogni persona uccisa se ne alzeranno altri mille» era lo slogan utilizzato dai manifestanti che hanno marciato nuovamente per le strade.

L’annullamento della condanna

Anche se le motivazioni precise dietro questa decisione non sono state completamente chiarite e non c’è stata alcuna conferma ufficiale immediata della sentenza, essa potrebbe essere il risultato delle pressioni internazionali e delle proteste pubbliche. Nonostante ciò, Salehi rimane sotto custodia e il suo futuro è ancora incerto.

Salehi rappresenta la lotta per la libertà di espressione in un Paese dove la censura e la repressione sono all’ordine del giorno. La sua musica continua a ispirare molti, anche mentre affronta la persecuzione per le sue idee. La recente decisione della Corte Suprema di annullare la condanna a morte è un passo positivo, ma la battaglia per i diritti umani in Iran è tutt’altro che conclusa.

Il suo avvocato, Amir Raisian, ha precisato che secondo la sezione 39 della Corte Suprema, il caso verrà rinviato ad un altro tribunale per un riesame. Inoltre, aggiunge che “la Corte Suprema ha anche annunciato che la precedente condanna a sei anni e tre mesi di carcere di Salehi non era stata legale, a causa dell’esistenza di altre sentenze”.

Il caso di Salehi è un potente promemoria dell’importanza della libertà di espressione e della necessità di sostenere coloro che osano sfidare l’oppressione. Mentre il mondo osserva, è cruciale che la comunità internazionale continui a fare pressione sul governo iraniano affinché rispetti i diritti umani e la dignità di tutti i suoi cittadini. Salehi qualche tempo fa aveva dichiarato che gli iraniani “vivono in un posto orribile. Hai a che fare con una mafia che è pronta a uccidere un’intera nazione per mantenere il suo potere, i suoi soldi e le sue armi”. La condotta del governo finora non ha nemmeno lontanamente accennato a una smentita.