A un anno dall’esplosione della pandemia di Covid-19 nessuno è ancora riuscito a risalire all’identikit del paziente zero. In ambito medico, e nel corso dell’andamento di un’epidemia, questo termine è utilizzato per descrivere il primo essere umano infettato da una malattia virale o batterica. Con le tecniche odierne di analisi genetica, unite a studi epidemiologici, gli esperti possono teoricamente ricostruire la diffusione di un virus, individuando anche le prime persone ad aver diffuso per prime quello specifico agente patogeno.

L’importanza derivante dallo svelare un simile interrogativo sta nel fatto che conoscere il paziente zero può aiutare a fare chiarezza su quando, come e perché è iniziata un’emergenza sanitaria. Per quanto riguarda il paziente zero della pandemia di Sars-Cov-2, come detto, la nebbia è ancora fitta. O meglio: il dibattito è ancora in corso. Secondo le autorità cinesi il primo caso di coronavirus sarebbe avvenuto lo scorso 31 dicembre a Wuhan. Da qui si sviluppa la narrazione del focolaio riscontrato nel mercato del pesce di Huanan, nel cuore della megalopoli dello Hubei. I primi pazienti, infatti, avevano come unico comune denominatore l’aver frequentato in tempi recenti il famigerato mercato, in seguito chiuso dall’amministrazione cittadina.

L’ipotesi più probabile

Uno studio pubblicato sulla rivista Lancet sostiene che la prima persona a cui è stato diagnosticato il Covid-19 (il primo dicembre 2019) non avrebbe avuto alcun contatto con lo Huanan Seafood Market. Secondo quanto riferito alla Bbc da Wu Wenjuan, medico dello Jinyintan Hospital di Wuhan, nonché uno degli autori dello studio, si tratterebbe di un uomo anziano di 70 anni affetto da Alzheimer.

“Viveva a quattro o cinque fermate dell’autobus dal mercato del pesce e, poiché era malato, praticamente non usciva”, ha spiegato il signor Wu. Oggi non sappiamo che fine abbia fatto quel cinese: se sia guarito o se sia morto. Sappiamo soltanto che all’epoca dei fatti è stato ricoverato in un ospedale di Wuhan e che, dopo un peggioramento delle sue condizioni di salute, è stato trasferito allo Jinyintan il 29 dicembre. A quanto pare nessun membro della sua famiglia avrebbe sviluppato febbre o altri sintomi correlati al Covid. Non ci sono altre testimonianze.

L’importanza del paziente zero

Se diamo un’occhiata a come si sono diffuse altre pandemie, scopriamo che sì, una singola persona è in grado – ovviamente in modo del tutto involontario – di provocare un’emergenza sanitaria su scala più o meno globale. Prendiamo l’epidemia di Ebola che ha messo in ginocchio l’Africa dal 2014 al 2016, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha ucciso oltre 11mila persone e infettato più di 28mila pazienti. La piaga è stata riscontrata in dieci Paesi africani, ma alcuni casi hanno riguardato anche Stati Uniti, Spagna, Regno Unito e perfino Italia.

Gli esperti hanno ipotizzato che il nuovo ceppo di Ebola responsabile della suddetta epidemia possa essersi originato in seguito all’azione di una sola persona. Un bambino di due anni della Guinea che si sarebbe infettato mentre stava giocando nei pressi di un albero abitato da una colonia di pipistrelli. Che qualcosa del genere possa essere accaduto anche per il Covid? Non è da escludere, anche se lo scenario è alquanto complesso. Della pandemia di Sars-CoV-2 non conosciamo praticamente niente: l’animale dal quale si sarebbe generata la zoonosi, il luogo del salto di specie, le modalità di trasmissione e, ovviamente, il paziente zero.

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