Tutti gli indizi portano dritti al mercato di Xinfadi, il più grande mercato all’ingrosso di carne, frutta e verdura di Pechino. È qui che le autorità cinesi hanno individuato un focolaio di Covid, lo stesso che, dall’11 giugno a oggi, ha già provocato 205 contagi. La capitale della Cina si è blindata per paura di trasformarsi improvvisamente in una seconda Wuhan. L’obiettivo del governo, adesso, è duplice: circoscrivere l’epicentro del contagio ed estinguerlo il più in fretta possibile.

Anche perché qualche funzionario inizia a preoccuparsi di quello che potrebbero pensare i cittadini, chiamati a nuovi sacrifici dopo il mezzo pasticcio iniziale commesso dagli amministratori locali dello Hubei. È dunque per questo che le autorità sono subito state chiare: non ci sarà un secondo lockdown sul modello di quello attuato a gennaio.

Alcune zone di Pechino saranno sottoposte a isolamento, mentre le centinaia di migliaia di persone transitate dal 30 maggio in poi dallo Xinfadi saranno sottoposte al test. Al momento nessuno conosce l’esatta origine del focolaio, così come nessuno è in grado di spiegare come abbia fatto il virus – probabilmente importato dall’Europa, sostengono le autorità – a insidiarsi tra i banchi del mercato.

Che cos’è e come funziona lo Xinfadi Market

Il mercato di Xinfadi è stato fondato nel 1988 a sud di Pechino, nei territori in cui sorgeva l’allora omonimo villaggio di Xinfadi, all’epoca ricco di appezzamenti di ortaggi. Come spiega nel dettaglio l’agenzia Xinhua, oggi lo Xinfadi Market fornisce circa il 70% delle verdure alla capitale, il 10% della carne di maiale e il 3% di manzo e montone.

In passato Xinfadi era un bazar di un ettaro con appena 15 impiegati amministrativi. In 30 anni questo piccolo mercato locale è cresciuto fino a diventare il più grande mercato all’ingrosso di prodotti agricoli di Pechino. Per rendersi conto delle dimensioni del luogo, basta leggere un paio di dati. Lo Xinfadi impiega 1.500 membri del personale direttivo e si estende per 1.120.000 metri quadrati (l’equivalente a 157 campi da calcio o 251 campi da football americano). Ospita 2mila cabine e oltre 4mila inquilini, oltre a 18mila tonnellate di verdure, 20mila tonnellate di frutta e 1.500 di frutti di mare, in aggiunta a carne e altri prodotti agricoli di vario tipo.

Xinfadi ha inoltre aperto 14 filiali in tutta la Cina e gestisce molteplici centri di produzione. Nel 2019 lo ha fatturato circa 18,6 miliardi di dollari, scambiando 17,5 milioni di tonnellate di prodotti. Tra gli oltre 4.600 mercati all’ingrosso nazionali di prodotti agricoli, si è piazzato al primo posto per ben 17 anni consecutivi in termini di volume di transazioni e fatturato. Prima che fosse chiuso dalle autorità, ogni giorno entravano e uscivano dal mercato 10mila persone.

Cosa è emerso dalle prime indagini

Le indagini sono attualmente in corso. Secondo quanto riferito da fonti di agenzia, esperti cinesi hanno riscontrato gravi contaminazioni di coronavirus nei padiglioni che vendevano carne e pesce (salmone). Il sospetto è che la bassa temperatura e l’elevata umidità dell’area possano aver agevolato la diffusione del virus.

“Tra i pazienti infetti che lavorano al mercato di Xinfadi (adesso chiuso ndr), la maggior parte serve nelle bancarelle di prodotti ittici, seguite dalla sezione carne di manzo e montone, e i pazienti del mercato dei frutti di mare hanno mostrato sintomi prima di altri”, ha spiegato Wu Zunyou, capo epidemiologo del Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie. A detta dell’esperto, le basse temperature favorevoli alla sopravvivenza virale potrebbero essere possibili spiegazioni del perché i mercati dei frutti di mare possono essere fonte di focolai. Dunque, nel mirino degli epidemiologi, non ci sarebbero soltanto i wildlife market ma anche i wet market. In ogni caso Wu ha avvertito che sono necessarie ulteriori ricerche.

Certo è che il virus si è già diffuso in nove degli undici distretti della capitale. Questa seconda ondata, hanno avvisato gli esperti, si sta espandendo anche in altre province, come ad esempio lo Hebei. Intanto, stando a quanto riportato dal Global Times, un ospedale di Pechino, il Peking University International Hospital, polo di prestigio della sanità cinese, è stato sottoposto a misure di isolamento dopo che un’infermiera è risultata positiva al Covid-19. L’infermiera è entrata in contatto con un paziente che ha contratto il coronavirus proveniente dal distretto di Haidian, a nord-ovest di Pechino, il 14 giugno scorso.

Dal momento che le origini temporali e fattuali del focolaio sono ancora avvolte nella nebbia, non ci sono notizie del presunto paziente zero. Anzi: tutto potrebbe addirittura essere partito non da un essere umano, ma da uno dei salmoni congelati importati dall’Europa e venduto sui banchi del mercato. Uno dei pesci, infatti, è risultato positivo al tampone; tracce virali sono inoltre state riscontrate su un tagliere usato per preparare l’alimento.

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