Le drammatiche immagini dei bambini coinvolti in alcuni dei conflitti più sanguinosi della Terra, come in Yemen, in Siria e a Gaza, vengono fatte circolare a periodi alterni in base al tipo di pressione mediatica che si vuole esercitare su un determinato tema. I piccoli martiri, in questo modo, vengono colpiti due volte: dai proiettili e dalla strumentalizzazione. La stessa che però non tiene conto del fatto che simili drammi non siano affatto stroboscopici, ma che ogni giorno, in tutto in mondo, ci sono milioni di bambini innocenti che per un motivo o per l’altro vivono separati dalle loro famiglie in condizioni di povertà, guerra, violenza.

La stragrande maggioranza di loro non viene salvata da gentili sconosciuti, non beneficia delle donazioni dei mecenati, non viene accolta in istituti e spesso non viene nemmeno registrata all’anagrafe. E le stime, seppur già sconvolgenti, sono tutt’altro che accurate. Attualmente le Ong specializzate nel settore hanno solo una vaga idea del numero reale di bambini costretti a sopravvivere senza le loro famiglie. Le cifre a cui si fa riferimento di solito parlano di 100 milioni di bambini di strada sparsi in tutto il pianeta, otto milioni assistiti in orfanotrofi e circa un milione privato della libertà, detenuto o imprigionato. Numeri per nulla aggiornati e soprattutto approssimati incredibilmente per difetto.

La stima di quanti vivono in istituti per orfani, ad esempio, è parecchio grossolana. Per alcune associazioni come ReThink Orphanages, questi sarebbero almeno il quadruplo e il fatto che non siano censiti non fa altro che renderli ancora più vulnerabili, come dimostrano recenti casi eclatanti di violenza su minori in contesti difficili. Si pensi a Matthew Durham, l’uomo originario dell’Oklahoma condannato per aver abusato sessualmente di bambini mentre prestava volontariato in un orfanotrofio in Kenya. È stato condannato a 40 anni di reclusione per aver stuprato ripetutamente tre ragazzine di 5, 9 e 15 anni e aver molestato un ragazzo di 12. A questo si aggiungano minacce come la malnutrizione, lo stress, l’ansia dai pericoli in cui incorrono e le restrizioni che cono costretti a subire. Traumi tali da riuscire ad avere un impatto significativo sul loro sviluppo. Il mese scorso, quasi 100 bambini sono stati trovati sull’orlo della fame negli orfanotrofi bielorussi. Una ragazza tra loro, a 20 anni, pesava solo 11,5 chili. In Cambogia, secondo un rapporto governativo del 2015, il 38% degli orfanotrofi non è mai stato ispezionato e uno su dieci non è stato registrato. Per tutta risposta, 3.500 bambini che vivevano in condizioni spaventose sono stati mandati a casa dalle loro famiglie. Sono ancora sotto gli occhi di tutti, poi, le immagini del campo profughi di Moria, sull’isola greca di Lesbo, in cui centinaia di bambini in fuga dalla Siria presentano sintomi di psicosi, hanno pensieri suicidi o hanno già tentato di togliersi la vita.

In generale, comunque, i bambini cresciuti in istituti statali hanno maggiori probabilità di rimanere intrappolati in un limbo di esclusione sociale per tutta la vita. In Russia, ad esempio, secondo uno studio della Banca Mondiale che risale al 2000 (e già il fatto che non esistano altri indicatori più recenti è eloquente), un terzo di loro diventa senzatetto, uno su cinque finisce con la fedina penale sporca e uno su 10 si suicida.

E i governi non possono certo ragionare politiche ad hoc per persone che nemmeno sanno che esistono. Popolazioni nomadi, rifugiati e appunto, orfani, sono difficili da censire per tempi, modi e budget, e nonostante più di 250 Ong abbiano chiesto all’Onu di includere questi bambini nel monitoraggio statistico per raccoglierli nei piani d’assistenza, i passi avanti sono ancora ben pochi. La campagna All Children Count, condotta da Lumos e SOS Villaggi dei bambini, lavora affinché il quadro di monitoraggio dei vari istituti assicuri che tutti i bambini che vivono al di fuori delle cure parentali siano rappresentati in dati disaggregati, e che i modi in cui questi vengano raccolti siano ampliati. E di molto.
Sotto questo tipo di pressione, ad esempio, l’Uganda ha introdotto una legislazione che richiede a qualsiasi istituto che si prenda cura di bambini di registrarli ogni tre mesi. Ma la sua applicazione pratica, a conti fatti, è quella che è. Nella succitata Cambogia, invece, la legislazione richiede che tutti i bambini negli orfanotrofi siano censiti presso un’anagrafe specializzata. La volontà politica, insomma, ci sarebbe, ma quello che manca sono i mezzi.
La campagna All Children Count va di pari passo con altre iniziative studiate per far sì che milioni di bambini non siano più invisibili. Già nel dicembre 2014, la risoluzione delle Nazioni Unite sui diritti dei minori ha richiesto uno studio globale sui bambini privati della libertà. Tra questi sono inclusi quelli in regime di detenzione penale, detenzione per immigrazione clandestina o che sono incarcerati con i loro genitori, in istituti (orfanotrofi, case per bambini disabili), coinvolti in conflitti armati e sono trattati come minacce alla sicurezza nazionale.

Dopo due anni di preparazione è stata di recente messa in piedi una task force con a capo un esperto indipendente, l’avvocato austriaco per i diritti umani Manfred Novak. La sua squadra ha elaborato un modello di censimento che è stato inviato agli stati membri dell’ONU, a cui viene richiesto di raccogliere dati più accurati possibile sul reale numero di bambini che rientrano nelle suddette categorie.
Il prossimo passo sarà quello di esplorare i modi in cui la tecnologia potrebbe essere d’aiuto per sottrarre all’oblio il maggior numero di bambini invisibili. Si potrebbero ad esempio aiutare le istituzioni a localizzare orfanotrofi privati non regolamentati attraverso la mappatura satellitare. Si potrebbero aiutare gli assistenti sociali a raccogliere e condividere informazioni sui bambini vulnerabili. Più in generale, si potrebbe migliorare l’efficienza delle indagini sulla raccolta dei dati. Ma, prima di tutto, è importante che vengano sviluppate delle linee guida sulla protezione dell’infanzia, dato l’altissimo livello di vulnerabilità dei bambini che vivono ai margini della società.
Di lavoro da fare ce n’è ancora parecchio, anche perché se si pensa che nemmeno nei paesi sviluppati, dove i censimenti vengono fatti ogni 10 anni e dove ogni anno vengono monitorati i dati relativi alle nascite e alle morti, si sia riusciti al momento a studiare un sistema per aggiornare la raccolta dati con regolarità, si può ben immaginare quale possa essere la situazione nei paesi col più alto tasso di natalità al mondo, che com’è noto non rientrano nella categoria (le 10 nazioni al mondo in cima alla classifica del “tasso di natalità grezzo” sono Angola, Niger, Mali, Uganda, Zambia, Burundi, Burkina Faso, Malawi, Somalia e Liberia). Ma l’esercito dei bambini fantasma continua a non fare notizia.