Il 23 agosto a Shali, a 35 chilometri da Groznyj, è stata inaugurata la moschea più grande della Russia e dell’Europa: è estesa su un’area di cinque ettari ed ha una capienza interna di 30mila fedeli, mentre il terreno adiacente può ospitarne fino a 70mila.

L’evento è stato ampiamente pubblicizzato, sia in Russia che all’estero, e ha visto la partecipazione di figure di primo piano del sunnismo mondiale: il ministro della tolleranza emiratino Sheikh Nahyan bin Mubara, il ministro degli affari islamici saudita Sheikh Abdullatif Al Sheikh, il presidente dell’International Islamic Charitable Organisation e politico kuwaitiano Amiri Diwan, e il segretario generale dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, Yousef Al Othaimeen.

L’inaugurazione del luogo di culto è avvenuta pochi giorni prima della ricorrenza del ventennale dei sanguinosi attentati ai palazzi del 1999, che fra 4 e il 16 settembre causarono 307 morti e 894 feriti da Mosca a Volgodonsk, fungendo da casus belli per lo scoppio della seconda guerra cecena.

A vent’anni da quei tragici eventi è giunto il tempo di fare un resoconto sulla situazione dell’insurgenza islamista e della radicalizzazione religiosa in Cecenia, che gli stessi analisti e politici russi ritengono sia uno stato nello stato, un’area grigia fuori dal controllo dello stesso Cremlino in cui le violenze potrebbero riesplodere da un momento all’altro.

Un feudo personale

Il clan Kadyrov ha giocato un ruolo significativo nelle dinamiche della piccola repubblica dalle mai sopite velleità secessioniste sin dallo scoppio della prima guerra cecena. All’epoca, Akhmad Kadyrov, attivista politico e gran muftì della repubblica non riconosciuta di Ichkeria, parteggiava per il leader separatista Dzhokhar Dudayev ed era in prima linea per l’arruolamento di combattenti alla causa cecena.

Allo scoppio della seconda guerra cecena, però, avvenne la svolta: Kadyrov offrì la propria consulenza al Cremlino, ottenendo in cambio un ruolo guida nell’amministrazione transitoria della repubblica e insediandosi alla presidenza nel 2003. Non riuscì a finire il mandato, cadendo vittima di un attentato di jihadisti ceceni l’anno seguente.

Nel 2007 uno dei suoi figli, Ramzan, che ricopriva il ruolo di primo ministro, fu nominato presidente attraverso un decreto firmato da Vladimir Putin e da allora ha costruito un sistema di potere in stile neosovietico, ricalcante la struttura delle dittature del Turkestan, che non è privo di controversie anche all’interno della stessa Russia.

La sicurezza del paese è affidata sia alle forze regolari di esercito e polizia che ai Kadyrovtsy, un corpo paramilitare formato da padre Akhmad allo scoppio della prima guerra cecena. Il gruppo è adibito anche alla protezione personale del presidente e dei suoi familiari e partecipa attivamente in omicidi su commissione di terroristi e criminali, ma anche di avversari politici e attivisti civili, come Natalya Estemirova.

Negli anni i Kadyrovtsy si sono infiltrati nel mondo criminale del Caucaso settentrionale, arricchendosi con traffici illeciti e dimostrando totale disinteresse nel sottostare agli ordini di Mosca: sono, infatti, stati segnalati casi di rapimento di ufficiali russi, anche del FSB, ad opera dei paramilitari a scopo di minaccia e pressione. Per queste ragioni, per molti paramilitari è stato emesso un mandato di cattura dalle autorità russe.

Ramzan è stato accusato dal politico russo Ilya Yashin di essersi arricchito utilizzando i fondi per lo sviluppo della repubblica stanziati da Mosca e di rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale. Il rapporto elaborato da Yashin, che copre un lungo periodo andante dal 2001 al 2014, ha evidenziato come il capitale entri in Cecenia attraverso la fondazione Akhmad Kadyrov, la quale non ha mai prodotto alcun documento finanziario per mostrare com’è stato utilizzato il denaro.

Nel rapporto si pone l’attenzione anche sui crimini del presidente ceceno, il cui nome è collegato ad omicidi eccellenti come quello della Estemirova, della giornalista Anna Politkovskaya, del politico Boris Nemtsov, del rivale Sulim Yamadaev, assassinato negli Emirati Arabi Uniti, e di Umar Israilov, sua ex guardia del corpo, assassinato in Austria dopo aver iniziato a denunciare tutte le ombre di Ramzan.

Un futuro incerto

L’ascesa della famiglia Kadyrov si è indubbiamente rivelata fondamentale nella stabilizzazione della repubblica e nel fornire supporto ai russi nella lotta ai secessionismi di ispirazione jihadista del Caucaso settentrionale, ma nulla è stato fatto per contrastare la radicalizzazione religiosa della comunità islamica – che è la fede maggioritaria della popolazione – e per sconfiggere definitivamente il terrorismo ceceno.

Sin dai primordi della sua carriera politica, Ramzan è stato accusato dai suoi detrattori di voler islamizzare la repubblica per via dei numerosi tentativi di aggirare l’ostacolo inamovibile della costituzione russa per porre in essere leggi contro il consumo di alcolici e il gioco d’azzardo, per introdurre la poligamia e lo studio obbligatorio del Corano e della shari’a nelle scuole.

Il presidente è anche intervenuto diverse volte, negli anni, sulla questione dei delitti d’onore, che sono una piccola piaga sociale nella repubblica, attribuendone la colpa non ai perpetratori, ma alle vittime, ossia omosessuali e donne. Coerentemente con la sua linea di pensiero, ha graziato diverse persone colpevoli di tale reato.

Kadyrov ha sempre respinto ogni accusa di avere piani per l’islamizzazione della Cecenia, sostenendo che il suo obiettivo è creare leggi che rispecchino l’identità musulmana del popolo ceceno e che, al contempo, siano conformi alla costituzione russa. La realtà, però, è che sanzioni informali e formali, punizioni, arresti, rigidi codici di abbigliamento e condotta, e propaganda, stanno effettivamente trasformando la Cecenia in una repubblica islamica in cui la minoranza russo-cristiana sempre più insicura, perché oggetto di crescenti attacchi e timorosa per il futuro, sta rapidamente emigrando altrove.

Il ritorno dello spettro terroristico

Per quanto Kadyrov abbia difeso le sue politiche di revivalismo islamico come un modo per ridurre estremismo e radicalizzazione, la Cecenia è uno dei luoghi che ha fornito maggiori combattenti stranieri all’esercito dell’autoproclamato Stato Islamico di Abu Bakr al-Baghdadi. Degli oltre 5mila jihadisti partiti dalla Russia, più di 3mila sarebbero ceceni, sebbene la scarsa collaborazione delle autorità locali renda difficile ogni valutazione.

La chiamata alle armi del califfo ha contribuito a fare luce su una realtà conosciuta, ma di cui si evita di parlare: la Cecenia continua ad essere lo stesso, pericoloso, paradiso del jihadismo che era negli anni ’90. Il risorgente terrorismo islamista ceceno colpisce nella Russia europea, ma non risparmia neanche la capitale, Groznyj, nella quale sono stati condotti recentemente attacchi contro le forze dell’ordine e i cristiani.

Kadyrov sta utilizzando la minaccia terroristica come una scusante per chiedere maggiori poteri d’azione a Mosca, fra i quali consentire al proprio corpo paramilitare di operare al di fuori della repubblica in operazioni di caccia all’uomo, sequestri e uccisioni, ma ciò che realmente preoccupa il Cremlino è ciò che accadrà a partire dal 2024, ossia nel dopo-Putin.

Il presidente russo è l’unica persona alla quale l’omologo ceceno risponde, ciononostante la sua uscita di scena, e la fine della pax putiniana, è attesa con ansia a Groznyj, dove le ambizioni di autonomia non sono mai morte, ma solo temporaneamente messe da parte. Radicalizzazione e jihadismo potrebbero servire a questo scopo non solo a Kadyrov, ma anche a potenze straniere interessate a incendiare il sempre-in-fermento Caucaso settentrionale: fomentare una nuova guerra e riportare la Russia nei turbolenti anni ’90.

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