Per capire l’impermeabilità del Giappone alle influenze esterne basta citare un paio di numeri. La popolazione giapponese è costituita da circa 127 milioni di abitanti, il 98,5% dei quali autoctoni. Le minoranze straniere abbracciano numeri irrisori da prefisso telefonico, come ad esempio lo 0,5% di coreani, lo 0,4% di cinesi e lo 0,6% di appartenenti ad altre etnie (da vietnamiti a filippini). I migranti sono pochissimi, e quei pochi che Tokyo ha accettato sono spesso finiti a vivere in un vero e proprio inferno. Già, perché la legge nipponica non fa sconti a nessuno e prevede, oltre a lunghi periodi di detenzione, un ferreo sistema di rilascio provvisorio, cioè una sorta di permesso temporaneo alla scadenza del quale, nella maggior parte dei casi, scatta una nuova detenzione per il richiedente asilo. Il circolo infinito ha portato molti immigrati a protestare, fare scioperi della fame e, in certi casi, anche al suicidio. Restare in Giappone è complicatissimo, visto che nel 2018 il governo nipponico ha accettato appena 42 domande su un totale di 10493. Anche se i migranti volessero ottenere l’asilo in un altro Paese, una volta nesso piede in Giappone difficilmente la loro richiesta troverà qualcuno disposto ad accoglierla. Il motivo è semplice: nessun governo ha intenzione di accogliere rifugiati da una nazione ricca come il Giappone.

Migranti e invecchiamento della popolazione

Fin qui abbiamo parlato di immigrazione. Consideriamo adesso il Giappone da un punto di vista demografico. Secondo alcune stime, entro il 2100 il Paese nipponico potrebbe perdere il 34% della sua già vecchia popolazione. Già, perché il 20% della popolazione locale, ovvero 27 milioni di unità, è composta da over 70 mentre gli under 14 costituiscono appena il 12,4% della torta. Questi sono i dati diffusi dal ministero degli Affari Interni e della Comunicazione giapponese nel 2017, e oggi è lecito aspettarsi un peggioramento. In ogni caso, il discorso da fare è semplice: il Giappone è sempre più anziano e privo di un adeguato ricambio generazionale. Come abbiamo visto, Tokyo non ha mai preso in considerazione l’idea di aprire le sue porte agli stranieri, eppure qualcosa cambierà molto presto. Anche perché il Giappone conta 1,6 posti di lavoro vacanti per ogni candidato, deve sopportare un debito pubblico pari al 250% del prodotto interno lordo insieme a un enorme macigno per quanto riguarda i costi di assistenza sociale.

Le novità sul rilascio dei visti

E così , negli ultimi mesi, il premier Abe Shinzo è stato costretto ad allentare la legge sul controllo dell’immigrazione. La legge prevede il rilascio dei visti a non giapponesi in cerca di occupazione all’interno di 14 settori lavorativi in carenza di manodopera. È stata poi creata una categoria speciale di visti, disponibile per gli stranieri dotati di competenze lavorative avanzate; inoltre da ora in avanti gli immigrati possono cambiare lavoro, accogliere le proprie famiglie in Giappone e diventare residenti permanenti. Tokyo ha provato di tutto per far fronte all’invecchiamento della sua popolazione: dal prolungamento delle pensioni all’utilizzo dei robot. Alla fine Abe è capitolato sui migranti, anche se le leggi nipponiche restano molto più ferree rispetto a quelle di tanti altri Paesi occidentali.

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