Calcio allo sbaraglio. la Copa America è un flop negli Usa, che nel 2026 organizzano i mondiali…

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Se i Mondiali sono una grande festa, la Copa América di quest’anno doveva essere il suo biglietto d’invito: il problema è che è stato pessimo. La Coppa del Mondo del 2026 si svolgerà in Nord America, divisa tra Canada, Stati Uniti e Messico, ma sarà essenzialmente un torneo statunitense: gli USA forniranno al torneo 11 stadi su 16, compreso quello che ospiterà la finale. Per questo motivo, la Copa América del 2024 era un modo per mostrare al mondo (del calcio) che gli Stati Uniti sono il Paese adatto per organizzare un evento di questo tipo.

La necessità è innanzitutto simbolica: gli USA non sono un Paese del calcio, sebbene da decenni stiano provando a radicarne la cultura tra i tifosi. Già un secolo fa avevano investito nella costruzione di un ricco campionato professionistico locale, il cui progetto era naufragato con la crisi del 1929. Ci avevano riprovato negli anni Settanta con la NASL di Pelé e dei New York Cosmos, ma nel giro di meno di un decennio tutte le società erano finite in bancarotta. Poi erano arrivati i Mondiali del 1994, tanto attesi quanto poco apprezzati per gli orari delle dirette, il caldo insopportabile e lo scarso spettacolo offerto dalle squadre in campo.

Per il 2026, gli Stati Uniti ambiscono a cambiare il loro ruolo nel soccer globale. Da qualche anno vediamo imprenditori nordamericani che acquistano importanti club di calcio in Europa (molti dei quali in Italia), e addirittura i vip di Hollywood stanno partecipando al progetto, a volte anche con docuserie collegate (si pensi a Welcome to Wrexham). L’aspetto mediatico è centrale nel progetto di conquista statunitense del pallone, e passa anche dall’enorme successo che sta riscuotendo CBS Sports Golazo. Le dirette dei match della Champions League calamitano sempre più pubblico sulla tv americana, e anche i tifosi negli stadi del campionato locale, la MLS, sono in costante crescita, e da ben prima che Leo Messi andasse a giocare a Miami.

La Copa América del 2024 doveva essere un altro step in questo ambizioso percorso, ma alla fine si è rivelata un colossale disastro sotto tutti i punti di vista. A partire dal suo annuncio, dato che parliamo del torneo simbolo del Sud America, quest’anno allargato anche ai club del Nord e Centro America e organizzato appunto negli USA (cosa già avvenuta, per la verità, nel 2016). Da qui in avanti, i problemi non hanno fatto che accumularsi, a partire dagli stadi semivuoti.

Qui il guaio, come segnalato dal Guardian, non è stata tanta la scarsa cultura calcistica degli statunitensi, ma una serie di imperdonabili errori di valutazione. Mentre si svolgeva il torneo, la stagione della MLS (che, a differenza dei campionati europei, si tiene durante l’anno solare) non è stata interrotta. Questo ha reso impossibile utilizzare gli stadi da calcio per la Copa, cosicché le partite sono state giocate nei colossali impianti del football americano. I prezzi dei biglietti sono schizzati alle stelle, molto più alti delle contemporanee partite degli Europei in Germania.

Negli USA, la maggior parte dei tifosi di calcio sono latinoamericani, tendenzialmente appartenenti a fasce piuttosto umili della popolazione, che quindi sono stati in gran parte esclusi dalla possibilità di seguire la Copa. Il resto del pubblico era composto soprattutto da turisti sudamericani, i quali però hanno scontato la scarsa competitività delle loro monete rispetto al dollaro. Una situazione che ha portato a organizzare la finale tra Colombia e Argentina inserendo nell’intervallo un concerto di Shakira, così da attirare un pubblico trasversale. Ma la popstar colombiana ha preteso (e ottenuto) di estendere l’intervallo da 15 a 25 minuti, contravvenendo alle regole della FIFA, e trasformando l’intervallo di un match di calcio nell’half-time show del Super Bowl.

Gli Stati Uniti hanno veramente fallito proprio dove erano tutti convinti risiedesse il loro punto di forza: la capacità pratica di organizzare un grande evento. La semifinale tra Uruguay e Colombia è stata segnata da violenze sugli spalti, nel settore dei famigliari dei giocatori uruguayani, con alcuni di questi che sono saliti tra il pubblico per difendere i propri parenti. Marcelo Bielsa, una delle figure più influenti del calcio mondiale, ha tenuto un’infuocata conferenza stampa per condannare l’accaduto.

Ma in finale la disorganizzazione ha nuovamente prevalso, con il personale dello stadio che si è rivelato incapace di gestire una grande quantità di tifosi arrivati alla partita senza biglietto, e che sono riusciti a infiltrarsi nella struttura da tutte le parti, compresi i condotti di aerazione.

“Spero che tra due anni il Mondiale si giochi in stadi da calcio, e non da football americano”, ha commentato, lapidario, il ct dell’Argentina campione Lionel Scaloni, confermando le parole di Bielsa. Ma paradossalmente la critica più pesante è arrivata da uno degli allenatori meno noti del torneo, il ct (statunitense) del Canada Jesse Marsh, secondo cui il torneo non è stato assolutamente “di livello professionale”. La prossima estate, gli USA avranno l’occasione per farsi perdonare, con l’organizzazione del discusso Mondiale per club: gli occhi del mondo del calcio saranno nuovamente puntati su di loro.