Il calcio al tempo della globalizzazione

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Calcio e politica s’intrecciano, vanno spesso di pari passo e questo perché ogni epoca ha il suo sport più popolare capace di catalizzare l’attenzione massima della popolazione: se nell’antica Grecia le Olimpiadi avevano addirittura il potere di interrompere i conflitti, nella Costantinopoli di Giustiniano la corsa delle bighe dava modo agli oppositori di coalizzarsi contro l’imperatore tanto che dall’unione di alcune tifoserie rivali nacque la ‘rivolta di Nika’. Oggi l’occidente ha la sua ‘religione sportiva’ nel calcio, sport sempre più universale ed esportato in tutto il mondo, se è vero com’è vero che anche in Cina è dovuto intervenire il governo per porre fine alle spese pazze fatte dai locali club per gli acquisti di tanti giocatori europei e sudamericani. Uno sport, il calcio, che non ha pari per diffusione e per peso politico ed economico: non tutti lo adorano, ma tutti alla fine conoscono i nomi dei suoi più noti campioni.

Questione di sponsorIn molti, negli anni, hanno provato a spiegare i successi di questo sport: in un certo senso, quando la società è diventata davvero ‘di massa’, il football si è trovato nel suo punto di massima espansione al di fuori dei confini inglesi (lì dov’è nata la sua versione più moderna) ed in molti stati europei e sudamericani questo nuovo sport ha iniziato subito ad appassionare, tanto da fare dei nascenti club un fulcro importante per le identità delle singole città. In poche parole il calcio è diventato uno sport di massa in una forma primordiale di società di massa e, in tal modo, ogni club ha iniziato a porre le proprie basi nel contesto sociale delle città che scoprivano questo sport: da qui le rivalità, a volte minori ed a volte importanti, che nel tempo poi non hanno mancato di avere connotazioni sociali e politiche.

A Barcellona la squadra ‘blaugrana’ è ‘Mes che un club’, il Camp Nou negli anni passati è stato l’unico luogo in cui poter parlare catalano, mentre i ‘Blancos’ di Madrid hanno nel nome quel termine ‘Real’ che li rende da sempre espressione della Corona spagnola; nei paesi baschi, l’Athletic Bilbao è la squadra basca per eccellenza che ancora oggi rifiuta giocatori al di fuori delle province basche, mentre i cugini di San Sebastian della ‘Real Sociedad’ sembrano voler legare maggiormente il proprio club alla cultura castigliana. Queste sono alcune delle rivalità, in Italia e nel resto del mondo sono numerosi i ‘derby’ tra società che esprimono due diverse identità o due modi distinti di concepire il tifo all’interno di una stessa città; il calcio quindi è un catalizzatore mediatico enorme anche (ma non solo) per questi motivi, il suo successo planetario però nel tempo ne ha fatto soprattutto una questione di business e di sponsor che nel corso degli ultimi stanno intaccando i suoi stessi simboli.

Niente croce sulle magliette dei ‘Blancos’Il calcio rimane uno sport eminentemente europeo e sudamericano, ma nel vecchio continente l’aumento di costi ed introiti relativi alla gestione di una società hanno via via portato all’introduzione di capitali soprattutto extraeuropei per mantenere in vita i principali club: nel 2003 è partito l’oligarca russo Abramovich, con l’acquisto del Chelsea, ad introdurre capitali freschi e pesanti nel calcio europeo, poi è stata la volta soprattutto di arabi e cinesi. Ed è da questo momento in poi che, il mondo del football, si trasforma da sport radicato sul territorio a principale visiva testimonianza della globalizzazione; le sponsorizzazioni provenienti da altri paesi diventano sempre più importanti nella vita dei club, tanto da cambiarne anche i loghi.

Il caso più recente riguarda il Real Madrid, che si affida alla vendita di gadget e magliette dei propri campioni per espandere il proprio marchio; nella zona del Golfo Persico, il club spagnolo ha affidato la propria pubblicità all’azienda Marka la quale però, per vendere nei paesi arabi, ha imposto una modifica al proprio logo: in particolare, è stata tolta la Croce posta sopra la Corona in quanto, secondo i principali esponenti dell’agenzia pubblicitaria, essa potrebbe offendere gli acquirenti nelle zone di competenza e quindi sarebbe forte il rischio di flop nelle vendite e di mancati guadagni per il Real. La squadra madrilena, sopra le proprie iniziali, ha sempre avuto il simbolo della Corona spagnola la quale, a sua volta, contiene la Croce che adesso è stata eliminata per motivi di sponsorizzazione; infuriano le polemiche sul web, i tifosi sono fortemente contrari a questa iniziativa e la questione in Spagna sta diventando anche di natura politica.

Il calcio specchio dell’Europa di oggiMa quello inerente il Real, non è certo l’unico episodio; diversi sono i casi in cui i club hanno cambiato nomi e loghi ed anche addirittura colori sociali per rispondere alle logiche delle corpose sponsorizzazioni straniere, piegando il mondo del calcio ai ‘valori’ odierni più vicini a quelli degli affari che a quelli sportivi. Il più clamoroso forse, è quello inerente il Cardiff City che, nella stagione 2012 – 2013, è stato acquistato dal magnate malese Vincent Tan, il quale impone il cambiamento dei colori sociali che passano quindi dal blu al rosso dopo più di 100 anni di esistenza del club; ufficialmente tale passaggio è giustificato dall’esigenza di rendere il Cardiff una squadra rappresentante dell’intero movimento calcistico gallese (la cui nazionale ha per l’appunto i colori rossi), ma in realtà il rosso è anche il colore preminente nello stemma dell’azienda del malese e la casacca della squadra diventa una mera icona pubblicitaria.

Etihad Stadium, Emirates Stadium, King Power Stadium, sono alcuni dei nomi degli impianti della Premier League, segno di un legame odierno delle società più con gli sponsor che con il pubblico e la loro storia, anche in Spagna lo stesso glorioso Santiago Bernabeu potrebbe diventare dal 2018 ‘Abu Dhabi Santiago Bernabeu’, in ragione di un prossimo contratto di sponsorizzazione che riguarderà ancora una volta il Real Madrid. Le sponsorizzazioni nel mondo del calcio sono entrate negli anni 60 e 70, ma spesso esse hanno portato le insegne di aziende legate al territorio dove ha sede la squadra ed hanno perlopiù riguardato scritte a bordocampo o sulla maglia; oggi invece, si assiste ad un peso sempre più marcato assunto dalle pubblicità, dagli sponsor e, più in generale, dal mondo economico e finanziario internazionale.Ogni epoca, come detto all’inizio, ha il suo sport più popolare; in un’Europa ed in un occidente sempre più legato al valore del denaro, il credo sportivo è maggiormente riposto in una disciplina, come quella calcistica, ad oggi totalmente piegata alle logiche economiche ed affaristiche che l’hanno trasformata nel più lampante esempio di ciò che vuol dire vivere nell’attuale contesto globalizzato: via i simboli, via i colori di sempre, via ogni legame con la storia, via ogni residuo di sentimento ed umanità da uno sport che ha sempre regalato emozioni in tutti i continenti, dentro invece con loghi e nomi di aziende, multinazionali e fondazioni assolute protagoniste dell’odierno scenario economico globale. Il discorso non riguarda solo il calcio ma, più in generale, esso è estensibile a tutto il movimento olimpico e sportivo, pur tuttavia per ovvie ragioni esso è più visibile nel mondo del pallone;  ad ogni epoca il suo sport e la sua concezione di sport: nella nostra di epoca, il mondo sportivo è più che mai specchio di una decadente globalizzazione.