Giorgia Meloni ha annunciato un imminente provvedimento per vietare il burqa e il niqab nelle scuole italiane, sostenendo che «nessuno, in nome di una vera o presunta tradizione, può decidere che una giovane donna debba nascondersi». Una motivazione, come si vede, di sapore femminista. Del resto è stato questo governo, di centrodestra, il primo capeggiato da una donna (e il primo guidato da chi proviene da Alleanza Nazionale, ex Movimento Sociale), a introdurre in Italia il reato di femminicidio. Ma se si approfondisce la materia ci si può facilmente accorgere che il movente politico dell’iniziativa, ammesso e non concesso che il velo islamico rappresenti un problema impellente, è sicuramente un altro.
I tipi di velo islamico
Innanzitutto, come non si stancano di ripetere gli esperti di Islam, di veli femminili, nel variegatissimo mondo musulmano, ce ne sono diversi. E questo perché nel testo sacro dei seguaci di Maometto, il Corano, non si trova un preciso obbligo a riguardo, ma solo un paio di passaggi (sure 24 e 33) in cui è prescritto genericamente di coprire il corpo delle donne «fin sul petto». Ora, detto che la velatura per le donne caratterizzava tutte le civiltà pre-islamiche, da quella persiana a quella greco-romana fino agli albori della cristianità (prima lettera di san Paolo ai Corinzi, sulla preghiera), la tipologia in uso attualmente vede al primo posto, per diffusione, l’hijab, un foulard per i capelli; poi c’è il niqab, che fascia la testa lasciando visibili solo gli occhi, e che è un’introduzione degli integralisti salafiti, presente quasi solo nella penisola arabica; stessa fessura libera anche nello chador, un telo associato soprattutto all’Iran, che però riveste l’intero corpo; infine, il famigerato burqa, che avvolge integralmente anche gli occhi schermandoli con una retina, ma che è un abito regionale della zona afghano-pakistana risalente a prima del Novecento. Ed è solo con i Talebani al governo a Kabul, prima nel 1996 e poi dal 2021, che è divenuto obbligatorio, per altro nel solo Afghanistan. La stragrande maggioranza delle musulmane del pianeta, insomma, non indossa né burqa né niqab. Comprese quelle che vivono in Italia.
Sicurezza e libertà di religione
Sul suolo italiano, secondo i dati di Open Migration, sarebbero presenti a tutt’oggi poco più di 17 mila afghani, solo in parte accolti cinque anni fa come richiedenti asilo dopo la fuga della coalizione occidentale sconfitta dai Talebani. Non risultano però evidenze, né tanto meno statistiche, sulla presenza di burqa negli istituti scolastici del nostro Paese. Oggettivamente, quindi, una “emergenza burqa” non c’è. Diverso il discorso per il niqab. Secondo il sociologo Stefano Allievi, docente a Padova e autore di svariati studi sull’Islam, su questo fronte i «numeri sono ancora risibili». Tuttavia il tema qui esiste, ma ha a che fare con la «copertura del viso» e con la «copertura del capo» (L’Altravoce, 22 settembre 2026). Ma ciò attiene alla normativa, contenuta nel Testo unico di pubblica sicurezza, che impedisce di circolare pubblicamente nascondendo il volto, appunto. O che vincola a scoprirlo su richiesta di un pubblico ufficiale, per esempio per chi va in giro con la sciarpa sulla faccia o con il casco in moto. Nel 2015 la Procura di Torino ha archiviato la denuncia di un cittadino contro una donna islamica che portava il niqab (e che non si era sottratta alla richiesta di levarselo per mostrarsi) in base all’articolo 19 della Costituzione che tutela la libertà di religione.
Neanche un migliaio di ragazze
In linea di diritto, sembrerebbe dunque che secondo la nostra legislazione il limite sia costituito dalla riconoscibilità facciale, non dall’adesione a una tradizione («vera o presunta», sottolinea la premier, intendendo forse, chissà, proprio il fatto che le usanze musulmane, come si è visto, divergono). Nel 2008, con la sentenza 3076, il Consiglio di Stato legittimava addirittura lo stesso burqa, considerato come «attuazione di una tradizione di determinate popolazioni e culture». Non escludeva, tuttavia,che «in determinati luoghi o da parte di specifici ordinamenti possano essere previste, anche in via amministrativa, regole comportamentali diverse incompatibili con il suddetto utilizzo, purché ovviamente trovino una ragionevole e legittima giustificazione sulla base di specifiche e settoriali esigenze». Come quelle scolastiche, per esempio. Ma quante alunne di fede islamica sarebbero interessate dal nuovo divieto? Anche qua: censimenti non sono disponibili. Secondo il giornale di settore Tecnica della Scuola, in tutto il territorio nazionale si può molto approssimativamente stimare circa 5-600 ragazze col niqab. È un calcolo, va detto, poco più che spannometrico. Quel che è certo è che si tratta di un’esigua minoranza.
Campagna elettorale
Al di là dell’opinione che ciascuno può avere, resta l’interrogativo: perché la Meloni ha voluto rilanciare una questione obiettivamente marginale proprio ora, dopo quattro anni che siede a Palazzo Chigi, e senza neppure un aggancio, come di solito avviene, a qualche fatto di cronaca particolarmente eclatante? Le risposte possibili sono due, e una include l’altra. La prima è che l’Islam rappresenta, nell’immaginario dell’elettorato di destra, qualcosa di minaccioso, un corpo estraneo di regola associato al terrorismo e al divario culturale fra l’Occidente, eletto a patria della libertà, e gli altri sistema valoriali e di vita. Di qui il marcare l’elemento di costrizione misogina che il velo comporterebbe (ma che non è detto vi sia: se ci sono senz’altro figlie a cui i genitori lo impongono, possono esserci anche casi di uso volontario). La seconda, ovvia, è che si è aperto il periodo pre-elettorale, e il ricorso polemico a simboli, in questo caso negativi, serve a lanciare parole d’ordine di sicuro effetto propagandistico. Si pronuncia “burqa”, si legge “brivido, orrore e raccapriccio”. Fa parte del gioco di posizionamento e mobilitazione politica. Per giunta a costo semi-zero, visto che, a farla grande, si parla di intervenire su un migliaio di persone. Che però, cittadine italiane o no, sono comunque persone. Non bandierine da campagna elettorale.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

