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Bruxelles 2021 come Malmo 2020 e come Londra 2011 e Parigi 2005: metropoli cosmopolite, o meglio città globali, che producono e concentrano enormi ricchezze, dalla cui prestazione dipende l’intera andatura dell’economia nazionale e la cui nomea viene periodicamente macchiata da maxi-rivolte urbane, attentati, guerre civili molecolari e faide del crimine organizzato.

Bruxelles come Malmo, Londra e Parigi, perché, dietro le vetrine brillanti di città-modello, apparentemente pervase da un benessere onnipresente e dove ognuno ha l’opportunità di cambiare (in meglio) la propria esistenza, si nascondono le mille contraddizioni promananti da modelli produttivi che incentivano una mobilità sociale asimmetrica e da modelli di integrazione fallimentari che creano società parallele, esacerbano le animosità interetniche e facilitano l’attecchimento di radicalismi politici e religiosi.

Le esplosioni di rabbia dei ghetti riguardano l’intera Europa occidentale, dalla Germania alla Francia, passando attraverso Svezia, Austria, Paesi Bassi e Portogallo, e, alla luce del loro incremento in frequenza e violenza, devono essere trattate per quello che sono: una questione di sicurezza di prim’ordine. L’ultimo episodio di ghetto in rivolta ha avuto luogo nella giornata del 14 gennaio a Bruxelles, capitale del Belgio e sede delle principali istituzioni europee, ed è terminato con un bollettino di guerra.

La giornata di scontri

Le strade della capitale belga sono precipitate in un vortice di intensa violenza nel tardo pomeriggio del 14 gennaio, quando, almeno cinquecento persone, hanno dato vita ad una guerriglia urbana al culmine di una protesta di Black Lives Matter e altre sigle contro l’operato delle forze dell’ordine, accusate della morte di un 23enne, Ibrahima Barrie, e, in linea generale, di brutalità e razzismo sistemici nei confronti delle comunità araba e subsahariana.

I disordini erano stati, molto probabilmente, preparati in anticipo: i riottosi, infatti, disponevano di varie armi improprie, in particolare pietre, petardi pesanti e bottiglie molotov, e, inoltre, mentre una parte di essi impegnava i reparti antisommossa, un secondo gruppo assaltava e incendiava una stazione di polizia.

Nella guerriglia urbana è rimasto coinvolto anche il re Filippo, la cui automobile è stata riconosciuta dalla targa e, come documentano le prove fotografiche e videografiche, per diversi minuti è rimasta vittima dei tafferugli, protetta dalla furia dei riottosi da un cordone di poliziotti. Il bilancio della serata di scontri è pesante: 116 arresti, 5 poliziotti feriti.

La causa scatenante

Le origini della rabbia alla base della guerriglia urbana del 14 gennaio sono profonde e hanno a che fare con l’esistenza di un “doppio Belgio” in cui coesistono forzatamente due realtà antipodali: un centro ricco, costruito dagli europei per gli europei, ed una periferia povera, costruita dagli europei per ammassarvi gli immigrati provenienti da Medio Oriente, Nord Africa e Africa subsahariana. Centro e periferia non comunicano, parlano lingue diverse, professano fedi diverse, e quando si incontrano, si scontrano.

Un incontro che ha condotto allo scontro; questo è accaduto nella giornata del 9 gennaio, il momento in cui tutto ha avuto inizio. Quel pomeriggio, nella centrale Place du Nord di Bruxelles, Ibrahima Barrie, un 23enne di origini subsahariane, viene sorpreso da una pattuglia a violare “le misure in vigore nel contesto della crisi sanitaria“ e fermato per accertamenti.

Il controllo degenera molto rapidamente: Barrie, alla richiesta di spiegazioni, si limita ad estrarre il proprio cellulare per filmare i poliziotti, dopo di che, all’ordine di identificarsi a mezzo carta di identità, reagisce con un inaspettato tentativo di fuga. Sarà esattamente per quest’ultimo motivo che, Barrie, una volta catturato, verrà portato in commissariato: il suo comportamento sospetto.

A distanza di circa un’ora dal fermo, dagli uffici della polizia giunge una chiamata richiedente un pronto soccorso: Barrie è svenuto, ha perduto i sensi e gli agenti non riescono a rianimarlo. Trasportato all’ospedale di Saint-Jean in stato di incoscienza (e con alcuni lividi), viene dichiarato morto alle 20,22 per arresto cardiaco. Il resto è già storia, o meglio cronaca, e sull’accaduto sta indagando un comitato ad hoc a cui spetterà il compito di confermare o smentire i risultati dalla prima autopsia.

Il Belgio invisibile

Bruxelles come Parigi si è scritto e, in effetti, numeri alla mano, lo spettro di una guerra civile provocata da tensioni interetniche sembra aleggiare anche sul cuore pulsante dell’Ue. Fra il 2011 e il 2020 è diminuita la percentuale dei belgi etnici sul totale della popolazione, passando dal 74,3% al 67,9%, un evento da ricondurre primariamente all’aumento dei residenti di origine marocchina, francese e turca.

Ad ogni modo, la composizione identitaria del Belgio è molto più variegata e sfugge alle statistiche e ai censimenti per un fatto molto semplice: come in Francia, vige il divieto di raccogliere dati riguardanti etnia e religione. Da Antwerp a Bruxelles, pullulano i quartieri multietnici in stile Molenbeek dove i belgi etnici rappresentano il gruppo minoritario e in cui la lingua franca è l’arabo.

Questi ghetti sono il volto del Belgio invisibile, la periferia dimenticata dal resto della società, condannata e rinchiusa in uno stato di segregazione sociospaziale, e del cui rancore si nutrono criminalità e terrorismo. A Molenbeek, l’area ad accesso vietato più celebre del Belgio, sono nati, cresciuti o hanno soggiornato una serie di volti noti dell’internazionale jihadista: Hassan el-Haski (attentati di Madrid del 2004), Mehdi Nemmouche (attentato al museo ebraico di Bruxelles del 2014), i fratelli Abdeslam, Mohamed Abrini e Abdelhamid Abaaoud (attentati di Parigi del 13 novembre 2015).

Terrorismo a parte, il Belgio invisibile è anche il luogo in cui si originano rivolte come quella del 14 gennaio. Lo scorso 11 aprile il quartiere di Anderlecht, periferia di Bruxelles, era stato messo a fuoco per una notte intera dopo la morte di un 19enne di origini magrebine di nome Adil. L’adolescente, fuggito ad un posto di blocco in sella al proprio motorino, si era schiantato nel corso dell’inseguimento. Anche all’epoca, le forze dell’ordine erano state accusate di razzismo e la periferia era esplosa. La notte di insurrezione si era conclusa con autovetture date alle fiamme, vari feriti e più di quaranta arresti.