Breve guida per manifestare senza prendere (e dare) legnate

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Nell’ultimo periodo si è discusso spesso di come sono state gestite le manifestazioni in Italia. Dalle proteste in seguito al femminicidio di Giulia Cecchettin, alle manifestazioni per i diritti delle donne, da quelle pro-Palestina fino ai raduni davanti ai cancelli Rai a seguito del controverso comunicato post Festival di Sanremo. Anche il caso Ilaria Salis ha a che vedere con le manifestazioni, all’estero in questo caso. Sono emersi molti dubbi sulla legittimità dell’uso della forza da parte degli agenti.

Manifestare è un diritto garantito dall’articolo 17 della Costituzione italiana, dove si legge che tutti i “cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso“. Allo stesso tempo, la presenza degli agenti è prevista per tutelare tutti i cittadini ed evitare spiacevoli epiloghi, sebbene la realtà sembri dimostrare il contrario.

In tal senso è bene essere consapevoli dei diritti dei cittadini in caso di manifestazione. In primis, se quest’ultima si svolge in luogo pubblico, bisogna dare un preavviso in Questura di almeno 3 giorni. È possibile farlo compilando l’apposito modulo disponibile sul sito internet della Polizia di Stato. Nella comunicazione va specificato quando si terrà, in che luogo, il percorso previsto, le motivazioni e una stima dei partecipanti attesi. Il questore potrebbe modificare le modalità di svolgimento e i tempi per ragioni di ordine pubblico, moralità o sanità pubblica e potrebbe anche decidere di non autorizzarla. Nel caso siano necessarie modifiche al programma, dopo la prima comunicazione bisognerà presentare nuovamente la richiesta.

Durante la protesta è importante essere riconoscibile, non coprire il volto neanche con un casco protettivo. In tal caso si potrebbe incorrere nell’arresto da 1 a 2 anni. La manifestazione, inoltre, deve essere dichiaratamente pacifica e per nessun motivo è ammesso l’utilizzo di armi, intese in maniera estensiva.

Se non viene dato alcun preavviso, la manifestazione viene definita non autorizzata, come nel caso degli eventi di Pisa del 23 febbraio. Può succedere che gli organizzatori decidano di manifestare ugualmente anche senza autorizzazione o che per altri motivi o per semplice ignoranza e dimenticanza, non l’abbiano richiesta. La faccenda è più grave di quel che può sembrare, perché il preavviso è un obbligo della legge e se non rispettato prevede sanzioni nei confronti degli organizzatori che possono arrivare anche alla reclusione, nel minore dei casi si tratta di una multa. È a discrezione del questore la decisione sui provvedimenti nei confronti di chi ha preso parte alla manifestazione non autorizzata, mentre non rischia niente chi, su invito delle autorità, abbandona la manifestazione prima del termine.

Quando agiscono le autorità

Ci sono casi in cui le autorità possono obbligare a interrompere la protesta e agire con la forza, ad esempio in caso di condotta sediziosa, ovvero per l’utilizzo di una bandiera simbolo di sovversione sociale, che sia ritenuta pericolosa o lesiva del prestigio dell’autorità, o con azioni dirette a fomentare o promuovere un’aperta rivolta contro i poteri costituiti. Prima di agire, la polizia dovrebbe intimare i manifestanti a sciogliere la manifestazione per almeno tre volte in modo chiaro e distinto con le parole o tre squilli di tromba e, se i partecipanti non dovessero disperdersi, gli agenti possono intervenire con l’uso della forza nei limiti stabiliti dalla legge.

Essi, infatti, possono agire solo se c’è un pericolo per la pubblica sicurezza o una minaccia concreta e la reazione non può essere indiscriminata. L’uso delle armi e di strumenti di coazione fisica può essere impiegato per vincere resistenze, impedire violenze e in casi di gravi delitti. Può inoltre essere utilizzata la violenza per legittima difesa, purché sia proporzionale all’offesa. In caso di manifestazioni sediziose, la polizia può quindi caricare la folla quando non obbedisce all’ordine di disperdersi. Questo può avvenire quando ad esempio la folla è determinata a superare un certo limite nello spazio, ma non sempre è giustificato in questi casi l’uso dei manganelli.

L’uso del manganello deve necessariamente essere limitato alle aree muscolari di cosce e braccia e devono assolutamente essere evitate zone sensibili come la testa. Le cronache degli ultimi mesi, invece, riportano abusi nell’utilizzo dei manganelli e della violenza in generale, dimostrando l’esistenza di un reale problema. Lo scopo dell’azione dei poliziotti dovrebbe essere quello di far sciogliere la manifestazione e non punire i manifestanti indifesi, salvo casi in cui il pericolo è palese.

Bisogna tenere a mente anche cosa dice la legge in merito all’accusa di resistenza a pubblico ufficiale. Infatti, se si usano violenza e minacce per opporsi ad un pubblico ufficiale mentre quest’ultimo compie un atto di pubblico ufficio si può rischiare dai 6 mesi fino a 5 anni di reclusione. Ad esempio, non bisognerebbe utilizzare espressioni ingiuriose, ovvero che dichiarino la volontà di ostacolare l’atto di ufficio; non si intende però un mero sfogo verbale.

Si può essere accusati di resistenza anche in caso di fuga, quando vengono messe in pericolo le altre persone e se si costringono gli agenti a manovre pericolose, ma anche in caso di atti lesivi nei confronti altrui o autolesionistici. Non si è punibili solo quando è il pubblico ufficiale ad aver innescato la reazione agendo oltre i limiti delle sue attribuzioni, ma in questo caso è necessario un atto del tutto arbitrario. Bisognerebbe comunque evitare di utilizzare oggetti che possano essere identificate come “armi improprie” e, in caso di potenziali scontri, bisogna cercare di mantenere un atteggiamento comprensibilmente pacifico. Qualsiasi ribellione, in questi casi, può essere interpretata come resistenza o addirittura come opposizione.

La richiesta di visionare i documenti durante le manifestazioni, benché in qualche caso si possa discutere sulle motivazioni di tale richiesta, è assolutamente legittima in qualsiasi momento. Le forze dell’ordine possono chiedere l’identità anche senza un apparente motivo. In questi casi, però, il cittadino ha il diritto di chiedere all’agente di identificarsi a sua volta mostrando il tesserino con il codice di matricola, soprattutto se in borghese. In quest’ultimo caso, se dovesse rifiutare di farlo senza giustificarne il motivo, non si è più obbligati ad eseguire i suoi ordini, a meno che non sia un agente in divisa. Nel momento in cui l’agente si qualifica o se è in divisa bisogna mostrare un valido documento di identità.

In caso di rifiuto da parte del cittadino o di false generalità, le autorità possono portare la persona in questione in commissariato per accertamenti. Una volta in caserma, possono trattenere per il tempo strettamente necessario all’identificazione, cioè non più di 24 ore. Devono inoltre tenere l’individuo in una cella con persone dello stesso genere e, passate le 6 ore, si ha diritto a ricevere i pasti. Al rilascio, sono tenuti a restituire tutti gli effetti personali eventualmente sequestrati.

In caso di arresto, invece, dovranno portare l’interessato dal Pubblico Ministero seduta stante e informare l’avvocato di riferimento e in sua assenza sarà assegnato un difensore d’ufficio. In tal caso si deve ricevere chiare informazioni scritte circa i propri diritti, come il diritto di sapere di cosa si è accusati, di avere un interprete in caso non si parli l’italiano, di ricevere cure mediche d’urgenza, di avvalersi della facoltà di non rispondere e di informare la famiglia o, nel caso di stranieri, le autorità consolari.

La polizia ha il dovere di gestire le manifestazioni senza l’uso della forza, quando non strettamente necessaria. Inoltre, non dovrebbe apparire intimidatoria, magari con uno schieramento di agenti troppo numeroso, poiché potrebbe dare l’impressione di essere una minaccia per i manifestanti e non un supporto, come dovrebbe essere.