Corpi vessati e cerei, dai volti cancellati. Lenzuola bianche che diventano catene ai piedi e bende sugli occhi, letti usati come sbarre delle celle, dove rimangono a braccia legate, strette dietro la schiena. Sono le infanzie rubate dei bambini che la Bosnia ha costretto nelle camicie di forza. Minuscoli, inermi prigionieri, torturati da chi doveva prendersi cura di loro.

Presentate in Parlamento a Sarajevo il 20 novembre scorso, – giornata internazionale dei diritti dei bambini -, da Sabina Cudic, membro del partito Nasa Stranka, le fotografie del bieco quotidiano dei minori dell’Istituto Pazaric, periferia della Capitale, sono rimaste negli occhi e nelle coscienze di migliaia di persone che nella città il giorno dopo hanno bloccato la strada principale verso gli edifici governativi. I bosniaci hanno alzato testa, voci e braccia per agitare cartelli dove c’era scritto: “Za nasu djecu”, per i nostri bambini. Le urla hanno raggiunto le finestre dei piani alti del potere per richiedere l’apertura di un’indagine e punizione dei responsabili.

“Troppo arrabbiati per non agire”. La manifestazione, “spontanea e non organizzata, è stata la reazione immediata di parenti delle vittime, comuni cittadini, famiglie, società civile. Troppo imbarazzante sarebbe stato per il Paese non rispondere”. La voce di Semir Mujkic, giornalista investigativo, editor capo del network Birn per la Bosnia-Erzegovina, arriva netta dalla Capitale logorata.

Cosa accadeva tra le mura e le porte chiuse dell’Istituto Pazaric si sapeva da anni.

Quelle non sono foto di un caso isolato ed è questa la notizia. La maggior parte delle strutture per bambini affetti da disabilità, dove vengono assunti parenti o amici dei politici, funziona così

Un’analisi di ritorno che tratteggia un Paese in bilico. Per Mujkic quei bambini bendati sono solo l’ultimo, nuovo volto di un vecchio nemico: la corruzione, endogena e corrosiva, che attanaglia Sarajevo e flagella la Bosnia da tempo.

“L’intero Stato è tenuto prigioniero dalla corruzione: è ovunque e onnipresente, niente funziona senza in questo Paese. È il metodo per ottenere qualsiasi cosa ti venga in mente, dal ricovero in ospedale all’apertura di un negozio, serve perfino per ottenere la targa dell’auto”. Una pianga che affligge la nuova generazione bosniaca, già vizza e incapace di credere che le cose cambieranno: “per questo migliaia di giovani emigrano verso Stati Uniti, Austria, Germania”.

Da una scrivania piena di inchieste sulla delinquenza balcanica chiosa del suo ultimo auspicio interdetto: “Pensavamo che queste manifestazioni fossero il preludio di proteste più ampie e collettive, quello che ormai da anni aspettiamo, affinché le cose cambino”. Una speranza nuovamente delusa dopo i disordini scoppiati in diverse città bosniache nel 2014, quando durante le sommosse alcuni palazzi del governo sono andati a fuoco. Il risultato fu molta cenere e poco cambiamento. Nel 2018 nuove marce hanno attraversato il Paese per chiedere “pravda za Davida”, la verità sulla morte del 21enne David Dragicevic a Banja Luka, città della Republika Srpska, una delle due entità che compongono la repubblica parlamentare federale. Allora nel mirino c’erano politici chiave tacciati di proteggere gli assassini del giovane. “E adesso nella città è praticamente impossibile scendere in strada”.

La guerra è finita nel 1995, ma in queste fotografie sono ancora visibili le sue conseguenze. “Anche in Yugoslavia si viveva di piccoli favori, ma tangenti e favoritismi sono aumentati durante e dopo il conflitto. La corruzione bosniaca è una tradizione culturale che prescinde dalla fase storica, la cosa peggiore è che adesso le persone si sono abituate”.

Sarajevo, trafitta ed incompiuta. Ora politici riluttanti sono impegnati in una maratona di reciproche accuse, autorità pavide traballano dall’imbarazzo per non poter trascurare la richiesta di giustizia collettiva, “dove però i colpevoli pagheranno solo se la pressione della piazza continuerà”. I bambini di Pazaric verranno dimenticato alle prossime elezioni del 2020, dove “l’unica e sola narrativa dominante sarà chi ha odiato più chi nell’ultima guerra e quando scoppierà la prossima”. Per il giornalista questa realtà è ormai ragionevole certezza. “Anche se adesso sceglieranno una persona corretta per la direzione dell’Istituto, non sono sicuro che un singolo individuo riesca a cambiare l’intero apparato. Queste sono le prove di decenni di negligenza. Queste non sono le immagini di un’eccezione, queste sono le fotografie dell’intero sistema”.

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