Jair Bolsonaro ha conosciuto un inizio problematico nel suo mandato da Presidente del Brasile, avendo incontrato difficoltà nell’implementazione di un’agenda politica ambiziosa, fondata sulla volontà di imporre uno shock pro-business all’economia, di ridimensionare il deficit e di aumentare gli standard securitari del gigante latinoamericano. La scarsa predisposizione alla mediazione, compito obbligatorio in un Parlamento composto da oltre trenta partiti, il contrasto tra le diverse anime del governo, riflesso dei gruppi d’interesse che hanno sostenuto la sua ascesa al potere, e una mancanza di chiarezza decisionale hanno fatto precipitare il grado di approvazione di Bolsonaro tra i cittadini al 30%.

Particolarmente doloroso, per Bolsonaro, è stato il progressivo distacco da posizioni a lui favorevoli delle alte sfere dell’esercito, istituzione in cui il Presidente ha servito con il ruolo di capitano. La classe dirigente militare brasiliana è stata ampiamente favorevole a Bolsonaro ed è stata ricompensata con otto ministeri più la vicepresidenza, assegnata all’ex generale Hamilton Mourao. Tuttavia, nel momento in cui Bolsonaro ha iniziato a individuare la politica estera come il campo d’azione privilegiato in cui far valere la sua azione autonoma, qualcosa è cambiato. Ai militari, fortemente nazionalisti, non è andato giù il fatto che Bolsonaro avesse abbandonato il multilateralismo, foriero di prestigio per Brasilia agli occhi di numerosi Paesi dell’area e in via di sviluppo, per diventare un bastione degli Stati Uniti in America Latina. Non hanno compreso le velleità militari di Bolsonaro contro il Venezuela Nicolas Maduro, nè prese di posizioni irrealistiche come la volontà del potente figlio del Presidente, Eduardo, di dare al Brasile un arsenale atomico.

Come cambiare questa situazione? Bolsonaro ha iniziato a pensare di garantire ai militari un ruolo più incisivo nella società attraverso le scuole militari. Bastioni educativi posizionati in città problematiche, le scuole militari brasiliane formano bambini e ragazzi dai 6 ai 17 anni sotto la diretta guida di esponenti dell’esercito. “Le scuole rimangono pubbliche, ma a gestirle sono i militari che godono di ampia autonomia”, scrive La Stampa. A Goias, città in cui il quotidiano torinese ha realizzato un reportage sul tema, sono 61, “in tutto il Brasile ce ne sono 212, ma il presidente Bolsonaro ne vuole almeno un centinaio in più sotto il suo mandato. La differenza con gli altri istituti statali è enorme sia in termine di infrastrutture (edifici, palestre, laboratori, piscine) che nella continuità dell’ anno scolastico, già che è praticamente impossibile che i professori aderiscano a scioperi di categoria o gli studenti organizzino manifestazioni o assemblee”.

I fautori dell’ampliamento delle scuole militari sostengono che i loro alunni ottengono migliori risultati nei test universitari, si posizionano alti nei concorsi d’accesso a forze dell’ordine e apparati di sicurezza, sono disciplinati e attivi nella società. Gli oppositori criticano la militarizzazione delle scuole come un favore fatto da Bolsonaro ai militari, sostenendo al contempo che rientri in un progetto politico di diffusione dei temi che hanno portato l’ex capitano a Brasilia e che nelle scuole militari viga la censura su temi come la storia della dittatura militare finita negli Anni Ottanta, di cui Bolsonaro era ai tempi sostenitore.

Quel che è certo è che il Presidente non può fare a meno dell’appoggio delle forze armate, e non disponendo di un esercito impegnato in scontri sul campo o operativo in teatri caldi, lo dispiega sul suolo nazionale amplificandone potere politico e influenza socio-economica (le scuole militari sono una fonte di reddito abbastanza sicura). Un metodo di acquisizione di consenso poco celato che testimonia la necessità di Bolsonaro di tenersi stretti i suoi sostenitori in una fase delicata del suo ancora giovane governo.

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