Negli ultimi anni, in tutto il mondo occidentale, spesso si è sentito parlare di autodeterminazione degli individui rispetto all’identificazione con il genere, maschile e femminile, che non sempre coincide con gli attributi sessuali. In questo caso, si tratta di disforia di genere – condizione caratterizzata da un’intensa e persistente sofferenza causata dal sentire la propria identità di genere diversa dal proprio sesso (Istituto Superiore di Sanità) – molto diffusa tra i pazienti più giovani e adolescenti (+315% tra il 2018 e il 2021 secondo il Servizio di Adeguamento tra Identità Fisica e Identità Psichica) che in seguito alla diagnosi possono accedere ai bloccanti ormonali come terapia.
Di recente, in Italia il ministero della Salute e il ministero della Famiglia hanno annunciato un tavolo congiunto volto all’elaborazione di specifiche linee guida sull’erogazione dei bloccanti della pubertà ai minori: “L’iniziativa fa seguito all’audizione, presso il Ministero della Salute, delle principali società scientifiche coinvolte nella problematica della disforia di genere negli adolescenti”.
Il pomo della discordia
Il tavolo di esperti si insedia sulla scia delle polemiche che hanno travolto l’ospedale Careggi di Firenze, struttura specializzata nel trattamento della disforia di genere. Il 24 e il 25 gennaio scorsi, il Ministero della Salute aveva inviato un team di ispettori presso l’ospedale fiorentino, a seguito di un esposto presso la Procura di Firenze. Dalla loro rilevazione sembrerebbe che non per tutti i casi pediatrici sia stata svolta la fase preliminare di psicoterapia – prevista dalla legge – giungendo direttamente all’assunzione della triptorelina, farmaco volto a inibire lo sviluppo ormonale e degli organi sessuali durante la pubertà. Proprio la somministrazione della triptorelina e le sue conseguenze nell’arco del tempo sono oggetto di indagine da parte del dicastero della Salute e pomo della discordia nella comunità scientifica. Dodici società scientifiche, dopo i fatti del Careggi, hanno scritto una nota in cui difendono l’efficacia del medicinale: “La triptorelina è un farmaco salvavita nei giovanissimi transgender, prescritto solo dopo attenta valutazione multiprofessionale, il cui scopo non è né castrare chimicamente e definitivamente, né modificare orientamento e identità sessuale, ma dare tempo ai giovani sofferenti e alle famiglie di fare scelte ponderate e mature, impedendo stigma sociale, autolesionismi e suicidi”. Di parere opposto, diversi professionisti come Marci Bowers – medico statunitense tra i più illustri per gli interventi chirurgici di cambio del sesso – ritengono che gli effetti della triptorelina siano ignoti nel lungo termine e che non esistano, ad oggi, prove della sua sicurezza clinica. Diversi Paesi nel mondo stanno sempre più mostrando una maggiore prudenza riguardo all’erogazione della triptorelina e, in certi casi, si è giunti persino al divieto di somministrazione.
Gli standard di riferimento e i Paesi che hanno detto no
La World Professional Association for Transgender Health (WPATH), fondata nel 1979, è l’organizzazione che a livello internazionale si occupa dell’elaborazione di linee guida per il trattamento della disforia di genere. La sua mission è di promuovere l’assistenza, le politiche e il rispetto per la salute dei transgender mediante la ricerca scientifica e le prove di efficacia clinica. La WPATH non ha previsto un minimo di età per la somministrazione dei bloccanti ormonali e neanche una soglia anagrafica per l’accesso agli interventi chirurgici, dal momento che basta aver seguito 12 mesi di terapia ormonale. Secondo la World Professional Association, farmaci come la triptorelina sortiscono degli effetti completamente reversibili, ma non pochi medici facenti parte della stessa organizzazione hanno avanzato dubbi sulla reversibilità delle terapie e hanno evidenziato che spesso vi è troppa superficialità nel trattare i pazienti più giovani, come denunciato qualche anno fa dalla già citata Marci Bowers e da Erica Anderson, psicologa avvezza al confronto con adolescenti in crisi d’identità.
A partire dall’allarme lanciato dai professionisti, il Regno Unito poche settimane fa ha deciso di proibire la somministrazione dei bloccanti della pubertà, in seguito alla pubblicazione del documento relativo alle terapie per i minori transgender, realizzato da un gruppo di lavoro presieduto dalla dottoressa Hilary Cass, ex presidente della Società scientifica pediatrica del Regno Unito. Il rapporto conclude che non si hanno prove dell’efficacia dei farmaci come la triptorelina nel lungo periodo e da qui la decisione del governo britannico di limitarne l’uso ai soli trial clinici, tanto che l’ex ministra della Salute, Maria Caulfield, ha parlato di cura che deve sempre essere “nel miglior interesse del bambino”. Già nel 2023, l’esecutivo di Sua Maestà aveva annunciato la chiusura del reparto Gender Identity Development Service presso la struttura Tavistock and Portman, clinica londinese tra le prime al mondo a trattare la disforia di genere.
Il Regno Unito, in queste scelte, è stato preceduto da altri Paesi come la Svezia dove già nel 2021, il Karolinska Institutet aveva deciso di limitare gli interventi sui ragazzi dai 16 anni in poi e soltanto al compimento dei 18 anni si può procedere all’intervento chirurgico. Altri Paesi del Nord Europa come Finlandia e Norvegia hanno seguito le orme della Svezia, prediligendo un approccio più prudenziale. In America il dibattito è ancora più vivace e vede gli Stati tradizionalmente a maggioranza democratica battersi per l’opportunità delle terapie bloccanti per i bambini transgender, mentre gli Stati tradizionalmente repubblicani sono per la messa al bando.
La posizione della comunità LGBT
I ripensamenti globali della comunità scientifica e politica riguardo all’erogazione dei bloccanti della pubertà hanno dei riverberi anche sulla comunità LGBT. In Italia, diverse associazioni della galassia femminista e gay hanno scritto una lettera al ministro della Salute, Orazio Schillaci, per invitarlo ad aprire un dibattato in merito alla bontà e all’efficacia delle terapie, in seguito alle polemiche riguardanti l’ospedale Careggi di Firenze. I firmatari della missiva hanno chiesto al ministero di effettuare un’ispezione presso tutti i centri nella cui offerta ci sono piani di trattamento per i bambini transgender e una verifica dei protocolli sanitari in ottica di una loro revisione.
Un’altra parte del mondo LGBT, invece, ha scritto un’altra lettera a Schillaci in cui ha preso le difese dei regolamenti attualmente in vigore. Tra i mittenti si annoverano diverse organizzazioni come Movimento Identità Trans e alcuni psicologi che chiedono al governo di coinvolgerli nel tavolo interministeriale dato che, sulla base della loro esperienza, l’assunzione della triptorelina avrebbe degli effetti benefici soprattutto sulla psiche dei pazienti transessuali.
Ciò che ci si aspetta è che nelle prossime settimane il dibattito si farà sempre più fitto data la sua natura divisiva.

