Aslon Arfa è uno dei più importanti fotoreporter iraniani. Ha lavorato oltre che in Persia, in Afghanistan e Iraq, in moltissimi altri Paesi. Ha fatto degli splendidi reportage su temi molto complessi da raccontare, come la pedofilia, la droga e la guerra. Gli Occhi della Guerra lo ha incontrato a Teheran per una lunga intervista. Ecco la seconda parte.

Nel 2010 ha pubblicato con Powerhouse Books lo splendido libro di fotografie “Black Crack in Iran” in cui racconta la diffusione dell’eroina e di altre droghe pesanti

“Black Crack in Iran” lo pubblicai negli Stati Uniti, le foto sono del 2007 e 2008. Prima il problema era l’eroina, ma nel 2006 arrivò il “black crack”. Il crack in Occidente deriva dalla cocaina, ma in Iran invece è un derivato dell’eroina e viene chiamato “black crack”. Si tratta di una sostanza infinitamente più forte dell’eroina. In quel periodo iniziò anche diffondersi il “crystal meth”. Oggi, dopo un decennio, c’è una maggiore diffusione del “crystal meth” e una minore presenza del “black crack”, sta però tornando l’eroina normale.

La minore diffusione del “black crack” oggi può essere dovuta al fatto che questa sostanza provoca più morti precoci e quindi gli spacciatori perdono precocemente i clienti o al fatto che l’elevatissimo tasso di mortalità creava troppo allarme sociale?

Può essere che sia così. Un altro fattore può essere che per moda in Iran le sostanze vendute dopo qualche anno cambiano.

È stato facile fotografare le persone mentre si drogavano?

Non è stato facile, ma nemmeno difficilissimo, alcune Ong mi hanno aiutato. Dopo un po’ le persone erano addirittura contente di farsi fotografare, perché rendendosi conto di avere una dipendenza, desideravano condividere la loro storia, anche per evitare che altri cascassero nella stessa trappola. In Iran ci sono moltissime Ong che aiutano le persone con dipendenze da droghe o centri dove si può chiedere metadone, siringhe e preservativi.

Vi sono più uomini o donne con dipendenze da “black crack”?

Personalmente ho incontrato più uomini che donne con dipendenze. Anche se esistono anche donne, soprattutto prostitute. Ma tra i senza tetto, sono più gli uomini a fare utilizzo di “black crack”, eroina e “crystal meth”. Ci sono anche ragazzini, ma soprattutto sopra i sedici anni.

Per una certa morale conservatrice è più tollerata la droga che l’alcol?

In parte sì, bisogna però dire che anche l’alcol gira parecchio. Per parlare di un fenomeno così complesso ci vorrebbero degli studi statistici, scientifici e psicologici. In Europa, dove esistono antiproibizionisti e proibizionisti, c’è più dibattito sulla questione delle dipendenze e ci sono più studi, in Iran è davvero difficile avere un quadro generale.

Ha fatto dei reportage anche in Kurdistan iracheno

Ho seguito la guerra nel 2003, soprattutto seguendo il movimento islamista curdo sunnita, Ansar Al Islam, che gli Stati Uniti accusavano di produrre armi chimiche, cosa che non venne poi dimostrata. All’inizio dell’invasione dell’Iraq nel 2003, il gruppo islamico controllava circa una dozzina di villaggi e numerose vette nel nord dell’Iraq, al confine con l’Iran. Si tratta di un movimento che si opponeva ai curdi laici e che compiva atti di terrorismo. Siccome tutti i giornalisti internazionali stavano raccontando l’inizio della guerra che portò poi alla caduta di Saddam Hussein, io trovai più interessante fare un fotoreportage su di loro, visto che quasi nessuno se ne occupava.

Sempre nel 2003 è tornato in Iraq a seguito dell’ayatollah, Mohammad Baqir al-Hakim, che rientrava nel paese dopo l’esilio in Iran

Al Hakim era finito nel mirino di Saddam Husseim che lo accusava per la sua politica pro sciita. Era stato arrestato più volte e poi rilasciato. Durante la guerra Iran-Iraq era scappato in Iran. Ormai al sicuro sotto la protezione della Repubblica islamica, Al-Hakim divenne un nemico aperto dei baathisti, formando il Consiglio supremo per la rivoluzione islamica in Iraq (SCIRI), un gruppo rivoluzionario che si proponeva di rovesciare Saddam Hussein e favorire una repubblica sciita. Nel 1983, Saddam arrestò 125 membri della famiglia di Al-Hakim che erano rimasti in Iraq e ne condannò diciotto a morte. Tornato in patria nel 2003, pur opponendosi alla politica americana, non ebbe posizioni ostili contro il primo governo post Saddam. Venne però assassinato nell’agosto di quell’anno. L’ayatollah era una persona molto interessante, potei seguirlo durante il suo viaggio di rientro in Iraq perché Abu Islam, che si occupava delle sue pubbliche relazioni, era il mio insegnante di arabo a Teheran. Già a Bassora, a pochi chilometri dal confine con l’Iran, c’era una folla immensa ad attenderlo, poi andammo a Najaf, Bagdad e altre zone. Sono poi tornato tante altre volte in Kurdestan iracheno.

Ha fotografato anche i Rom iraniani

In Iran esiste un gruppo molto poco conosciuto di Rom provenienti dall’India, gli stessi che poi sono arrivati in Europa. Vivono spostandosi tra Babol, cittadina del Nord sul Caspio e i quartieri Sud di Teheran. Pur essendo un popolo misterioso sia la lingua, che l’aspetto, fanno pensare che siano Rom. Che storicamente ci fossero dei Rom in Persia lo dimostra il fatto che sono citati perfino nello Shāh-Nāmeh, il capolavoro di epica persiana di Ferdusi. Tradizionalmente lavoravano il ferro, oggi purtroppo molti vivono di accattonaggio e piccola criminalità e sono molto chiusi con chi non fa parte del loro gruppo, perché si trovano ai margini della società e gli iraniani li trattano da mendicanti. Tra di loro sono però di costumi piuttosto aperti, per esempio non hanno problemi con l’alcol. Hanno rituali musulmani, ma è più un vestito formale che indossano, ma in realtà hanno riti loro. I bambini crescono molto presto, perché stanno per strada con i genitori.

Che opinione si è fatta di loro?

Sono molto interessanti da fotografare e alla fine, conquistata la loro fiducia, si sono rivelate persone molto autentiche. Spesso i gruppi di Rom non sono poi così uniti l’uno con l’altro. La maggior parte, pur vivendo in Iran da secoli, ha una consapevolezza di essere Rom, tanto che si sentono stranieri. Si muovono tra il Sud di Teheran e Babol e vivono ormai in case. Nella capitale abitano appartamenti con più stanze, ognuna occupata da una famiglia diversa. A Babol hanno invece un quartiere tutto loro.

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