La temperatura annuale media oscilla intorno ai 15 gradi. La vegetazione è fitta. Le montagne dominano il paesaggio incontaminato. A quasi 3mila chilometri di distanza da Pechino, cuore della superpotenza cinese, sorge la provincia dello Yunnan. Siamo nell’estremo sud-ovest della Cina, in un’area che collega la Repubblica Popolare a Birmania, Laos e Vietnam.

In una superficie che si estende per circa 394mila chilometri quadrati, ovvero un’area maggiore dell’Italia, vivono 50 milioni di abitanti e ben 25 minoranze etniche, molte delle quali suddivise in comunità tribali. Dimenticatevi i palazzoni scintillanti di Shanghai, le Mercedes che sfrecciano attorno agli anelli che circondano la Città Proibita e le esclusive boutique di Calvin Klein e Dior.

La patria dei Mosuo

Lo Yunnan è considerato uno degli ultimi baluardi della Cina rurale, la “vera Cina“, il volto del Paese ancorato alle vecchie tradizioni millenarie, e che vive a contatto con la natura. Da un punto di vista turistico la zona è ricca di attrazioni. Dai campi di riso terrazzati costruiti 1300 anni fa dalla minoranza etnica degli Hani, nella contea Yuanyiang, alla particolare architettura di Lijiang, una città-prefettura abitata dai Naxi, altra minoranza etnica locale. E ancora: le pagode di Dali, la foresta di pietra Shilin, il Monte del Drago di Giada, il capoluogo della provincia Kumming e tanti altri villaggi remoti.

Eppure, sperduta tra queste valli, vive ancora oggi un’etnia unica nel suo genere. A Luoshui, proprio di fronte al Lugu Lake, un lago di montagna tra i più grandi di tutta l’Asia, vivono i Mosuo, una minoranza formata da circa 40mila persone. La loro storia è avvolta nel mistero, tra leggende e racconti tramandati di generazione in generazione in forma orale.

Gli antropologi hanno il loro bel da fare. Secondo il governo cinese i Mosuo sono una ramificazione dell’etnia tibetana Naxi, anche se lingua (un dialetto locale), credenze (per lo più buddismo) e cultura (struttura familiare sui generis) mettono in discussione quanto sostenuto da Pechino.

Il matrimonio ambulante

In ogni caso la più grande particolarità sociale dei Mosuo è quella di basarsi su strutture matriarcali che non prevedono il matrimonio o analoghe forme di unione. Molti viaggiatori hanno raccontato nei loro scritti di essersi ritrovati davanti a una comunità semi tribale che parla al femminile. Dove la responsabilità della stabilità familiare spetta alle donne, l’eredità si trasferisce di madre in figlia e gli uomini hanno ben poca voce in capitolo, anche in ambito economico.

Non solo: il matrimonio tradizionale, cioè il rapporto di convivenza tra uomini e donne, è sostituito dal cosiddetto walking marriage, traducibile in italiano con il termine di matrimonio ambulante (in cinese zouhun). Alcuni parlano di libero amore, altri di relazioni senza impegno, rigorosamente portate avanti dal gentil sesso. In realtà tale pratica sociale è molto più complessa di quanto non si possa pensare.

Uomini e donne si incontrano di notte, senza diventare “mariti” o “mogli”. I figli, di fatto, crescono senza padre. Quindi, così come il concetto di matrimonio è inconcepibile, anche la figura paterna è sostanzialmente inutile. Choo Waihong, autrice del libro The Kingdom of Women, ha sottolineato un aspetto fondamentale della cultura Mosuo. “Per loro – ha dichiarato – il matrimonio è un concetto inconcepibile e un bambino è senza padre semplicemente perché la società non presta attenzione alla paternità. La famiglia nucleare per come la comprendiamo esiste, solo in una forma diversa”.

Il ruolo della donna

Il motivo è semplice: la società dei Mosuo non presta attenzione al padre. Il Guardian ha usato queste parole per illustrare uno scenario inedito al mondo: “I Mosuo non hanno adottato né il matrimonio né la monogamia. Le donne sono libere di scegliere gli amanti, e i bambini che ne risultano sono allevati nelle case di famiglia guidate dalla donna più anziana. Inclusi nella famiglia troviamo i suoi fratelli, le sue figlie e i loro figli. Non ci sono i padri dei bambini, che vivono con le proprie madri”. E ancora: “Le donne sono trattate in modo uguale, se non superiore, agli uomini. Entrambi hanno il maggior numero di partner sessuali che desiderano, liberi da qualsiasi giudizio. Le famiglie allargate allevano i bambini e si prendono cura degli anziani”.

Tutto il peso familiare, come detto, è spostato sulla donna, alla quale spettano i compiti più importanti. Le coppie, se così possono essere definite, non vivono mai insieme. Si riuniscono soltanto per il piacere di una reciproca compagnia. Scendendo nel dettaglio, in un matrimonio ambulante entrambi i partner vivono sotto il tetto della loro famiglia allargata durante il giorno; di notte, invece, l’uomo visita e soggiorna fino all’alba presso la casa delle donne. Certo, questo può avvenire soltanto nel caso in cui riceva il permesso di farlo.

L’antropologo Chuan Kang Shih ha spiegato che quando una donna Mosuo (o un uomo) esprime interesse per un potenziale partner, “è la donna che può dare l’uomo il permesso di farle visita”. Qualora dovesse nascere un bambino, il padre non ha alcun obbligo morale, culturale o giuridico di prendersene cura. Il pargolo sarà invece allevato dalla famiglia allargata della donna.

L’ultimo matriarcato?

Come può essere definita una società del genere? Difficile dirlo con certezza. Il tema è tutt’ora dibattuto. A differenza di un matriarcato, ovvero un’organizzazione in cui l’autorità è detenuta da una matriarca, nella comunità Mosuo il potere politico è in effetti nelle mani degli uomini. I maschi, pur ricoprendo un ruolo di contorno, si occupano inoltre di pesca, allevamento del bestiame e costruiscono case. È per questo che certi studiosi preferiscono definire quella dei Mosuo una “cultura matrilineare”.

Di tutt’altro spessore, invece, la carica ricoperta dalle donne, che gestiscono l’economia familiare. Non sappiamo quale sia l’origine di un simile stile di vita, anche se viene narrato che nella notte dei tempi, migliaia e migliaia di anni fa, una aristocrazia patriarcale scelse di imporre alla popolazione locale il matriarcato con l’obiettivo di mantenere la propria discendenza pura da ogni possibile contaminazione esterna. Questa pratica ha resistito a secoli di cambiamenti. Benvenuti, dunque, nella comunità cui regna il gentil sesso, il matrimonio è solo un lontano retaggio occidentale e tutto ruota attorno alla linea di sangue materna. Benvenuti nel Regno delle donne.

 

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