Nell’alto Medioevo, attorno all’anno Mille, prese forma una nuova figura d’italiano, ben descritta da Giorgio Ruffolo: «Il mercante era spesso marinaio e diventava, al bisogno, soldato: o se capitava pirata. Allora l’Italia generava una razza d’uomini impavidi e aggressivi quanto scaltri, privi di scrupoli e profondamente religiosi».

Un tipo umano che ritroviamo nell’epopea delle repubbliche marinare, un capitolo della nostra storia paradossalmente (e al netto della retorica sul quel immaginario popolo di navigatori che purtroppo non siamo) ancora poco conosciuto, poco indagato. Eppure proprio sul mare e grazie alle comunità marinare l’intera penisola si risvegliò dal lungo inverno seguito alla caduta di Roma dando forma a quella che Paolo Grillo definisce la “globalizzazione medievale”, un circuito attivo dal Pacifico al Mar Nero, dal Mediterraneo al Mare del Nord. Una rivoluzione commerciale e i primi segni di un’economia-mondo di cui l’Italia fu fulcro e polo principale. Una grande avventura con tanti protagonisti.

Nell’incessante andirivieni di avventurosi italici da e verso l’Oriente oltre alla famiglia Polo un posto d’onore va assegnato al ligure Andalò da Saviglione, infaticabile percorritore della via della seta. Nel 1330 lo troviamo a Pechino alla corte del gran khan Jayaatu; divenuto esecutore testamentario del mercante chiavarese Antonio Salmoria tornò a Genova nel 1333 per regolarizzare l’eredità del socio defunto. Nuovamente in Cina, nel 1336 il nuovo khan Toghun Temür lo incaricò di recare una ambasciata al papa Benedetto XII. Andalò obbedì e raggiunse Genova nel 1337 e, da lì, Avignone, dove risiedeva il pontefice. Nel 1338 intraprese il suo terzo viaggio verso l’Oriente, accompagnato dal frate Giovanni de Marignolli, nominato Archiepiscopus Cambaliensis con giurisdizione e cura animarum in toto dominio Tartarorum. È noto che i due raggiunsero Caffa nel 1339 e Pechino nel 1342. Si presume che il mercante sia rientrato successivamente in Europa: è infatti documentata una sua fideiussione avvenuta a Genova nel 1346. Le sue avventure hanno ispirato nel 2014 uno spettacolo teatrale intitolato, invero con poca fantasia, “Il viaggio di Andalò da Savignone sulla via della seta”.

Parallelamente all’inoltramento in Asia i genovesi, forti di una considerevole esperienza nautica e di cospicui capitali finanziari, decisero di entrare nei mercati emergenti dell’Europa atlantica aprendo una linea diretta (la “rotta di ponente”) verso il Nord.

Ad aprirla furono nel 1277 le galee di Benedetto Zaccaria, straordinaria figura di mercante, condottiero, diplomatico e corsaro, non a caso oggetto della tesi di laurea e poi di un denso saggio (“Benedetto Zaccaria. Ammiraglio e mercante nella Genova del Duecento”) del grande storico Sabatino Lopez. Nato attorno agli anni trenta del XIII secolo, Benedetto, appena trentenne, fu uno degli artefici della rinnovata collaborazione tra Genova e Costantinopoli. La frequentazione della corte imperiale si rivelò fruttuosa: entrato nelle grazie di Michele VIII Paleologo, Zaccaria ottenne dall’imperatore il feudo di Focea, uno dei principali centri di produzione del prezioso allume di rocca, indispensabile come mordente nella tintura dei panni. Un successo pieno che assicurò all’intraprendente genovese il monopolio del commercio dell’allume in tutto il Mediterraneo e oltre. Come accennato, nel 1277 le navi di Zaccaria oltrepassarono le colonne d’Ercole ed entrarono nell’Oceano navigando sino alle Fiandre, il principale centro tessile d’Europa.

Non pago, Benedetto continuò ad arrotondare le entrate dedicandosi alla guerra di corsa contro pisani, veneziani e altri malcapitati. Ormai padrone di un’agguerrita squadra navale partecipò nel 1284 come protagonista all’ennesimo e decisivo conflitto contro Pisa. Dopo serie di fortunate incursioni contro gli avamposti dei toscani in Sardegna il 5 agosto di quell’anno fatidico comandò assieme a Oberto Doria la flotta genovese nella battaglia della Meloria che segnò la fine della potenza navale pisana.

Dopo la grande vittoria nel Tirreno, Zaccaria decise di proiettarsi nuovamente nel Levante conquistando Tripoli di Siria, allora nell’orbita di ciò che restava del regno crociato. Ma nonostante le sue vittorie i maggiorenti di Genova, preoccupati per i loro interessi in Egitto e in Palestina, non lo sostennero e nel 1289 gli imposero di ritirarsi e rientrare. Uno smacco che l’ammiraglio-mercante non digerì e sulla via del ritorno si riscoprì corsaro abbordando una nave egiziana. Il sultano reagì arrestando i mercanti genovesi presenti ad Alessandria confiscandone beni e averi. A sua volta il Comune, molto attento alle palanche, sconfessò subito Zaccaria e cercò un accomodamento con l’Egitto.   

Troppo per l’orgoglioso Benedetto. Dopo aver litigato con i suoi invidiosi concittadini, passò al servizio di re Sancio di Castiglia e nel ’91 annientò la flotta marocchina davanti a Gibilterra liberando lo Stretto dall’ipoteca musulmana e ottimizzando i preziosi traffici d’allume — materia prima indispensabile per la colorazione dei tessuti— dal suo feudo di Focea al Nord Europa.

Nel 1294 Zaccaria accettò l’offerta di Filippo il Bello, re di Francia. Nominato ammiraglio, riorganizzò la marina francese e pianificò una spedizione contro l’Inghilterra per poi condurre, paralizzando i commerci britannici, un blocco navale dell’isola. Nel 1299 rientrò infine a Genova col proposito di condurre una crociata — detta “delle donne” perché finanziata da alcune nobildonne locali— ma il progetto presto si arenò ed evaporò.

Anziano ma non domo, nel 1304 Zaccaria tornò nel Levante per difendere Focea dai corsari. Un’altra vittoria che gli fruttò la conquista di Chio, importante base commerciale dell’Egeo ma, soprattutto, principale zona di produzione del mastice, allora molto apprezzato per le sue qualità mediche. L’ultimo tassello del suo impero commerciale. Quattro anni più tardi Benedetto Zaccaria si spegnava nella sua città. Entrando nel mito.

Al netto dei continui dissapori tra il mercuriale Zaccaria e le élites cittadine, le sue imprese rappresentarono una formidabile finestra d’opportunità che spalancò ai liguri i principali scali iberici lungo la rotta per il Settentrione e diede inizio ad una lunga vicenda corale, una linea diritta che parte dalla Liguria duecentesca, passa per il Portogallo dei naviganti e delle scoperte e si compie e si completa nella Spagna unificata della reconquista con l’impresa di Cristoforo Colombo.