Bello quell’articolo su Miami! L’ha scritto uno in India. Arriva il giornalismo “esternalizzato”

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI
Società /

Outsourcing” è un termine economico che risuona molto meno minaccioso rispetto alla sua traduzione italiana “esternalizzazione”. Nel gergo aziendale ha quindi preso piede l’utilizzo della parola outsourcing, ovvero l’insieme di pratiche adottate da una data impresa per assegnare una o più mansioni del proprio processo produttivo/lavorativo a soggetti esterni. Una pratica del genere è ormai comune in ogni settore, compreso quello giornalistico. Ormai da anni, infatti, alcuni tra i principali media del mondo sono soliti esternalizzare parti delle loro attività redazionali ad attori operativi in altri Paesi. Nel 2008, per esempio, WNYC Studios, costola della New York Public Radio, si chiedeva in un articolo se il futuro del giornalismo coincidesse con la sua esternalizzazione in India.

Lo spunto di riflessione derivava da una vicenda che in quel periodo chiamava in causa il quotidiano Miami Herald, che come altri giornali statunitensi stava iniziando a ridurre il personale. E che, per limitare l’effetto patito dai tagli, aveva pensato bene di esternalizzare in India la revisione di una sezione settimanale di notizie locali e parte della produzione pubblicitaria.

L’epicentro dell’outsourcing journalism

Altro giro, altra corsa. Nel 2015, Hold The Front Page riferiva che 12 posti di lavoro presso la Scottish Provincial Press (SPP), nei reparti di prestampa e progettazione, sarebbero presto stati esternalizzati ad un’azienda situata in India, Express KCS. Trasferendo queste mansioni in Asia, e secondo il comunicato apparso su un sito web indiano di annunci lavorativi, i sostituti di impaginatori e grafici scozzesi sarebbero stati assunti per il corrispettivo di 1.500-2.500 sterline all’anno (si badi bene: non al mese).

Storie del genere si sono susseguite fino ad oggi. Ma perché l’India piace così tanto? Il profilo dei “giornalisti esternalizzati” rintracciabili qui è in linea con tutto quello che qualsiasi media richiederebbe: lauree, esperienze lavorative pregresse – spesso nel mondo delle notizie – competenze informatiche. Gli stipendi bassissimi rappresentano poi la ciliegina sulla torta di un arruolamento conveniente per tutti. Tranne che per i giornalisti tagliati e sostituiti da altri colleghi provenienti da Paesi in via di sviluppo. Ne sa qualcosa anche Reuters, in passato finita nell’occhio del ciclone per aver tentato di far coprire alcune notizie relative a Wall Street da reporter di Bangalore (attingendo a comunicati stampa e report ufficiali)…

“L’uberizzazione del giornalismo”

Il fenomeno è stato trattato di recente anche da Le Monde Diplomatique, che ha raccontato la storia di una donna francese finita a “sfornare testi tutto il giorno senza citare fonti o fare reportage sul campo”. Non in India, ma in Francia.

Ebbene, anche in Europa la pratica dell’esternalizzazione giornalistica è più che diffusa. All’ombra della Tour Eiffel esistono, infatti, numerosi lavoratori assunti da agenzie stampa, incaricati di scrivere come freelance per i siti web di rinomate testate nazionali (i cui lettori solitamente non hanno idea che gli articoli siano prodotti da “manodopera esternalizzata”).

Le pubblicazioni ritengono che questa specie di “uberizzazione” giornalistica sia giustificata perché aiuterebbe il settore ad adattarsi ai gusti dei lettori (meno inclini a leggere storie di qualità). “È come il lavoro in fabbrica. Non appena consegni qualcosa, ce n’è un altro che aspetta”, ha spiegato invece la donna intervistata dal mensile francese.

Il compito di questi giornalisti, dunque, non è altro che quello di condensare, riformulare o rielaborare notizie prese dalla concorrenza su qualsiasi argomento ordinato dai loro superiori. Gli indiani, che hanno un reddito ancora irrisorio, sono più che soddisfatti nell’essere chiamati ad operare per importanti media occidentali. I cittadini europei, invece, hanno molto più da perdere rispetto ai loro colleghi asiatici.