C’è crisi in Belgio. O forse no. Il piccolo paese europeo, infatti, da ben un anno vive un’insolita condizione: dallo scorso dicembre è privo di qualsiasi governo che lo regga. E non sarebbe nemmeno la prima volta: era già successo tra il 2010 e il 2011, quando la piccola nazione era rimasta per 541 giorni senza qualcuno che la governasse. Dal 18 dicembre 2018, giorno in cui il partito fiammingo N-Va ha messo fine alla coalizione guidata da Charles Michel, il Belgio non può contare su un esecutivo nel pieno delle sue funzioni: le distanze fra i partiti di diversi schieramenti in Fiandre e Vallonia non fanno ancora intravedere una soluzione all’orizzonte. Dopo le elezioni di maggio, un mero cambio sulla poltrona del premier con la 44enne Sophie Wilmes che dal 28 ottobre è alla guida di un governo federale (anche se provvisorio) nel ruolo che volgarmente viene definito “custode”. Wilmes ha preso il posto di Michel, rimasto alla testa dell’esecutivo per condurre gli affari correnti ma nominato nel frattempo presidente del Consiglio europeo. E il popolo cosa ne pensa? “I treni continuano a passare” è la risposta serafica dei cittadini belgi, per nulla turbati da questo vuoto istituzionale. “La politica ci divide e non ci unisce” è l’altro refrain del popolo belga: come se l’ostinazione della politica verso il federalismo portato alle estreme conseguenze non appartenesse più all’uomo della strada che, in Belgio, invece, preferisce l’ordinaria amministrazione.

Uno sguardo ai dati

Il Belgio ha ormai una certa dimestichezza con lo stato d’eccezione. Era già rimasto senza governo per 194 giorni fra il 2007 e il 2008, con l’esecutivo precedente a sbrigare gli affari correnti. L’instabilità è divenuta quasi strutturale, dovuta a un sistema federale complesso, frutto dell’atavica battaglia fra il prospero Nord fiammingo e il Sud francofono. Proprio in quel 2008 da manuale, funereo per tutta l’Europa, il Belgio è stato, dopo la Germania, uno dei Paesi a cavarsela meglio, grazie soprattutto al propulsore delle esportazioni e al contributo di piccole e medie imprese, soprattutto nelle Fiandre. Il Belgio non dovette effettuare drastici tagli al bilancio in un momento in cui la maggior parte dei suoi partner della zona euro, tra cui Francia, Germania, Italia e Spagna, erano impegnati a tagliare la spesa pubblica. I governi regionali e comunitari del Belgio hanno continuato a lavorare, dunque, con pochi problemi. Il 2010, l’anno della crisi, si chiuse con un balzo in avanti del 2% del Pil.

Ma veniamo agli ultimi due anni. Il debito pubblico e il deficit sono entrambi diminuiti nel 2017, nonostante il governo sia stato criticato per la sua gestione del bilancio. Il debito pubblico ha rappresentato il 101,2% del PIL nel 2018 e dovrebbe continuare a ridursi leggermente nei prossimi anni (98,3% nel 2020). Il disavanzo pubblico dovrebbe salire al -1,6% entro il 2020.L’ex primo ministro Charles Michel e il suo governo hanno attuato tagli fiscali per le famiglie e hanno allentato le condizioni finanziarie per gli investimenti. All’inizio del 2018, il governo ha votato una riduzione fiscale per le società, passando dal 34% al 30%. Nel frattempo, le esportazioni sono rimaste elevate e dovrebbero continuare a farlo, beneficiando delle solide prestazioni economiche di Germania, Francia e Paesi Bassi, i tre principali partner del paese. Il settore del turismo, penalizzato da attacchi terroristici sul suolo belga a giugno e agosto 2017 e prima ancora nel 2016, è tornato a crescere. Dopo aver raggiunto l’8,5% nel 2014, il tasso di disoccupazione è sceso al 6,4% nel 2018 e si prevede che continuerà a rimanere intorno al 6,5% nei prossimi anni.

La disoccupazione giovanile è diminuita drasticamente al 16,3% e il tasso di disoccupazione femminile sta scendendo ulteriormente al di sotto di quello degli uomini. Con una forza lavoro di 5,3 milioni su una popolazione di 11,4 milioni, la posizione geografica centrale del Belgio e la rete di trasporto altamente sviluppata hanno contribuito a sviluppare un’economia ben diversificata, con un ampio mix di trasporti, servizi, produzione e alta tecnologia. L’agricoltura contribuisce una piccola parte del PIL nazionale (0,62%) all’economia belga, principalmente barbabietole da zucchero, verdura e frutta, carne e latte e impiega l’1,3% della popolazione attiva. Il settore industriale rappresenta il 19,8% del PIL: mentre le Fiandre sono riuscite a sviluppare la seconda industria petrolchimica più grande del mondo, la Vallonia è nel mezzo di una ristrutturazione, a seguito della chiusura delle sue miniere e di un gran numero di acciaierie. Bruxelles si distingue per le telecomunicazioni, lo sviluppo di software e l’industria farmaceutica e automobilistica, tutti settori che registrano trend positivi. Ma secondo le stime della World Banke è l’economia dei servizi a fare da vero traino dell’economia belga: è proprio nel settore Terziario che sono impiegati tre quarti dei lavoratori belgi; Bruxelles, ad esempio, fulcro di numerose istituzioni europee, numerose rappresentanze diplomatiche e diversi gruppi di interesse, ha essenzialmente basato la sua economia sui servizi.

Gli indici sulla qualità della vita, nemmeno a dirlo, sono alle stelle: secondo le stime di freedomhouse.org il paese è promosso a pieni voti sui principali indici di sviluppo-ovvero libertà, diritti politici e libertà civili. Ma il Belgio si guadagna il suo posto in Paradiso anche per quanto riguarda la democraticità del processo elettorale, il pluralismo, il funzionamento del Stato (un paradosso!), libertà religiosa e di espressione, rispetto della legge e libertà di associazione.

“Government is not the solution to our problem, government is the problem” tuonava il Ronald Reagan nel 1981: 40 anni dopo il Belgio gli darà ragione?