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La Fifa sospenderà Israele dalle competizioni calcistiche internazionali? Il 3 ottobre, a Zurigo, un consiglio dell’organizzazione che governa il calcio mondiale prenderà in esame la richiesta di sospensione della nazionale dello Stato Ebraico dalle competizioni ufficiali, prima fra tutte le qualificazioni ai Mondiali del 2026. Rendendo, di converso, palese un’asimmetria di condotta da parte della federazione europea, la Uefa.

Tel Aviv, lo ricordiamo, nella singolare geopolitica del calcio mondiale gioca con i Paesi europei da diversi decenni, dopo esser stata espulsa negli Anni Settanta dalla confederazione asiatica. L’Uefa, dopo lo scoppio della guerra Israele-Hamas, ha sempre respinto ogni ipotesi di bando delle squadre israeliane dalle competizioni per club, come la Champions League, né, va ricordato, da nessuna federazione europea o da singoli club di punta è partito un esplicito rifiuto di giocare contro club israeliani. Nel marzo 2022 la Russia, dopo l’invasione dell’Ucraina, fu rapidamente colpita da quest’ultimo tipo di rifiuto e sospesa.

A maggio a richiedere la sospensione era stata la Federazione Calcistica Palestinese (Pfa) lamentando l’aggressività di Israele contro la Striscia di Gaza. Condotta tramite politiche che, ha ricordato Sky News, hanno toccato anche lo sport: “La federazione calcistica palestinese ha denunciato la distruzione delle infrastrutture calcistiche e la morte di giocatori a Gaza dall’inizio della guerra, l’anno scorso, in seguito alla strage di Hamas in Israele del 7 ottobre”. Al contempo, “i dirigenti del calcio israeliano sono inoltre accusati di complicità nelle violazioni del diritto internazionale da parte del loro governo, oltre che di discriminazione nei confronti dei giocatori arabi e di inclusione di squadre provenienti dagli insediamenti della Cisgiordania nel campionato israeliano”.

In quest’ottica prenderà piede il voto di giovedì. La Fifa, che a fronte di 193 Stati esistenti al mondo conta 211 federazioni affiliate ed è la più vasta organizzazione sovrannazionale del pianeta, vede la Palestina associata come membro a pieno titolo, al contrario di quanto avviene all’Onu, e ha inserito nel suo processo decisionale la richiesta. Più volte, però, la scelta è stata procrastinata e il 3 ottobre i 37 membri del consiglio generale della Fifa dovranno decidere se portare avanti o meno la richiesta di sospensione. Se si avesse un parere favorevole, la palla passerebbe all’equivalente calcistica dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il voto delle singole federazioni. In seno alle quali Pallonate in Faccia ha ricordato come per la sospensione di Israele potrebbero schierarsi buona parte delle federazioni africane e asiatiche, che da sole compongono metà della Fifa e, assieme alla spaccatura di Europa e America del Sud, spingere Tel Aviv alla sospensione.

La Fifa, del resto, dovrà affrontare la questione in un clima rovente dopo l’escalation in Libano della guerra mediorientale e l’affondo di Benjamin Netanyahu davanti alla comunità internazionale con il durissimo attacco all’Onu di venerdì. E mentre dall’Israeli Football Association (Ifa) denunciano un “cinico tentativo” di colpire lo Stato ebraico “su ragioni che non hanno nulla a che fare con lo sport”, dice il presidente Shino Moshe Zuares, si riapre il dilemma sull’estensione allo sport delle grandi questioni geopolitiche globali.

La Russia fu sanzionata in pochi giorni in quanto Stato aggressore, Israele non ha subito nessun rimbotto per la partecipazione dei suoi club dopo che la risposta di Hamas ha prodotto l’inaccettabile strage di Gaza. Doppio standard? Sottovalutazione del problema della possibile sospensione di Israele? Errore, a monte, quello di sanzionare lo sport, ponte tra i popoli, puntando, spes contra spem, che possa unire ciò che la politica divide? Queste domande restano aperte, ma c’è una certezza: la decisione della Fifa farà polemica. Lo farà se dovesse accettare di portare avanti all’assemblea dei membri la procedura, aprendo una spaccatura con la Uefa, che rappresenta la federazione politicamente e economicamente più pesante. Ma lo farà a maggior ragione se dovesse archiviare la richiesta palestinese. Anche lo sport è politica, e non è epoca per mediazioni e pontieri nemmeno nel tempio del pallone mondiale.

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