Dieci anni fa lo Xinjiang fu teatro di una di una delle rivolte più violente mai verificatesi in Cina, una vera e propria sommossa popolare che provocò numeri da guerra civile: 197 morti, quasi 2.000 feriti, veicoli ed edifici distrutti. Il peggio arrivò però nei giorni successivi, quando Pechino scelse di usare il pugno duro per risolvere una volta per tutte il nodo degli uiguri, la minoranza etnica cinese turcofona e musulmana che abita la provincia più occidentale della Repubblica Popolare. Il governo centrale ordinò all’esercito di rastrellare Urumqi, la capitale della regione autonoma dello Xinjiang, per arrestare gli elementi sospettati di essersi ribellati e quelli accusati di estremismo islamico. Da allora la Cina ha incrementato a dismisura il controllo di questa zona caldissima, che secondo le autorità sarebbe la tana di pericolosi terroristi islamici.

La storia dei “bambini quasi orfani”

Numerose testimonianze hanno sottolineato come nel far questo la Cina abbia ripetutamente – in alcuni casi anche volutamente – violato i diritti degli uiguri. Dopo i campi di rieducazione dove sarebbero stipati milioni di cittadini, varie leggi restrittive, telecamere e nuove tecnologie a riconoscimento facciale per monitorare gli spostamenti di ogni singolo individuo, arrivano altri particolari su come Pechino starebbe conducendo la sua guerra contro la minaccia del terrorismo islamico. Secondo quanto riportato dalla Bbc le autorità starebbero allontanando migliaia di bambini uiguri dalle rispettive famiglie per educarli alla cultura cinese. Mentre i genitori, accusati di terrorismo e separatismo, sono relegati in appositi campi di rieducazione (per alcuni vere e proprie prigioni a cielo aperto), i figli finirebbero nelle mani dello Stato, pronto ad accoglierli in particolari convitti. Qui, i piccoli uiguri, assicurano le autorità, riceverebbero assistenza a tempo pieno fin dalla più tenera età e verrebbero tenuti lontani dal rischio di finire contaminati dalla piaga islamica.

Un genocidio culturale?

I “convitti della pace” assomiglierebbero più a carceri che non a semplici scuole; alte mura di cinta circonderebbero gli edifici mentre sofisticati sistemi di sorveglianza eviterebbero intrusioni dall’esterno ma soprattutto fughe dall’interno. Alcuni documenti riservati, poi pubblicati dalla stampa internazionale, dimostrerebbero come il governo cinese abbia diramato le direttive su come gestire il fenomeno dei cosiddetti “bambini quasi orfani”; quasi, perché in realtà i loro genitori sono vivi ma relegati all’interno di campi di rieducazione. Di fronte a queste accuse la Cina non si scompone e afferma che certe misure sono necessarie per garantire il mantenimento della pace e della stabilità sociale. Alcuni esperti, come l’accademico tedesco Adrian Zenz, parlano invece di un genocidio culturale mirato per sradicare la minoranza musulmana presente nello Xinjiang.

Affari e stabilità

Sul tema dei bambini, un funzionario del Dipartimento di Propaganza dello Xinjiang ha negato quanto riportato dai media internazionali: “Il governo non si prende cura dei bambini. Inoltre se un’intera famiglia è stata avviata alla formazione professionale, ebbene vuol dire che quella famiglia aveva un grave problema”. E per formazione professionale si intende un intenso lavaggio del cervello per estirpare dai cittadini più radicali ogni traccia di cultura islamica. Le autorità sono inflessibili e i cittadini rischiano la prigione anche per azioni come la preghiera, la lettura del Corano o contatti con l’estero. In passato alcuni gruppi dello Xinjinag erano effettivamente entrati in contatto con organizzazioni terroristiche internazionali, e per questo motivo Pechino ha subito scelto di adottare una linea durissima. A maggior ragione considerando che quest’area è fondamentale per la Nuova Via della Seta voluta da Xi Jinping; il progetto infrastrutturale del Dragone passa da Urumqi e dintorni e nessuno deve permettersi di minare la stabilità dell’area.