“Vogliono togliermi il fiume e anche la spiaggia
Vogliono il mio quartiere e che la nonna se ne vada
No, non mollare la bandiera e non ti scordare il lelolai
Che non voglio che facciano con te quello che è successo alle Hawaii”
Se qualcuno se lo stesse chiedendo, non si tratta di una filastrocca partigiana. Questo è il ritornello di “Lo que le pasó a Hawaii” (“Quello che è successo alle Hawaii”), uno dei brani del nuovo iconico album di Bad Bunny uscito il 5 gennaio e ora il più ascoltato al mondo su Spotify.
Bad Bunny, all’anagrafe Benito Antonio Martinez Ocasio, è una superstar latina tra le più conosciute e amate. Le sue canzoni riconoscibili per uno stile che fonde reggaeton, trap e melodie sudamericane sono un must per ogni serata latina in cui i giovani si lasciano trasportare dal flow dei suoi brani. L’artista portoricano vanta decine di premi, inclusi tre Grammy Awards, e collaborazioni con cantanti dal calibro di Jennifer Lopez, Dua Lipa e Cardi B. Si può dire che Bad Bunny incarni lo stereotipo di colui che ce l’ha fatta, di colui che è riuscito a trasformare un sogno in realtà e a fare successo. Tuttavia, i brani da miliardi di visualizzazioni e i riconoscimenti musicali sono solo una parte del suo personaggio, che da popstar ha assunto i connotati di attivista politico.
Chi è Bad Bunny
Benito nasce il 10 marzo 1994 a Vega Baja, una città sulla costa settentrionale di Porto Rico, in una famiglia di umili origini. Il più grande di due sorelle, papà autista, mamma insegnante di inglese. La sua origine portoricana è fondamentale per spiegare il successo e il suo impegno da attivista. Bad Bunny non crea solo musica, lui elabora messaggi di denuncia contro le ingiustizie che colpiscono la sua gente. Uno dei primi esempi è stata la canzone Una Velita, lanciata per dare voce alle condizioni di vita precarie dei portoricani vittime dell’uragano Maria nel 2018 e la corruzione del governo.
“Ricordate che siamo tutti di qui, al popolo spetta salvare il popolo Non mandatemi nulla dal governo, che quei bastardi lo nasconderanno Vanno per le strade solo per farsi foto, per me possono andarsene tutti al diavolo Sono stati cinquemila quelli che hanno lasciato morire e questo non lo dimenticheremo mai La palma a cui vogliono impiccare il paese, un giorno la abbatteremo”.
L’attivismo è da anni un tratto distintivo della musica di Bad Bunny, tuttavia, si potrebbe affermare che con l’ultimo album c’è stata un’impennata. “Debí tirar más fotos” (“Avrei dovuto scattare più foto”) fa parte di un progetto che non si limita alla sensibilizzazione ma mira all’educazione. “Ha compreso la piattaforma di cui dispone e ha voluto utilizzarla non solo per le storie sconosciute, ma anche per la storia generale del Porto Rico, dall’epoca pre-colombiana al giorno d’oggi.” Sono le parole di Jorell Meléndez-Badillo, professore di storia specializzato in Puerto Rico, Caraibi e America Latina, contattato da Bad Bunny come supporto accademico nel suo progetto storico-musicale.

Lo studioso “anti-coloniale”, come si definisce lui stesso, ha curato i visualizers dell’album. Queste slides informative che accompagnano ogni brano condividono frammenti di storia portoricana, dalle origini della bandiera, al suffragio femminile, dal movimento dell’indipendenza alle amate rane “coquí”, simbolo culturale di appartenenza al paese. “Benito (Bad Bunny) era interessato a dare voce alla storia del Porto Rico, perchè le persone non la imparano a scuola”. Come si fa a combattere per la propria indipendenza se non si sanno le ragioni della propria condizione e delle ingiustizie che si subiscono quotidianamente?
La storia di Porto Rico
Il Porto Rico ha una lunga ed intensa storia coloniale. Dapprima colonia spagnola per quattro secoli e poi territorio americano in seguito alla vittoria degli Stati Uniti nella guerra ispano-americana del 1898. Ancora oggi il Porto Rico non ha conquistato un’indipendenza. Si tratta di un commonwealth autonomo associato agli Stati Uniti, il cui capo di stato è il Presidente degli Stati Uniti d’America, mentre il capo del governo è un Governatore eletto. La locazione politica di questo territorio tuttavia è ancora in bilico. L’opinione pubblica è scissa tra i sostenitori del New Progressive Party e del suo progetto di fare del Porto Rico il 51° stato americano e chi reclama a gran voce l’indipendenza del paese rifiutando “che facciano con Porto Rico quello che è stato fatto alle Hawaii.”
Anche se non è ancora ufficialmente parte degli Stati Uniti d’America, il processo di assimilazione e progressivo annichilimento culturale delle tradizioni portoricane è già in corso da tempo. “Puoi sentire la violenza coloniale ogni giorno”, afferma Maléndez-Badillo in un’intervista per il podcast “The Take” di Al Jazeera. Lo studioso “anti-coloniale” racconta che circa un milione di portoricani hanno subito un massiccio blackout pochi giorni dopo che la società privata statunitense e canadese Luma Energy ha formalmente assunto la gestione della rete elettrica dell’isola. Le conseguenze dell’assenza di elettricità sono prevedibili: mancanza di beni di prima necessità e persino acqua potabile.
Ma le “violenze coloniali” non riguardano solo l’esistenza fisica delle persone, spiega l’accademico: colpiscono anche l’anima culturale e intellettuale della comunità portoricana con più di 400 scuole chiuse negli ultimi dieci anni e il piano di chiusura di più di 60 corsi universitari nelle facoltà umanistiche. Ci sono persone che non parlano nemmeno più lo spagnolo. È in atto un processo di americanizzazione che sta togliendo il Porto Rico ai portoricani per offrirlo a stranieri benestanti che con il loro capitale alzano il prezzo degli immobili a danno della popolazione locale, il 43% della quale vive sotto il tasso di povertà.
Ma come può un album che racconta la storia di un territorio di appena 3 milioni di abitanti scalare tutte le classifiche inondando i social di trend che coinvolgono persone di tutte le età e di tutto il mondo? L’album Debí tirar más foto non parla solo ai portoricani, ma trascende confini ed etnie. È un appello universale a tutti coloro che stanno vivendo la diaspora o sono “outcasts in their own native land, the dispossessed”, come scriveva Oodgeroo Noonuccal, poeta riconosciuta come eroina della lotta per la giustizia degli aborigeni in Australia. È così che il nuovo album è diventato la colonna sonora dell’archivio visivo di Gaza, sottofondo per i video che mostrano immagini della Striscia prima dei bombardamenti israeliani.
Le genti si spostano, le culture si incontrano, ma quello che garantisce l’integrità e la sostenibilità di questi flussi è la consapevolezza di avere una patria, un luogo da cui si è partiti e dove si può tornare, una casa. Con 117 milioni di sfollati a causa di conflitti, violenze, ingiustizie si può affermare che questo processo è stato minato. Le persone partono ma senza alcuna certezza sul ritorno. Il successo mondiale di “Debí tirar más foto” non è solo un indicatore del talento del suo autore ma anche il segnale di un malessere collettivo nella nostra epoca di grandi espropriazioni e diaspore forzate.

