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Società

“Avetrana. Qui non è Hollywood”. Se tutto può diventare una serie tv

Possiamo accettare che crimini efferati realmente commessi vengano raccontati come romanzi gialli? Il mondo della serializzazione.
Sarah Scazzi

Avetrana. Qui non è Hollywood e le sue peripezie hanno riportato in auge il dibattito sull’opportunità di certi prodotti cinematografici. La serie Tv del regista pugliese Pippo Mezzapesa sull’omicidio di Sarah Scazzi, la 15enne di Avetrana (Taranto) uccisa e gettata in un pozzo il 26 agosto del 2010, era prevista dal 25 ottobre sulla piattaforma Disney+. Un ricorso ne ha bloccato l’uscita, poiché lesiva della dignità del piccolo Comune in cui i fatti si sono svolti.

Una volta si chiamavano “sceneggiati“. Poi vennero le “fiction“, prodotti prettamente televisivi quando non esistevano le grandi piattaforme di streamig. Storie vere, o ispirate a storie vere, o finzione pura centellinata in un tot di episodi, in modo da tenere incollate allo schermo milioni di persone. Ma nell’era Netflix&co., le “serie” acquistano una valenza antropologica totalmente differente. Le piattaforme sono come i grandi buffet delle navi da crociera: perennemente apparecchiate, costantemente rimpinguate, incontrando i gusti di ogni tipo di palato. Avventura, romanticismo, storia, guerra, perfino porno: prodotti di ogni genere da poter sgranocchiare nel tempo o da buttar giù bulimicamente.

Le odierne serie, amate trasversalmente da giovani e meno giovani, hanno risposto a due problemi fondamentali dei prodotti per il vecchio tubo catodico: l’attesa e la nostalgia. Se per una nuova puntata, e per conoscere i destini dei loro beniamini, di Un Medico in famiglia gli spettatori degli anni Novanta dovevano attendere una settimana, oggi intere stagioni sono a portata di click per essere ingurgitate nel giro di poche ore. Quanto alla nostalgia, un tempo bisognava attendere e sperare che la Tv rimandasse in onda quella serie così cara ai nostri occhi di spettatori: non sempre accadeva, ma quando era possibile la gioia dell’effetto Amarcord ci induceva a rivedere perfino le infinite puntate della signora Fletcher.

Esiste un abisso fra il modo di concepire la serialità oggi rispetto anche solo a venti anni fa. I colossi dello streaming, infatti, non solo mandando “in onda” on demand, ma sono arrivati perfino a produrre creando hype, soprattutto fra giovani e giovanissimi, che non conoscono più la bellezza dell’attesa e dell’analogico. Ma soprattutto, il pullulare delle serie Tv ha esposto temi dell’attualità-la cronaca nera in particolare-alla “ludicità” del meccanismo seriale. Se un tempo si poteva fare cinema su tutto, questo tipo di operazioni si fermavano a prodotti che avevano una tradizionale durata da film. Il cinema e la Tv, come il teatro, infatti, sono stati potenti strumenti di informazione, sensibilizzazione e catarsi. Pensiamo alla mafia, ad esempio: milioni di persone, in Italia, hanno conosciuto la storia di Peppino Impastato attraverso quel capolavoro di Marco Tullio Giordana che è I cento passi. Soprattutto chi non gli è stato contemporaneo come la Gen Z, che oggi lo celebra e commemora nelle scuole alla stregua di un supereroe.

Ma una serie è un’altra cosa. Al di là di ogni intento informativo, la serie DEVE “intrattenere“. La serie condisce il tempo, lo riempie, cavalca l’edonismo del “voglio sapere come va a finire”, crea immedesimazione e tifo per i personaggi. La domanda sorge spontanea: può la mafia intrattenere? Possiamo ritenere corretto sollazzarci dietro a prodotti che raccontano il crimine come un appassionante romanzo giallo? Ma soprattutto, ha un senso sociale appassionarsi a una trama che nella realtà è costata morti e dolore? La risposta non è semplice, ma il fenomeno assume tinte inquietanti se guardiamo al modo in cui i giovani consumano questi prodotti.

Al di là della vicenda di Avetrana e dell’omicidio Scazzi, chi è tutti i giorni fra gli Under 20 avverte un senso di fastidio, uno stridore di intenti e atteggiamenti. Ne è stato un esempio Mare fuori. Un prodotto di grande successo partorito dalla Tv generalista, che però è stato concepito e percepito come una Dawson’s Creek in salsa carcere minorile. Discutendo e origliando i discorsi tra i fruitori della serie, come ogni giorno fa la sottoscritta, si percepisce qualcosa di aberrante. I ragazzi parteggiano per quel personaggio o per il suo rivale, lo scimmiottano, ne imitano il look. Non a caso per mesi abbiamo assistito al tormentone Tik Tok in cui migliaia di ragazzine giocavano a “Io sono Rosa Ricci e tu chi caXX sì?“. Era questo l’intento di una serie che voleva accendere il faro sul dramma delle carceri minorili?

Stessa cosa dicasi per il delitto Scazzi e per la serie Qui non è Hollywood. Cosa aggiunge un prodotto simile alla comprensione dei fatti, all’umana compassione per una ragazzina uccisa brutalmente? Nulla, se non cavalcare bisogni ludici e pruriginosi di grandi e piccini, con l’aggravante del tempo: Sarah Scazzi è morta ieri. E che tutto possa diventare moda o gioco, ce ne accorgiamo dal fatto che sui social come nella vita vera “Non ho stato io” (da una dichiarazione del famigerato “Zio Michele”) è diventato un meme e una classica battuta da bar. Stessa cosa vale per la nota poesia di Pietro Pacciani, che ragazzetti “memano” sui social ignorando di chi si tratti. Di esempi ve ne sono a bizzeffe. Veniamo dalla civiltà di Eschilo ed Euripide: avevamo bisogno di usare i morti ammazzati (qualche anno prima) per fare teatro?

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