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(Luxor) L’aria è calda, si fatica a respirare per il numero di persone presenti. Sono tutte in coda, ogni secondo, chi ha pagato per fare le fotografie, ne scatta qualcuna, spesso non rispettando il divieto di utilizzare il flash. I custodi, invece di controllare chi ha pagato il biglietto, con durezza e a volte in modo sgarbato, fanno finta di sequestrare le macchine fotografiche per poi chiedere soldi per poter chiudere gli occhi. A volte, in modo sorridente, fanno capire che se li paghi puoi fare fotografie anche senza il biglietto. Sembra quasi di stare in un circo o in un centro commerciale quando qualche idolo degli adolescenti si presenta per una passerella, solo che qui siamo a Luxor nella Valle dei Re.

Il turismo è finalmente tornato, ma è più che altro il turismo di massa di chi frequenta i villaggi turistici di Sharm El Sheikh o Hurgada. Arrivano qui, per poche ore, in pullman e vedono solamente quelle due o tre tombe per ogni sito scelte dai tour operator di massa. È un turismo poco colto, che cerca molto “circo” e le guide glielo offrono. Si tratta di un turismo che sicuramente per i suoi grandi numeri fa girare l’economia egiziana, ma rischia anche di distruggere, o quanto meno logorare, i luoghi in cui entra.

Per fortuna basta girare l’angolo in quelle tombe della Valle dei Re o delle Regine che non sono state prescelte tra le tre da far vedere, per non trovare nessuno. Lo stesso vale per i templi di Luxor o Karnak, basta fare due metri fuori dai tragitti delle guide per essere soli. Esistono poi decine di siti meravigliosi in cui non c’è traccia di turisti. Questo perché se in Egitto è tornato il turismo di massa di chi va nei villaggi del Mar Rosso, questo non è ancora vero per il turismo culturale. Oggi in Italia, dopo il caso di Giulio Regeni e tante allerte terrorismo, il turismo culturale ha voltato le spalle al Paese. Le nuove mete in cui tanti italiani in cerca di un turismo slow si dirigono sono piuttosto l’Iran e altri Paesi del centro Asia.

Basta aggirarsi al Cairo fuori dal museo egizio, anch’esso pieno di gruppi organizzati provenienti dal Mar Rosso o nelle poche mete di massa di Luxor o Abu Simbel per capirlo. Per non parlare dello splendido circuito delle oasi che rimane anch’esso poco frequentato. Si tratta probabilmente più di un problema politico con l’Egitto, che di un problema di terrorismo, in quanto quest’ultimo prende di mira più che altro i bus provenienti dai villaggi turistici low cost, che sono invece sempre pieni. Il turista culturale non è certamente un target in Egitto, però il caso Regeni ha lasciato il segno in questo segmento. Giulio Regeni non era un turista, ma uno studioso. Quello che gli è accaduto non potrebbe succedere a un turista, ma sicuramente i turisti colti non hanno apprezzato la deriva autoritaria del governo egiziano. Anche la repressione degli studenti vicini al movimento di piazza Tahrir non ha certo attirato molte delle simpatie di un certo turismo.

Non che l’Iran o il Centro Asia siano famosi per la loro democrazia, ma negli ultimi hanno tentato di mostrare un volto più aperto. Se mai sono stati gli Stati Uniti a rifiutare le aperture iraniane. L’Egitto ha fatto invece un percorso opposto, è passato dalla speranza della Primavera araba, al governo dei Fratelli musulmani prima, a un regime militare dopo. L’uccisione di Regeni e la non collaborazione alle indagini non ha fatto altro che rafforzare ancora di più la cattiva pubblicità che l’Egitto si è fatto. Oggi infatti viene percepito come un Paese chiuso in se stesso, mentre l’Iran come un Paese che tenta di aprirsi, nonostante le chiusure americane.

L’Egitto per ovviare a questo problema si è aperto al turismo proveniente da Paesi meno sensibili ai diritti civili. Con la Russia, dopo un periodo di grande crescita, è andata male dopo l’attacco terroristico dell’Isis che fece esplodere un volo russo nel 2015 a Sharm El Sheikh causando la morte di 224 persone. Dopo anni di stop, Al Sisi ha appena trovato un accordo con Putin per far ripartire i voli diretti verso il Mar Rosso. È evidente anche l’aumento dei turisti provenienti dalla Cina, dall’Asia in generale, dall’Africa e dal Sud America. Certo nei villaggi turistici è pieno di europei, ma appunto sono persone che non sono venute in Egitto, ma al mare. Hanno scelto il Mar Rosso solo perché costa poco, ma pretendono cibo dei loro paesi e al massimo escono con i pullman a vedere le piramidi e le tombe reali perché le hanno viste in televisione. Non è un turismo che porta ricchezza che spende. Certamente, essendo di massa, dà lavoro a tantissime persone. Il turista culturale è invece un turista che spende di più e che visita posti sperduti proprio perché autentici, dando così lavoro a tante comunità sparse in giro per il paese. La sua rinascita, senza nulla togliere a quello di massa, al massimo aggiungendosi ad esso, porterebbe molto benessere al Paese. Ma per farlo l’Egitto deve tornare a mostrarsi come un Paese aperto al mondo e più attento che casi come quello di Regeni, che in Egitto faceva la tesi di dottorato, non accadano più. Ma non solo, anche il non rispetto dei diritti umani, in un Paese che sembra fare passi indietro, non aiuta. Il turismo culturale va in tanti Paesi in cui non si rispettano i diritti umani, ma ama percepire che la situazione stia migliorando e come il turismo possa contribuire a una maggiore apertura, non il contrario.