Era la voce il tratto distintivo di Ivo Saglietti, morto ieri a Genova. Era pacata e allo stesso tempo decisa. Era flemmatica, eppure da quelle vibrazioni percepivi che Ivo, straordinario fotografo con il quale abbiamo tanto lavorato, voleva raccontarti qualcosa. Soprattutto storie, ambientate in mondi lontani, nello spazio e nel tempo. E lo faceva saltando dall’America latina al Medio Oriente, ma passando sempre dai Balcani.

La voce di Ivo ti entrava nella testa e, quando capitava di leggere un suo testo, lo si faceva, anzi lo si fa ancora oggi, con la sua voce. Con le sue intonazioni. Con le sue pause. Con quell’accento frutto di mille accenti diversi. Era nato in una città di mare e da quello specchio d’acqua è sempre rimasto affascinato. Era l’ignoto ad attrarlo. Il voler scoprire e fotografare storie che spesso non interessavano più a nessuno. Come quella dei comunisti internati a Goli Otok, l’isola calva, dopo la Seconda guerra mondiale. Molti si erano dimenticati di loro. Un’ingiustizia per Ivo, che era sempre attirato e attratto da un ideale di giustizia. Amava il suo lavoro, Saglietti. Era una passione che gli ardeva dentro: essere testimone. Raccontare ciò che stava avvenendo, anche quando tutti facevano il possibile per non vedere o, peggio ancora, dimenticare. Amava le sue macchine fotografiche, delle quali si prendeva cura in modo maniacale. La sera prima di iniziare un lavoro si metteva ad armeggiare affinché tutto fosse pronto. Affinché, di fronte a una scena, riuscisse a cogliere il momento adatto. Vedeva quello che gli altri non vedevano. E riusciva a trasmetterlo agli altri. Sapeva che eravamo nati nell’angolo fortunato del mondo. Quando qui capitava qualche disgrazia non poteva far a meno di pensare a chi stava peggio. Arriva il Covid? Un dramma. Eppure esistono anche altre malattie dimenticate. E così ripesca dagli archivi le storie di coloro che erano stati colpiti da ebola, malaria, colera e Hiv: “All’improvviso, la natura, o forse un oscuro senso della giustizia, ci rende uguali agli altri, quelli lontani. Quelli poveri. È allora che scopriamo che anche da noi gli ospedali mancano, che i vaccini non ci sono e che si muore in solitudine, come si è vissuto. Nessuna riflessione. Nessun pensiero sull’idea che ogni uomo è uguale ad un altro uomo”.

I giovani si schiantano sull’asfalto. Molti prendono di mira le nuove generazioni, ed ecco che Ivo rispolvera dal cassetto un lavoro che i settimanali mai gli pubblicarono: “Non lo volle nessuno. Grandi complimenti, certo, ma la pubblicità della Fiat e delle altre case automobilistiche era più importante”. Non voleva guadagnarci, ma semplicemente parlare di un problema affinché qualcuno provasse, non dico a risolverlo, ma almeno a ragionarci su. Niente. “Provai ad offrire gratis il mio lavoro al ministero dell’Interno. Potevano usarlo come volevano, ma dopo una prima chiacchierata al telefono svanirono come molte vite sull’asfalto”.

E poi il suo grande amico, padre Dall’Oglio, rapito in Siria ormai tanti anni fa e mai più ritrovato. Ivo concludeva il racconto di quell’amicizia citando parole: “Così allora anche l’anima, se vuol conoscere se stessa, dovrà guardare nell’anima”. Ora puoi farlo, Ivo. Puoi guardare l’anima con l’anima. Come si dice ai marinai: buon vento.