Atalanta, il trionfo del “Made in Bergamo” che conquista l’Europa

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La vittoria europea dell’Atalanta, che ha conquistato l’Europa League travolgendo 3-0 il Bayer Leverkusen dominatore della Bundesliga tedesca a Dublino, è un successo che segna non solo l’apice di un modello sportivo ma anche il trionfo di un modello gestionale interessante e peculiare.

L’Atalanta, la multinazionale tascabile del pallone

A scalare l’Europa è una “multinazionale tascabile“, paradigma sportivo delle imprese italiane del quarto capitalismo dei distretti che spesso spingono l’Italia dell’imprenditoria e della manifattura. Ovvero il nocciolo duro di quell’asse che da Bergamo si espande a Brescia e Verona e rappresenta il cuore pulsante dell’industria produttiva del Nord.

L’Atalanta nasce e cresce in questo milieu come gestione sportiva. La gestione è ampiamente e chiaramente orobica: al timone della società c’è Antonio Percassi, 71 anni, figlio di quella Val Seriana da cui viene il nocciolo duro del tifo sportivo atalantino e dell’imprenditoria bergamasca. Ex calciatore della Dea divenuto immobiliarista e re degli outlet italiani Percassi ha nel 2010 rilevato la società dall’altra famiglia bergamasca Doc dei Ruggeri. Percassi è presidente da allora, il figlio Luca amministratore delegato e hanno incasellato una serie di bilanci positivi con un utile cumulato di 163 milioni di euro. E ben nove bilanci in utile di fila.

Il modello bergamasco che funziona

I giocatori di Gian Piero Gasperini, le plusvalenze nate dal vivaio e costruite cedendo a grandi club giocatori e prospetti, i conti e gli investimenti in ordine sotto la regia del Percassi hanno costruito una coesa macchina capace di produrre risultati sul campo e nei conti. Dal 2016 a oggi l’Atalanta bazzica stabilmente l’Europa e col trionfo di Dublino corona un percorso, non si limita a un exploit. Lo conferma il fatto che nel campionato in corso la Dea ha centrato, una volta di più, la Champions League.

A Bergamo l’Europa evocava lutti e ora evoca trionfi. Sono ancora vivi i ricordi della possibile correlazione tra l’esodo degli atalantini verso Milano e lo Stadio di San Siro per il “maledetto” Atalanta-Valencia del febbraio 2020 ritenuto uno dei focolai del Covid-19 che ha funestato la città. Oggi quel ricordo è esorcizzato e, anche grazie al calcio, Bergamo non evoca più, in Europa, solo immagini di lutto e dolore. Il senso di comunità si consolida attorno all’Atalanta squadra, ma è anche costruito come modello di business.

L’Atalanta, squadra e azienda del territorio

Il quartier generale operativo della società è a Zingonia, dove ha sede il centro sportivo ai margini dell’ex “città modello” oggi associata indissolubilmente alla Dea. Tra gli sponsor della Dea si sottolineano, poi, attori del territorio come RadiciGroup, con sede nel borgo di Gandino, l’azienda dell’automazione logistica Authoma, sempre del territorio, e l’orobica General Fruit, attiva nella produzione e distribuzione di bevande, preparati e altri prodotti a base di frutta. A cui non si può non aggiungere il dinamico player dell’illuminotecnica Gewiss, che dal 2019 associa il suo nome allo stadio, già “Atleti Azzurri d’Italia” per i calciofili di più lunga memoria.

Stadio che, en passant, prima di esser associato al nome dell’azienda di Cenate Sotto, in Val Cavallina, è stato acquistato nel 2017 dal comune dall’Atalanta per 8,6 milioni di euro. L’Atalanta ha trasformato in una centrale di ricavi, non di costi, la sua stessa casa. La macchina del duo Percassi-Gasperini è bergamasca doc: pragmatica, laboriosa, costruita per andare lontano. E sostenibile, finanziariamente e non solo.

Una rodata realtà economica

Oltre a Radici e Gewiss, oltre a altri grandi gioielli dell’industria territoriale (da Brembo a Tenaris, da Sanpellegrino a Siad passando per Polynt) anche l’Atalanta si può indicare come polmone economico non indifferente.

La cui attrattività sale. Percassi porta nel nuovo capitalismo del pallone la Dea anche per la capacità di saper far impresa…con denaro altrui. Dal 2022 Stephen Pagliuca, co-presidente dei Boston Celtics dell’Nba e alla guida del fondo Bain Capital, è il primo azionista del club di Giorgio e Guido Paglia a cui i Percassi hanno ceduto il 55% delle quote. Ma il proprietario resta nell’ombra e lascia andare avanti chi ha lavorato finora. Con risultati proiettati verso nuovi traguardi. Capaci di arricchire la bacheca di un club che fino al trionfo di Dublino aveva vinto solo una Coppa Italia, nel 1963. E, cosa non scontata, anche i bilanci del club. Un nuovo traguardo per il “Made in Bergamo” che oggi conquista anche l’Europa.