Le Olimpiadi arrivano in una Milano in cui il clima dei Giochi non sembra pervadere la città ambrosiana. Il capoluogo lombardo, sede dei Giochi “diffusi” con Cortina d’Ampezzo, recepisce solo in parte lo spirito di Olimpia. Ed è un chiasmo notevole se si pensa a due, importanti, precedenti: i Giochi Invernali di Torino 2006, che generarono entusiasmo ai piedi della Mole Antonelliana, e l’Expo del 2015 proprio di Milano, che dall’accoglienza di milioni di visitatori per l’esposizione universale sulla spianata di Rho ottenne il volano di visibilità come grande metropoli europea e globale.
Olimpiadi e Expo, percezioni diverse
Ebbene, l’Expo 2015 pervase profondamente Milano, ne cambiò l’immagine, ne plasmò un senso rinnovato di orgoglio e di esposizione europea e globale. Sulla scia del successo dell’Expo il Commissario delegato nominato dal governo, quel Beppe Sala passato attraverso il management privato (ad di Pirelli Tyre e direttore generale di Tim) e pubblico (direttore generale del comune di Milano, presidente di A2A), sbarcando in politica conquistò la poltrona di sindaco della città nel 2016. E ora, nel suo ultimo anno del suo secondo mandato, è gran cerimoniere di un’Olimpiade che nella narrazione avrebbe dovuto incoronare, definitivamente, la nuova era di Milano. E invece sta scivolando sulla pelle del capoluogo ambrosiano.
Sono stati recettivi enti come il Museo delle Culture e la Fabbrica del Vapore, che propongono mostre a tema montagna. La Stazione Centrale sfoggia ogni notte una livrea tricolore, per il resto poco fermento: l’idea di una città olimpica non è trasmessa. Alla vigilia della cerimonia d’apertura i milanesi commentavano più i disagi al traffico, le chiusure e altri fattori di condizionamento dell’hype per l’appuntamento olimpico.
Si chiude un cerchio
In un certo senso si chiude il cerchio aperto dall’Expo 2015: la Milano divenuta sempre meno ambrosiana e sempre più mondiale per il combinato disposto di vetrina internazionale, nuova visibilità, investimenti in real estate e cambi profondi nella demografia del suo ceto medio-alto è una Milano dove alla frenesia della crescita è subentrato l’onere dell’amministrazione e dove alle nuove frontiere da espandere si sono sostituiti i gravosi doveri di gestione del nuovo livello di crescita e sviluppo. E in cui probabilmente la turbinosa sostituzione della popolazione, che ruota a alta velocità, riduce il radicamento territoriale.
Un dato dunque è certo: Milano sente le Olimpiadi meno di quanto abbia sentito Expo. La stessa scelta del quartiere di Rogoredo, “non luogo” nel Sud della Città, come sede dell’Arena Santa Giulia sembra parafrasare un certo distacco dal cuore ambrosiano della metropoli lombarda. Londra nel 2012 forse sbagliò a posizionare lo Stadio Olimpico nel quartiere di Stratford, periferico e fuori contesto, ma i Giochi estivi risuonarono nella città.
Milano di fronte agli eventi globali
La Milano sempre così pronta a meravigliarsi per i contatti globali della sua economia o per eventi internazionali come la Settimana della Moda, il Salone del Mobile o la Fiera dell’Artigianato appare oggi più introversa. Quasi provinciale, diremmo noi. Specchio di un’Italia che fatica a sentire suoi queste Olimpiadi.
La stessa pianificazione olimpica ha fornito la sponda alla riqualificazione dello Scalo di Porta Romana, parallelo e in parte indipendente dai Giochi, ma come nota Art Tribune, “non ci sarà nessuna aggiunta strutturale alla città fatto salvo il momento limitato e temporaneo dell’evento”. Quasi come se le Olimpiadi fossero una quinta teatrale temporanea:
Un evento rilevante come le Olimpiadi non avrà aggiunto nulla in maniera stabile a Milano. Neppure un monumentino, una piccola opera di arte pubblica ad imperitura memoria. Tutto è solo temporaneo, tutto si chiude nella dinamica dell’evento, col ritmo proprio della canonica week milanese e non di un grande evento epocale.
Specchio, questo, di una città la cui governance è dettata dai tempi della finanza e del real estate. Dal Pil più che dalla progettualità, da uno sviluppo indubbiamente impetuoso più che dalla sua governance e che con i Giochi vedrà, però, chiudersi un fronte aperto proprio nel 2015. L’Expo dettò il via libera a una nuova percezione di Milano. Le Olimpiadi imporrano riflessioni sull’esito di una corsa durata oltre dieci anni, in una città che appare molto centrata su sé stessa e presenta periferie in difficoltà, problemi di accessibilità, dinamiche strutturali in evoluzione sul piano del potere e della finanza. E vedrà passare i Giochi come uno dei tanti happening. Senza neanche fermarsi a meravigliarsi per l’unicità dell’evento.

