Mehdi Mahmoudian, co- sceneggiatore dell’ultimo film del regista iraniano Jafar Panahi, è stato arrestato domenica a Teheran per aver firmato- insieme ad altri 16 intellettuali iraniani- una dichiarazione in cui condannava la guida suprema Ali Khamenei, in protesta con lo spargimento di sangue seguito alle recenti manifestazioni. L’arresto arriva a poche settimane dalla nomination di “Un semplice Incidente” all’Oscar come miglior film internazionale e per la miglior sceneggiatura.

Se non fosse accaduto in Iran, potrebbe sembrare che Jafar Panahi, Mehdi Mahmoudian e tutti coloro che negli anni hanno collaborato al loro lavoro cinematografico siano afflitti da una qualche maledizione: Mahmoudian e Panahi si erano conosciuti nel 2022 nel carcere di Evin, dove rimasero reclusi insieme per oltre sette mesi. Il regista era stato arrestato dopo essersi informato sulla sorte giudiziaria di un collega, Mohammad Rasoulof. Panahi, già condannato nel 2010 e sottoposto per anni al divieto di girare film, è stato nuovamente condannato in contumacia nel gennaio 2025, mentre si trovava negli Stati Uniti. È lì che ha appreso, nei giorni scorsi, dell’arresto del suo co-sceneggiatore.
In una nota al Guardian, Panahi ha detto: “Ogni volta che arrivava un nuovo prigioniero, Mehdi cercava di fornirgli le necessità di base e, cosa più importante, offriva rassicurazioni”, “È diventato un pilastro tranquillo all’interno della prigione – qualcuno di cui detenuti di tutte le credenze e background si fidavano e con cui si confidavano”.
Ma più che sfortunati, i due sono andati incontro a un destino che gli era ben chiaro, quello di chi decide di sfidare il regime. Dall’affinità elettiva nata dietro le sbarre è nato “Un semplice incidente”, che- ha scherzato il regista in un intervista- non è un film. Perché lui, per gli ultimi vent’anni, di film non ne poteva fare, stando a un divieto impostogli dal giudice.
“Un semplice incidente” e il futuro dell’Iran
“Finirà mai questa violenza?” chiedeva Shiva, una dei protagonisti di Un semplice incidente nella scena finale del film. Molti hanno scritto che Un semplice incidente è il grande capolavoro di Panahi. Sicuramente, anche chi non sia un esperto di cinema, guardandolo oggi può osservarne lo spaventoso tempismo. Sì, perchè in questo film c’è tutto quello su cui ci siamo interrogati in queste settimane, guardando sgomenti le notizie dall’Iran. C’è un torturato che si imbatte nel suo torturatore, ma è perennemente in dubbio sull’effettiva identità dell’uomo: è convinto che sia lui, ma non fino in fondo. Vorrebbe accanirsi su “Gamba di legno”, ma ha continui ripensamenti. C’è lo scontro- dialettico e non solo- tra chi non resiste all’idea della vendetta violenta e chi invece, come Shiva, si interroga sul senso di usare violenza verso coloro i quali l’hanno usata per primi. C’è, in sintesi, l’Iran che verrà.
“Ciò che contava per me era il futuro e il dopo-regime”, ha detto Panahi parlando del suo film, “Tutto nel film è una scusa o un pretesto per arrivare a questa domanda: il ciclo di violenza continuerà o finirà?”.
A giudicare dagli avvenimenti dell’ultimo mese- oggi- verrebbe da propendere per la seconda.
Travolto dalle proteste partite dai bazar a fine dicembre, schiacciato dalla violenta repressione interna e dalle pressioni esterne, oggi l’Iran sembra inevitabilmente condannato a un futuro di violenza, come quella a cui fa riferimento la giovane Shiva del film di Panahi. Tuttavia, la gestazione di questo film- come anche la perseveranza di chi lo ha realizzato nonostante le difficoltà- fa pensare che forse, una speranza, per gli iraniani possa esserci. E che sia nella complessità delle domande, come quelle che attanagliano i protagonisti di fronte alla decisone da prendere sul destino del loro carceriere.

