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L’Armenia nelle ultime ore sta vivendo una crisi politica e sociale interna che nessuno, soltanto un’anno fa, avrebbe mai potuto lontanamente immaginare. Il piccolo Paese caucasico, dopo la rivoluzione di velluto del 2018, stava rafforzando le proprie impalcature democratiche. Attraverso un’aspra lotta contro le lobby oligarchiche, un avvicinamento all’Unione europea e un potenziamento degli apparati statali, l’ex repubblica sovietica stava consolidandosi sempre più sia da un punto di vista economico che politico.

La guerra del Nagorno Karabakh di ottobre ha però sparigliato le carte, tutte le conquiste che la piazza aveva ottenuto con la rivoluzione di velluto del 2018 si sono sgretolate. Nikol Pashinyan, il primo ministro armeno, ha perso una importante e consistente fetta di sostenitori dopo aver firmato le condizioni della resa del 9 novembre e buona parte della popolazione dell’Armenia e del Nagorno Karabakh vede ora in lui il colpevole della sconfitta, il traditore dell’Artsakh e il primo responsabile della morte di oltre 5mila giovani soldati.

Il fatto che il premier abbia mentito alla popolazione sull’andamento del conflitto e abbia commesso gravi errori diplomatici è un’evidenza, le condizioni della tregua sono state estremamente dolorose per l’Armenia e il desiderio revanscista e la sofferenza per le vite umane perse durante i 44 giorni di scontri stanno portando ora quasi la metà della popolazione armena a rifiutare il premier, a rinnegare la rivoluzione democratica del 2018 e a pretendere le immediate dimissioni dell’esecutivo di Pashinyan.

Sin dalla notte del 9 novembre il malcontento popolare si era manifestato per le strade di Yerevan, la capitale dell’Armenia. Migliaia di dimostranti, pochi minuti dopo aver appreso della tregua, avevano assaltato il Parlamento e la casa del premier e l’ira popolare aveva preso il sopravvento. Da quel giorno l’Armenia ha vissuto una spaccatura interna senza precedenti. Le forze di opposizione si sono unite in una larga coalizione che ha chiesto le dimissioni immediate del premier, Pashinyan invece ha invitato i suoi uomini a essere uniti per difendere la democrazia armena. Comizi e proteste si sono succeduti per tutto il periodo trascorso dalla fine della guerra sino ad oggi.

Venerdì però la situazione è degenerata. Sin dalle prime ore del mattino una notizia ha iniziato a trapelare su tutte le testate nazionali: ”L’esercito armeno si sta rivoltando contro il premier Pashinyan”. Parole terrificanti, come golpe militare e guerra civile hanno iniziato a circolare su tutti i social network e mentre sulla rete toni allarmati riempivano le homepage dei siti di informazione, intanto, a Yerevan due cortei composti rispettivamente da sostenitori dell’opposizione e della maggioranza si fronteggiavano nelle strade. ”Quando Pashinyan attraversava le vie del centro con i suoi sostenitori, la gente dai balconi gli urlava che era un traditore, lo minacciava che l’avrebbero fucilato. Yerevan si è svegliata con i blindati dei militari nelle strade e gli aerei da guerra che volavano radenti sopra il centro città”. E’ con queste parole che una fonte locale contattata da InsideOver, che ha preferito rimanere anonima per il clima di grande insicurezza che sta vivendo il Paese, ha raccontato le drammatiche ore di venerdì mattina.

Il casus belli che ha fatto precipitare la situazione è stata una dichiarazione rilasciata alla stampa dal primo ministro armeno mercoledì quando ha esternato che i missili Iskander a corta e media gittata, utilizzati durante la guerra, non hanno funzionato o, se l’hanno fatto, è avvenuto solo nel 10% dei casi. Parole a cui è seguita la replica del numero due dell’esercito armeno Tiran Kachatrian che ha definito le parole del leader armeno ”ridicole”. All’indomani Kachatrian è stato licenziato dal premier ma ad ogni azione corrisponde una reazione e così giovedì, una dichiarazione dello stato maggiore dell’esercito armeno, in risposta al licenziamento voluto da Pashinyan, ha fatto sprofondare il Paese nel caos. ”La decisione, presa in circostanze difficili per l’Armenia, è antistatale e irresponsabile. Le forze armate armene hanno tollerato a lungo gli attacchi delle autorità mirati a screditare le forze armate ma ogni cosa ha il suo limite”, recita il comunicato dello stato maggiore, che prosegue: ”Date le circostanze, le forze armate armene chiedono le dimissioni immediate del primo ministro e del governo e li avvertono di non utilizzare la forza contro la gente i cui figli sono morti difendendo la madrepatria”. Parole durissime e che spaventano e alle quali sono seguiti scontri in piazza e un consistente dispiegamento di forze armate per le vie della capitale.

”Il clima che si respira oggi in Armenia è simile a quello di certi stati del Sud America durante gli anni ’70”, ha chiosato l’intervistato per InsideOver e mentre nelle strade, subito dopo il comunicato delle forze armate, sono comparsi blindati e soldati e non sono mancati feriti tra i dimostranti, intanto il premier ha invocato il licenziamento del comandante dello stato maggiore Onik Gasparian e ha chiesto al Presidente Sarkissian di appoggiarlo nella rimozione del capo dell’esercito.

”La crisi in Armenia sta prendendo una piega molto pericolosa. I militari nel Paese caucasico sono sempre rimasti fuori dalla politica”, ha spiegato Thomas de Waal, uno dei massimi esperti di Caucaso e autori del libro Black Garden che poi ha aggiunto: ” Per rimanere ancorato al potere Pashinyan cerca ora di affrontare tutte le elité del Paese compresi la Chiesa e il Presidente Sarkissian. E per ottenere consensi, come sua abitudine, Pashinyan, si rivolge alla piazza”.

Da giorni le strade dell’Armenia sono infuocate, barricate e blocchi stradali punteggiano le vie della capitale, nella giornata di lunedì primo marzo alcuni dimostranti hanno occupato i palazzi governativi e Pashinyan ha invece organizzato una manifestazione in Piazza della Repubblica e ai suoi sostenitori ha dichiarato di essere favorevole alle elezioni anticipate. Un guanto di sfida lanciato all’opposizione e dettato dalla convinzione di uscire vincitore dalle urne. Ma il futuro dell’Armenia non è così lineare e scontato come se lo prefigge l’attuale primo ministro. La tensione è altissima, la violenza e l’esasperazione dovute anche a una grave crisi economica e umanitaria, oltre che alla frustrazione per la sconfitta militare, stanno maturando giorno dopo giorno, la presa di posizione delle forze armate è estremamente preoccupante e la paura è che questa volta il futuro dell’Armenia non venga scritto dai voti dei suoi cittadini ma dalla rabbia che nelle piazze e nelle strade trova il terreno in cui maturare, riprodursi e sfogarsi.

Sabato, durante le proteste, alcuni sostenitori dell’opposizione hanno recitato in piazza un macabro spettacolo durante il quale è stata riproposta l’esecuzione del dittatore romeno Nicolae Ceausescu e di sua moglie Elena, fucilati dai militari romeni il 25 dicembre 1989. Una minaccia non tanto velata a Nikol Pashinyan e a sua moglie Anna Hakobyan. Un’istantanea capace di decifrare e tradurre il clima che sta attraversando l’Armenia meglio di qualsiasi analisi politica.