La qualificazione della nazionale di basket del Sudan del Sud alle Olimpiadi di Parigi ha sorpreso forse gli stessi organizzatori. Pochi minuti prima dell’esordio nel torneo della squadra africana, a risuonare all’interno del palasport di Lille è stato l’inno del Sudan, Paese da cui il Sudan del Sud si è staccato nel 2011 e non senza attraversare guerre e problemi di ogni tipo. L’imbarazzo è però durato poco: iniziata la sfida contro Puerto Rico, i sudsudanesi hanno messo in campo tutto il loro entusiasmo e hanno agguantato la prima storica vittoria olimpica.
Una favola non interrotta nemmeno dalla sfortunata eliminazione arrivata poi al termine del girone: i ragazzi, guidati dal coach Royal Ivey, si sono comunque battuti contro le più blasonate formazioni di Stati Uniti e Serbia. E hanno permesso a molti appassionati di tutto il mondo di rendere evidente la propria esistenza, portando agli occhi del mondo i propri colori e la propria bandiera.
Un miracolo che parte da lontano
Basket nel Sudan del Sud è sinonimo di riscatto. Un termine quest’ultimo che è una parola d’ordine, quasi un imperativo inconscio, per i suoi abitanti. Il Paese, come detto, è diventato indipendente solo nel 2011 ma anche dopo il distacco da Khartoum non ha conosciuto veri momenti di pace: dal 2013 al 2020 infatti, il territorio sudsudanese è stato teatro di una lunga e sanguinosa guerra civile che ha causato migliaia di vittime e almeno quattro milioni di sfollati.
Sono quindi due adesso le priorità: farsi riconoscere all’estero e ricostruire per intero un Paese rimasto senza infrastrutture. Due obiettivi difficili ma che, specialmente in campo sportivo, hanno fatto scattare un certo orgoglio nazionale. E hanno rievocato, nella mente di molti sportivi, l’esempio di Manute Bol. Ossia uno dei primi africani a giocare nell’Nba, lì dove ha svolto gran parte della sua carriera a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Alto più di due metri, Bol era originario proprio di un villaggio dell’attuale Sudan del Sud e le sue gesta sportive hanno ispirato un’intera generazione di atleti del suo territorio.

Tra questi, anche Luol Deng, anch’egli sudsudanese e anch’egli in grado di arrivare in Nba dove può vantare alcune stagioni con i Los Angeles Lakers. Ed è sua la “regia” della nazionale di basket: è stato proprio lui a chiamare a raccolta diversi giocatori originari del Sudan del Sud sparsi per il mondo, soprattutto tra Usa e Australia. Una volta creata la squadra, Deng ha anche pagato le prime trasferte e ha così permesso ai suoi connazionali di iniziare a giocare i tornei africani. Nel 2023 la storica prima volta a un mondiale, il cui piazzamento al diciassettesimo posto (davanti a tutte le altre africane) ha permesso al Sudan del Sud di ottenere il pass olimpico. E di iniziare così quel sogno destinato a riservare altre importanti sorprese.
Il precedente dell’Angola
Non è la prima volta che il mondo della palla a spicchi diventa occasione di riscatto per un Paese africano. Il caso del Sudan del Sud ricorda da vicino quello dell’Angola che, a partire dagli anni ’90, ha fatto del basket un simbolo di rilancio e di unità nazionale dopo decenni di guerra civile. Anche da queste parti del resto la pallacanestro è un’istituzione: “Ogni volta che gioca l’Angola – ha dichiarato su EuroNews alcuni anni fa l’analista angolano Alfredo Fortunato – il Paese praticamente si ferma, e tutti si attaccano alla tv per vedere giocare la formidabile squadra nazionale, con abilità all’altezza perfino dell’America o dell’Europa”.
Niente divisioni, niente guerre, niente pensieri negativi che assillano una popolazione che negli anni di atrocità ne ha viste purtroppo parecchie: quando inizia una partita di basket, la gente pensa solo a sventolare i vessilli dell’Angola e a fare il tifo per i propri giocatori.
La prima apparizione della nazionale a un torneo olimpico risale a Barcellona 1992, da allora gli angolani sono sempre stati presenti al mondiale e, almeno fino a Pechino 2008, alle Olimpiadi. Vincendo, nel frattempo, qualcosa come 11 tornei africani e contribuendo a dare dell’Angola l’immagine di un Paese normale. Esattamente come spera di fare, tra non molto, anche la nazionale del Sudan del Sud.

