Per capire come affrontare correttamente una pandemia, quali armi utilizzare e comportamenti adottare è importante conoscere il nemico che abbiamo di fronte. Facile a dirsi, difficile a farsi. Un conto, infatti, è mettere a punto una strategia capace di contenere un’emergenza sanitaria provocata da un virus noto, cioè un agente patogeno già presente negli archivi dei laboratori, analizzato e scansionato da cima a fondo. Tutto un altro paio di maniche è confrontarsi con un morbo spuntato dal nulla, in circostanze non chiare e secondo dinamiche ignote. In quel caso le autorità sanitarie sono letteralmente costrette a partire da zero.
L’impresa è complessa, visto che sono richieste due azioni parallele: da una parte il contrasto alla pandemia, senza avere una chiara linea da seguire, e dall’altra la raccolta di informazioni per consentire alla ricerca di sviluppare farmaci e vaccini capaci di debellare il nemico invisibile. Da questo punto di vista, il Sars-CoV-2 ha colto alla sprovvista l’intera comunità scientifica. È vero: quel virus faceva parte dell’ampia famiglia dei coronavirus, che comprende, tra gli altri, anche il comune raffreddore, ed era un parente stretto della Sars, ma si comportava in modo del tutto inedito. L’errore più grande, commesso almeno nella prima fase, è stato quello di considerare il Covid-19 come tutte le altre malattie.
Andamenti diversi
Come ha sottolineato The Atlantic, una malattia può diffondersi in due modi diversi: seguendo un andamento deterministico o uno stocastico. Nel primo caso ci troviamo di fronte a una distribuzione lineare e piuttosto prevedibile, mentre nel secondo, al contrario, dobbiamo fare i conti con la casualità. Detto altrimenti, è pressoché impossibile fare previsioni sull’andamento di una malattia del genere. Scendendo nel dettaglio, se ci troviamo di fronte a un virus che segue la traiettoria deterministica possiamo, in qualche modo, osservare il recente passato per prevedere il futuro. Ovvero: guardare a ieri per anticipare il domani, o quanto meno farsi un’idea di cosa aspettarci.
Il discorso cambia se i fenomeni da analizzare seguono un andamento stocastico. In gergo tecnico, stessi input non producono medesimi output. Questo significa che lo scenario non è prevedibile leggendo i dati di “ieri” e tutto può cambiare, in maniera casuale, da un momento all’altro. La comune influenza, tranne casi eccezionali, mostra sempre un andamento deterministico e il suo R0 (indice di trasmissibilità) offre quasi sempre il quadro della situazione. Il Sars-CoV-2, invece, non segue un andamento lineare ma si basa, piuttosto, sulla casualità.
Casualità e superdiffusori
Facciamo un esempio per capire meglio la particolarità del Covid. Ipotizziamo di avere dieci persone contagiate. Se l’R0 è pari a uno, significa che mediamente ciascun malato è in grado di infettare un altra persona. I nostri dieci pazienti, dunque, “peseranno” allo stesso modo sull’andamento dei contagi. La realtà ha però dimostrato che non sempre accade così. È infatti possibile che 9 dei nostri dieci pazienti possano effettivamente contagiare in media una sola altra persona a testa; il decimo, perché magari un superdiffusore, potrebbe però scatenare il finimondo contagiandone decine.
Oppure, sempre ragionando con un R0 pari a 1, è probabile che cinque delle dieci persone prese come esempio non contagino nessuno pur essendo positive, che altre tre mantengano la media di un’infezione a testa e che l’ultima sia un superdiffusore. Il punto, nell’emergenza Sars-Co-2, è che un piccolo numero di eventi o persone è responsabile della maggior parte delle conseguenze. E che concentrarsi solo e soltanto sul fattore R0, adottando la strategia solitamente applicata alle pandemie di influenza, possa essere del tutto inutile.
Lo hanno capito benissimo i giapponesi, che non a caso sono stati in grado di frenare la curva epidemiologica senza ricorrere a lockdown o altre misure drastiche. In un articolo pubblicato sull’Ambasciata giapponese in Italia, Nishimura Yasutoshi, ministro giapponese per il Rilancio Economico e ministro incaricato dei provvedimenti contro ilCovid-19, ha spiegato alla perfezione l’intuizione del Giappone. “I nostri esperti in materia di sanità hanno notato molto precocemente che la malattia si diffonde in modo particolare. Sebbene il coronavirus sia molto contagioso, la sua contagiosità non è uniforme. La maggior parte delle persone contagiate, circa l’80%, non lo trasmette mai ad altri. Una parte importante delle infezioni può essere ricondotta ad un numero ridotto di “eventi ad altissima diffusione”. Altrettanto sorprendentemente, una persona con sintomi lievi o addirittura assenti potrebbe facilmente causare un evento ad altissima diffusione o un cluster”, ha scritto Nishimura. Dunque, è la conclusione del suo ragionamento, dal momento che il Covid-19 è una malattia che si diffonde attraverso un numero relativamente ridotto di catene di trasmissione ad altissima diffusione, e “‘se si riescono ad isolare le catene o a prevenirne la formazione, la trasmissione del virus non è sostenibile”. Per il momento la strategia giapponese ha funzionato alla perfezione.
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