L’Italia, culla del Rinascimento, patria di Dante e Leonardo, terra di una ricchezza culturale millenaria, si crogiola spesso nell’immagine di sé: nazione profondamente radicata nella conoscenza e nelle arti. Eppure, dietro questa facciata luminosa, si cela un’ombra inquietante, un male silenzioso che mina le fondamenta stesse della nostra società: l’analfabetismo funzionale. Non si tratta, fortunatamente, dell’incapacità di leggere e scrivere in senso stretto – fenomeno residuale nel nostro Paese, ma che comunque meriterebbe maggiore attenzione – bensì di una condizione ben più subdola e diffusa: la difficoltà, per un numero allarmante di italiani, di comprendere, utilizzare e interpretare in modo efficace le informazioni scritte con cui ci confrontiamo nella vita quotidiana.
Questo mio scritto non vuole essere un atto d’accusa sterile, né un lamento pessimistico.
Al contrario, ambisce a sollevare un dibattito urgente e necessario, a squarciare il velo di silenzio che avvolge un problema che, se ancora ignorato, rischia di compromettere seriamente il futuro del nostro Paese. L’analfabetismo funzionale non è una questione marginale, relegata a frange isolate della popolazione. Le evidenze empiriche, i sondaggi autorevoli e le analisi di esperti, ci dicono che siamo di fronte a un fenomeno strutturale, profondamente radicato nella nostra società, che attraversa generazioni, classi sociali e territori; che si acuisce nell’era digitale, paradossalmente in un’epoca di sovrabbondanza informativa.
Cosa significa analfabetismo funzionale?
Prima di addentrarci nell’analisi della situazione italiana, è fondamentale chiarire che cosa intendiamo per analfabetismo funzionale.
La definizione più diffusa, elaborata dall’UNESCO e ripresa dall’OCSE nel Programma per la Valutazione Internazionale delle Competenze degli Adulti (PIAAC), lo descrive come l’incapacità di un individuo di utilizzare le proprie abilità di lettura, scrittura e calcolo, per affrontare efficacemente le richieste della vita quotidiana e partecipare pienamente alla società.
Non si tratta quindi di non saper decifrare le parole scritte, ma di non riuscire a comprendere il significato profondo di un testo, a estrapolarne le informazioni rilevanti, a integrarlo con le proprie conoscenze pregresse, a formulare giudizi critici basati su di esso. D’altro lato, l’analfabetismo funzionale numerico non si limita all’incapacità di eseguire operazioni matematiche di base, ma si estende alla difficoltà di interpretare grafici, tabelle, statistiche, e di comprendere concetti numerici complessi per applicarli a situazioni concrete.
È cruciale sottolineare la differenza tra analfabetismo “puro” e analfabetismo funzionale.
Il primo, in Italia, è un fenomeno in declino, grazie all’istruzione obbligatoria e agli sforzi di alfabetizzazione del passato. Il secondo, invece, è un problema più complesso e insidioso, perché colpisce anche persone che hanno frequentato la scuola, che sanno leggere e scrivere, ma che, di fatto, non possiedono le competenze necessarie per veleggiare con autonomia e consapevolezza nel mondo contemporaneo. L’analfabeta funzionale è come un navigatore in un mare tempestoso senza bussola né carte nautiche: pur vedendo le onde e sentendo il vento, è incapace di orientarsi e rischia di naufragare.
Le cifre parlano chiaro: l’Italia di fronte al test dello studio PIAAC
La gravità della situazione italiana emerge con forza dai dati raccolti dal PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) dell’OCSE.
Questo studio, condotto su un campione rappresentativo di adulti in numerosi Paesi, valuta le competenze chiave in literacy (comprensione della lettura), numeracy (competenze numeriche) e problem solving in ambienti tecnologici.
I risultati per l’Italia sono, purtroppo, allarmanti.
Secondo i dati PIAAC più recenti (ciclo 2012 e successivi aggiornamenti), una percentuale significativa di adulti italiani si colloca ai livelli più bassi di competenza in literacy e numeracy. Nello specifico, circa il 27% degli adulti italiani si trova al di sotto del livello 2 di literacy, considerato il livello minimo per partecipare pienamente alla vita sociale e professionale. In altre parole, oltre un quarto della popolazione adulta italiana fatica a comprendere testi di media complessità, ad estrarre informazioni da testi più lunghi, a fare inferenze (ossia deduzioni) semplici. In termini di numeracy, la situazione è ancora più preoccupante: oltre il 47% degli adulti italiani si colloca al di sotto del livello 2, mostrando difficoltà a interpretare grafici semplici, a eseguire calcoli percentuali di base, a comprendere concetti numerici fondamentali per la gestione della vita quotidiana (OECD, PIAAC 2012, 2019, 2023).

Questi dati ci dicono, in sostanza, che vi sono persone (tante… troppe) che hannodifficoltà a comprendere i manuali di istruzione, i contratti di lavoro, le normative aziendali; a seguire corsi di formazione e aggiornamento professionale, con conseguenze negative in termini di occupabilità, retribuzione e progressione di carriera.
L’ISTAT conferma queste difficoltà.
Molte persone fanno fatica a comprendere le indicazioni mediche, i foglietti illustrativi dei farmaci, le informazioni sulla prevenzione e la promozione della salute, con rischi per la propria salute e per quella dei propri cari. Il Ministero della Salute evidenzia costantemente l’importanza della literacy sanitaria, proprio per migliorare l’aderenza alle terapie e la prevenzione.
In campo sociale, queste persone non comprendono le informazioni politiche e amministrative, i programmi elettorali, le leggi, i regolamenti, con il risultato che votano con scarsa o nessuna consapevolezza; non partecipano attivamente al dibattito pubblico, con ricadute negative sulla qualità della democrazia e sulla capacità di esercitare pienamente i diritti di cittadinanza.
Rispetto all’accesso alla cultura e alla informazione, si riscontrano in queste percentuali di persone una difficoltà a comprendere articoli di giornale, libri, saggi, documenti online; a valutare criticamente le fonti di informazione, a distinguere tra notizie vere e false (fake news), a sviluppare un pensiero critico autonomo e consapevole, con il rischio di essere manipolati e di cadere vittime della disinformazione e della propaganda. Tutto ciò è ampiamente monitorato dall’AGCOM.
Le radici del problema: un’ipotesi sulle cause
L’analfabetismo funzionale in Italia non è un fulmine a ciel sereno, ma il risultato di una complessa interazione di fattori strutturali, sociali e culturali. Analizzarne le cause è fondamentale per individuare strategie efficaci per contrastarlo.
Il sistema scolastico italiano, pur con i suoi indubbi meriti e le eccellenze che riesce a esprimere, presenta alcune criticità che contribuiscono al problema dell’analfabetismo funzionale. Siamo di fronte ad un approccio didattico ancora troppo centrato sulla trasmissione passiva di nozioni, a scapito dello sviluppo di competenze trasversali come il pensiero critico, della capacità di problem solving, e di comunicazione efficace, in assenza di collaborazione interdisciplinare e di apprendimento autonomo. Tutto ciò genera studenti che, pur avendo acquisito conoscenze teoriche, non sono in grado di applicarle concretamente nella vita reale, né riflettere in profondità sugli avvenimenti della loro stessa esistenza. Inoltre, persistono disuguaglianze territoriali e sociali nell’accesso a un’istruzione di qualità, con scuole che operano in contesti svantaggiati e che faticano a garantire pari opportunità di apprendimento a tutti gli studenti.
Le prove standardizzate INVALSI evidenziano le criticità nelle competenze di base degli studenti italiani e le disparità territoriali.
La dispersione scolastica, sebbene in calo negli ultimi anni, rimane un problema significativo, soprattutto in alcune aree del Paese, privando molti giovani di una formazione adeguata. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito pubblica dati e analisi sulla dispersione scolastica.
Infine, la formazione iniziale e continua dei docenti, pur migliorata, necessita di ulteriori investimenti e aggiornamenti per rispondere alle sfide educative del XXI secolo, con lo scopo di promuovere metodologie didattiche innovative e centrate sullo studente. A questo proposito, sono interessanti i dati L’OCSE, che, attraverso il rapporto TALIS (Teaching and Learning International Survey), analizza le condizioni di lavoro e lo sviluppo professionale degli insegnanti a livello internazionale.
Le disuguaglianze socio-economiche: un divario che si ripercuote sull’istruzione
Le disparità socio-economiche rappresentano un fattore determinante nell’analfabetismo funzionale. Bambini e ragazzi provenienti da famiglie svantaggiate, con un basso livello di istruzione e un contesto culturale deprivato, partono svantaggiati… fin dalla prima infanzia. La mancanza di stimoli cognitivi precoci, la minore disponibilità di libri e materiali didattici in casa, la minore attenzione all’importanza dell’istruzione da parte della famiglia, alimentano un divario che si amplifica nel corso degli anni scolastici.
La pandemia di COVID-19 ha ulteriormente acuito queste disuguaglianze, con la didattica a distanza che ha penalizzato soprattutto gli studenti più vulnerabili, privi di accesso a tecnologie adeguate e di un supporto familiare efficace. L’UNICEF ha pubblicato rapporti interessanti a questo proposito.
L’era digitale: un paradosso dell’informazione e una sfida alla competenza
L’avvento dell’era digitale, con la sua sovrabbondanza di informazioni accessibili ad un clic, avrebbe dovuto rappresentare un’opportunità per ampliare le conoscenze e migliorare le competenze di tutti. Eppure, paradossalmente, ha contribuito ad acuire il problema dell’analfabetismo funzionale. Infatti, la facilità di accesso alle innumerevoli informazioni non si traduce automaticamente in una maggiore capacità di comprenderle, valutarle criticamente e utilizzarle in modo efficace. Anzi, il contrario… perché la frammentazione dell’attenzione, la superficialità della lettura online, la diffusione di false notizie, assieme alla polarizzazione del dibattito pubblico sui social media, si riflettono negativamente sulle competenze di literacy e numeracy, soprattutto per chi già si trova in difficoltà.
In questo contesto, la competenza digitale, ossia la capacità di utilizzare strumenti tecnologici, e soprattutto la capacità di navigare, selezionare, valutare e utilizzare criticamente le informazioni online, è una vera e propria abilità necessaria per contrastare l’analfabetismo funzionale nell’era digitale.
Il valore dell’istruzione e il ruolo della lettura
Infine, non vanno sottovalutati i fattori culturali e sociali che influenzano l’analfabetismo funzionale.

In alcune fasce della popolazione ed aree del Paese, si registra una minore valorizzazione dell’istruzione in generale. La lettura non è sempre percepita come un’attività piacevole e arricchente, ma spesso come un obbligo scolastico o un passatempo elitario. La mancanza di modelli positivi (ossia, di veri e propri esempi) di lettori in famiglia e nella comunità; la scarsa presenza di biblioteche e librerie accessibili; la debolezza delle politiche di promozione della lettura; sono tutti elementi che contribuiscono a creare un ambiente scarsamente favorevole allo sviluppo delle competenze di literacy. Al contrario, una società che investe nella cultura, che promuove la lettura fin dalla prima infanzia, che valorizza il ruolo delle biblioteche e delle librerie come presidi socio-culturali, crea un terreno fertile per la crescita delle competenze di literacy e numeracy, incidendo sulla riduzione dell’analfabetismo funzionale.
Un Paese fragile e vulnerabile
Le conseguenze dell’analfabetismo funzionale sono profonde e ramificate, e si riverberano su tutti gli aspetti della vita individuale e collettiva. Un Paese con un’alta percentuale di analfabeti funzionali è un Paese più fragile, vulnerabile e decisamente meno competitivo.
In un’economia sempre più basata sulla conoscenza e sull’innovazione, la mancanza di competenze di base adeguate, nella popolazione adulta, limita la produttività, la competitività delle imprese, la capacità di adattarsi ai cambiamenti tecnologici e industriali. Ecco perché le aziende faticano a trovare personale qualificato, in grado di gestire mansioni complesse, di utilizzare tecnologie avanzate, di comprendere e applicare procedure operative. Inoltre, l’innovazione è ostacolata dalla difficoltà di diffondere e adottare nuove conoscenze e tecnologie, e l’Italia rischia di perdere terreno rispetto ai Paesi che investono maggiormente nello sviluppo del capitale umano, ossia nelle competenze di base della popolazione. Sono queste le conclusioni che emergono dagli studi dell’OCSE e della Banca Mondiale.
L’analfabetismo funzionale non è solo una conseguenza delle disuguaglianze sociali, ma contribuisce anche ad alimentarle e perpetuarle nel tempo.
Le persone con basse competenze di base hanno evidenti e maggiori difficoltà ad accedere a lavori qualificati e ben retribuiti, dimostrandosi più vulnerabili alla disoccupazione e alla precarietà; godono di minori opportunità di mobilità sociale, per loro stesse e per i propri figli. Si viene così a creare un circolo vizioso, in cui la mancanza di competenze si trasmette di generazione in generazione, perpetuando le disuguaglianze e creando una frattura sociale e culturale sempre più profonda. Un divario che si sta manifestando anche in termini di accesso alla cultura, all’informazione, ai servizi pubblici.
Crescono cittadini di serie A e di serie B, con conseguenze negative sulla coesione sociale e sulla tenuta democratica del Paese. I Rapporti del CENSIS e di altre istituzioni di ricerca sociale evidenziano l’aggravarsi delle disuguaglianze in Italia, in cui il ruolo dell’istruzione è simile ad un ascensore sociale bloccato.
In conclusione
Non possiamo permetterci di rimandare ulteriormente l’azione, perché il costo dell’inerzia sarà sempre più alto in futuro. Il mio è un appello alla responsabilità collettiva, che chiama in causa istituzioni, politica, scuola, università, media, mondo del lavoro… tutti, insomma.
Solo attraverso un impegno condiviso e una mobilitazione generale delle energie positive del Paese potremo vincere la sfida dell’analfabetismo funzionale, per iniziare davvero a costruire un’Italia più preparata, più consapevole e più forte.
Il tempo di agire è ora.
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