In queste ore Donald Trump è alle prese con un altro episodio della sua infinita saga giudiziaria. Nel marzo di un anno fa, l’attorney del distretto di Manhattan aveva accusato l’ex presidente di aver violato la legge ordinando al suo legale Michael Cohen di sborsare 130mila dollari a una ex pornostar, Stormy Daniels, pronta a rivelare a un tabloid di aver avuto una relazione con l’allora candidato alle presidenziali Usa. L’intera vicenda viene trattata nel cuore finanziario di New York come una causa di stampo economico: infatti, il problema qui non è la pornostar, ma l’utilizzo di fondi della Trump Organization, spacciati poi come rimborso per una “consulenza legale fittizia”: tanto fittizia e molto poco legale.
Il sesso tra Puritani e Frontiera
Il caso di Trump non è l’unico scandalo che ha avuto per oggetto i vizietti privati di uomini al potere, ma racconta molto bene del rapporto che l’America ha con il sesso, che oscilla perennemente tra mania e fobia come un pendolo impazzito. Per capire il rapporto degli Americani con il sesso, bisogna scavare a fondo nella fragile identità americana, tornando indietro fino ai Padri Pellegrini. Il puritanesimo, come il cristianesimo riformato, è stato un processo continuo al piacere e all’eros (eccezion fatta per la doverosa unione carnale tra coniugi, che i puritani non disdegnavano), arrivando a metter bocca fin sotto le gonne delle donne e la cintola degli uomini. Un panorama culturale descritto alla perfezione dalla Lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne. Ma l’America, fin dalle origini, fu terra di contrasti. I bordelli non erano un flebile ricordo dell’Europa, e le donne nei saloon lo sapevano bene: da quelle cinesi sfruttate senza pietà dai protettori alle prostitute euroamericane, che invece sia avviarono non di rado a metter su vere e proprie fabbriche del sesso.
La geografia del sesso
Da quel momento, il sesso come croce e delizia ha accompagnato lo spostamento della frontiera con il conseguente mutamento dei luoghi. Lì dove giungeva un manipolo di uomini, che si trattasse di soldati o di minatori, lì arrivavano sia le mogli che donnacce. Tuttavia, fu il progressivo sviluppo dell’America urbana a definire la geografia del sesso: i luoghi centrali, identificati con case e quartieri residenziali, divennero simbolo della rispettabilità sessuale e del sesso coniugale tra le quattro mura; nelle periferie fumose, invece, brulicava tutto ciò che i nuovi puritani giudicavano sordido: l’alcol, il gioco d’azzardo, l’omosessualità, il malaffare e certamente anche il sesso. Era anche questa una frontiera. Ma nonostante le femministe puntellavano il matrimonio con il concetto di “schiavitù del sesso“, lo sdoganamento della libertà sessuale era un argomento ancora troppo scottante per venir fuori prima della Guerra Civile. Le rivendicazioni dei neri offrirono la spalla a quelle femministe che cercavano, con un linguaggio simile, di guadagnare l’emancipazione verso la schiavitù del matrimonio. A questo, donne come Elizabeth Cady Stanton o Victoria Woodhull aggiungevano il diritto di voto ma anche la “libertà degli affetti”, ma la loro propaganda del Libero Amore fece alienare loro le simpatie dei difensori della morale pubblica. La legge Comstock del 1873 sancì il De profundis per “letteratura oscena e articoli per uso immorale”, detto in altre parole “strumenti” per il controllo delle nascite.

La guerra, i Sessanta e la rivoluzione dei costumi
Il Novecento americano si aprì colmo di grandi possibilità, non solo per le donne. L’atteggiamento americano verso il sesso viene influenzato anche dai circoli omosessuali che, negli anni Trenta, animavano il Greenwich Village di New York e non solo. Il tema venne sdoganato anche sui giornali, nonostante la polizia indagasse perennemente su queste conventicole sgargianti, di ceto medio, sovente legate alla malavita. Del resto la sodomia era reato: e l’ordine costituito andava comunque ripristinato. Ma la Seconda Guerra Mondiale cambiò tutto: le donne rimasero sole a casa mentre i mariti combattevano in Europa e nel Pacifico. Di fronte all’evenienza della morte, ognuno si consolò come poteva. Saranno numerosi i matrimoni di giovanissimi che scoppieranno alla fine del conflitto. Ed è proprio una di queste giovanissime mogliettine rimaste a casa che si trasformerà nel simbolo del rapporto tra l’America e il sesso: Marylin Monroe. Bambina segnata dalla vita, adolescente precoce, bionda Lolita americana. La santa e la puttana, quella che tutti volevano e che nessuno seppe amare. Allo stesso tempo, ella stessa vittima del pendolo tra mania e fobia del sesso, tanto da finire in un gioco molto più grande di Hollywood, rimpallata in modo indignitoso tra due fratelli Kennedy. E quando il mito di Marylin sia in qualche modo segno di questa dicotomia, lo dimostra il fatto che ancora oggi il pubblico americano resta appassionato più ai dettagli pruriginosi che alle indagini sulla morte della grande diva.

Gli anni Sessanta iniziarono a sfaldare i valori sociali condivisi, quelli che rischiavano di esplodere in nevrosi nelle villette monofamiliari della Suburbia perbenista, ove donne sempre perfette e rinchiuse in paradisi elettrodomestici sia accompagnavano ad altrettanti colletti e collettini bianchi che trovavano sollazzo fuori di casa. Eppure nell’era del libero amore, un sondaggio Gallup commissionato nel 1969, vide il 68% degli Americani contrari al sesso prematrimoniale. Chi stava mentendo a chi? Ma i Sessanta non stavano inventando nulla con la loro proposta controculturale sul sesso: erano solo i discendenti di quell’ethos bohémien degli anni Quaranta e Cinquanta che era nato ai bordi di San Francisco e New York. Il sesso dei Sixties diventò la componente fondamentale della triade che lo vide accanto alle esperienze psichedeliche alle battaglie politiche: quegli anni sdoganarono pratiche sessuali dapprima confinate al mondo transessuale e omosessuale, mentre sullo sfondo si portavano avanti le battaglie connesse in qualche modo al sesso: quella per il divorzio e per l’aborto. Ma mentre la liberazione del corpo si compiva, benedetta da padri intellettuali come Herbert Marcuse o Allen Ginsberg, la rivoluzione politica non si compì. Il sesso cominciò a essere indagato scientificamente, anche con una certa prurigine, da parte di sessuologi e psicologi, che diedero vita a una produzione scientifica quasi compulsiva.
Dagli scandalosi Settanta a oggi
I Settanta restrinsero gli abiti ma allargarono il concetto di “sesso” a ogni tipo di pratica: i locali per scambisti si diffusero a macchia d’olio così come i club omosessuali. Playboy e Penthouse diventarono beni di consumo come i biglietti del cinema o il make-up. Ma non venivano ricacciati negli scaffali seminascosti delle edicole, ma mostrati in bella vista come prodotti pop (Playboy, tra l’altro, ospitava sempre un inserto con interviste a esponenti della politica internazionale). Su questo sfondo, sono le donne a raggiungere una conquista sessuale epocale: nel 1973 la sentenza Roe vs Wade, fornì la protezione necessaria per vedersi garantito il diritto all’aborto, smantellato negli ultimi due anni. Con gli anni Ottanta la rivoluzione sessuale venne travolta dalla tragedia dell’Aids che prima gettò lo stigma sulla comunità omosessuale, poi scatenò un’ondata sessuofobica e una diffusa isteria moraleggiante. Sono gli stessi anni in cui la tv via cavo è invasa dai predicatori evangelici che denunciano l’empietà dei costumi americani. Una gigantesca restaurazione morale che spinse nuovamente il sesso verso mania e fobia. Ironia del destino, gli anni Novanta americani si identificarono con uno scandalo sessuale, nientepopodimeno ché alla Casa Bianca, precisamente sotto la scrivania del presidente Bill Clinton. L’America si divise tra i sostenitori della scappatella presidenziale come peccatuccio veniale e i pasdaran della povera first lady, costretta alla pubblica gogna e al perdono. Nel mezzo, quasi nessuno difese la dignità di Monica Lewinsky, crocifissa come una moderna Salomé. Un pasticciaccio talmente brutto che costò quasi l’impeachment (per spergiuro) al rubicondo Clinton.
Ma oggi cos’è il sesso per gli Americani? In un Paese sempre più imbizzarrito, il sesso oggi viene travolto da un’ondata di rigorismo morale che sta restringendo sempre più i diritti delle donne (si pensi all’aborto o all’accesso alla contraccezioni)e quelli della comunità Lgbtq+. Senza dimenticare poi la fobia “gender”, che etichetta come indottrinamento qualsivoglia iniziativa volta all’educazione sentimentale e sessuale dei più giovani. Dall’altro, lato, una serie di scandali che hanno portato nel mirino della cronaca e della giustizia abusi e molestie, come ad esempio il movimento #metoo. Nel mezzo, una delle principali economie mondiali nonché superpotenza che fa registrare il più alto tasso di gravidanze tra adolescenti.


