Lisbona è una meta turistica europea ormai affermata, ma dietro ciò che viene esposto in vetrina si nasconde un’epidemia di criminalità che rischia di ledere l’immagine di città sicura costruita negli anni recenti. Nelle periferie della capitale portoghese aumentano i ghetti etnici a maggioranza angolana, capoverdiana e mozambicana, in cui l’integrazione degli abitanti delle ex colonie è sottoposta alla dura prova di una distanza sociale sempre più estesa e dove traffici illeciti di ogni tipo, dalle armi agli stupefacenti, e attacchi alle forze dell’ordine sono divenuti la quotidianità.

Amadora: il ghetto alle porte di Lisbona

Amadora è una città di circa 175mila abitanti, appartenente all’area metropolitana di Lisbona, che negli anni è divenuta il principale centro d’attrazione dell’immigrazione dalle ex colonie africane dell’impero portoghese. L’onda migratoria è iniziata poco dopo la de-colonizzazione, stimolata dal regime legislativo tra Portogallo e i paesi africani lusofoni che consente ampia di libertà di circolazione e concessione facile della cittadinanza.

Negli anni le comunità di immigrati, unite dalla lingua ma separate dall’etnia e dalla cultura, hanno dato vita a delle vere e proprie enclavi, delle città nella città, in cui il degrado è aumentato proporzionalmente agli arrivi, complice anche la situazione economica del paese, che rende difficile ogni serio piano di integrazione, sia sociale che nel mercato del lavoro.

È da oltre un decennio che i quartieri Cova da Moura, Bairro 6 de Maio e Damaia sono sinonimo di abbandono e degrado, luoghi in cui la criminalità piccola e organizzata si incontrano, il cui accesso è reso problematico anche alle forze dell’ordine, che sono frequentemente luogo di maxi-operazioni di polizia, e dove la popolazione autoctona continua a ridursi annualmente, migrando altrove nella cintura o nella capitale.

Bairro 6 de Maio, che ospita la più grande comunità capoverdiana dell’area di Lisbona, è stato ribattezzato “il quartiere in cui la polizia non entra“, ed è noto per i palazzi fatiscenti, privi di servizi basici come acqua ed elettricità, che lo rendono molto simile ad una zona di guerra e che sono stati costruiti illegalmente dagli stessi immigrati a partire dagli anni ’70.

Si tratta del ghetto più noto di Amadora, ed è stato oggetto di documentari, film e servizi giornalistici anche all’estero. Periodicamente è teatro di rivolte violente tese a contrastare l’operato delle forze dell’ordine, le quali sono state anche accusate di utilizzare un’eccessiva brutalità durante gli interventi. Quella brutalità, secondo gli abitanti, sarebbe stata alla base della morte di due adolescenti, entrambi di origine africana, nel 2009 e nel 2013; in ciascun caso i decessi furono seguiti da pesanti insurrezioni, coinvolgenti centinaia di persone, a base di sassaiole, roghi e lanci di bombe molotov.

Il comune ha risposto al degrado proponendo un piano di riqualificazione edilizia che ha portato all’abbattimento della maggior parte delle abitazioni illegali e delle baracche, ma in assenza di progetti miranti all’inclusione e all’integrazione Bairro 6 de Maio, e i ghetti che lo circondano, resta una bomba ad orologeria pronta ad esplodere – come dimostrato dai numerosi incidenti e scontri che hanno caratterizzato l’intero periodo delle demolizioni.

Il sindacato di polizia si è lamentato in passato per le condizioni in cui gli agenti sono obbligati ad operare, denunciando di avere a disposizione un’eccessiva scarsità di mezzi con cui affrontare la “complessità” dei ghetti di Amadora, che sarebbero dei veri e propri regni di illegalità in cui entrare sarebbe difficile per gli stessi poliziotti durante le ore serali e notturne.

Cova da Moura, similmente a Bairro 6 de Maio, è ritenuto uno dei quartieri più pericolosi della grande Lisbona. Si tratta di un ghetto a maggioranza africana, in cui il 50% della popolazione ha meno di 20 anni e c’è un tasso di fecondità medio di 4 figli per donna, che sperimenta le stesse problematiche delle altre enclavi etniche di Amadora. Oltre alla violenza criminale, Cova da Moura registra anche uno dei tassi di abbandono scolastico più alti del paese e, infatti, si stima che il 10% degli abitanti sia analfabeta.

L’altra faccia della Lisbona turistica

Negli ultimi sei mesi 391 poliziotti e 41 militari sono stati feriti durante le operazioni di intervento nella capitale, ossia una media di poco più di due aggressioni al giorno per quanto riguarda i primi. Si tratta del riflesso della situazione di degrado in cui versa la città che, centro storico a parte, è abbandonata completamente a se stessa.

A gennaio di quest’anno un intervento di polizia nella parte meridionale dall’area metropolitana, precisamente nel ghetto Bairro do Jamaica (Seixal), aveva innescato dei pesanti scontri con gli abitanti del posto, attirando anche l’attenzione dei governi di Angola e Capoverde, per via del coinvolgimento dei loro cittadini negli eventi riottosi. Durante la schermaglia la polizia era stata fatta oggetto di lancio di pietre e molotov, diverse automobili e cassonetti della spazzatura erano stati date alle fiamme, e il comando locale era stato assaltato da parte degli abitanti.

Nei giorni seguenti il centro di Lisbona era stato paralizzato da una protesta spontanea organizzata dagli abitanti dei ghetti e comitati antirazzisti, poi degenerata in un tafferuglio con numerosi feriti, sia tra i manifestanti che fra le forze dell’ordine, e diversi arrestati. A poche ore di distanza dalla manifestazione, un comando di polizia a Setubal veniva assaltato da ignoti a colpi di molotov.

Il 2019 è stato uno spartiacque nella storia recente della città: ha mostrato che la carica esplosiva del risentimento proveniente dalle periferie può arrivare fino al cuore della capitale, valicando i confini invisibili dei ghetti; perciò si tratta di un problema che non può più essere nascosto, ignorato o trattato con soluzioni-tampone come la demolizione delle baraccopoli di Amadora. In assenza di una visione pragmatica per il futuro, il Portogallo rischia di essere travolto da una politica delle porte che, gestita altrimenti, avrebbe potuto beneficiare l’intera economia nazionale.