Ha destato non poche polemiche in Italia il cosiddetto decreto Salva Casa, presentato e voluto fortemente dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, e appena convertito in legge. Il governo Meloni ha sostanzialmente messo nero su bianco nuove regole per l’abitabilità: per alcuni si tratta di una semplificazione edilizia e urbanistica, per altri un ibrido tra condono misto e mossa elettorale. Tralasciando ogni valutazione tecnica del provvedimento, tra le altre cose la legge prevede una riduzione dei requisiti necessari per concedere l’abitabilità di un immobile, rendendo di fatto abitabili e commercializzabili anche i piccoli monolocali. In particolare, le case potranno essere micro. La superficie minima per una persona è infatti scesa da 28 a 20 metri quadrati – per due da 38 a 28 – mentre le altezze minime interne sono ridotte da 2,70 a 2,40 metri, ed è garantita l’abitabilità anche per i sottotetti.
Quando parliamo di micro appartamenti è impossibile non pensare alle “case bara” o ad alcune soluzioni abitative diffuse in molte parti dell’Asia. Certo, i due contesti – l’Italia e certi Paesi del continente asiatico – sono completamente diversi tra loro, sia in termini demografici sia a livello di singole città e contesti sociali. Eppure, la necessità per le autorità di queste due realtà di ampliare i rispettivi spazi abitabili accomuna, sorprendentemente, mondi così lontani e così diversi.
Le case bara di Hong Kong
Passino pure il sottotetto abitabile di Milano e il micro appartamento di Roma, due spazi angusti, piccoli e ristretti, appena autorizzati in Italia e tutto sommato abitabili. Ma vi siete mai chiesti come si vive davvero in una manciata di metri quadrati? Per maggiori informazioni, basta dare un’occhiata alle Coffin Homes, le “case bara” – nel senso che sono spaziose quanto una cassa da morto – di Hong Kong.
Ospitare oltre sette milioni di cittadini in un’area di 1.106 chilometri quadrati è una sfida complicata per qualunque amministrazione. Dai micro appartamenti di lusso costruiti in vecchi tubi di scarico e iniziative di co-housing, questa megalopoli – per inciso, la più costosa al mondo in cui vivere secondo una ricerca del 2023 di Mercer – si è attrezzata proponendo soluzioni innovative. La pressione demografica è però talmente forte che gli abitanti meno abbienti sono costretti a vivere all’interno di minuscole case bara. Sono appartamenti di circa 40-50 metri quadri, suddivisi in spazi minuscoli, solitamente una trentina, dove i residenti vivono (o sopravvivono) in letti a castello in compensato, ognuno con la propria porta scorrevole.
La casa di queste persone assomiglia a un vagone letto di un treno, ma ancora più angusto e scomodo. Ogni cuccetta è larga una sessantina di centimetri e lunga neanche 2 metri. Al loro interno ci si può a malapena sdraiare e sedere. La cucina e i servizi igienici sono solitamente di dimensioni simili a quelle degli appartamenti e condivisi dagli abitanti di più cubicoli. Circa 200mila persone, a Hong Kong, abitano “case” del genere.
Goshiwon e loculi giapponesi
Molto meno brutali delle case bara hongkonghesi sono le Goshiwon sudcoreane. Sono particolarmente diffuse a Seoul – se ne contano circa 6mila – e nelle grandi città, misurano all’incirca 4 metri quadrati e offrono ai meno abbienti una soluzione per bypassare il mercato immobiliare locale ormai fuori controllo.
Enormi palazzoni che danno l’impressione di essere alveari sono suddivisi in piccoli appartamenti, ognuno dei quali formato da un letto, un water e talvolta un piano d’appoggio per lavorare o studiare, più un mini frigo per conservare il cibo.
Le finestre? Non sono sempre presenti. Il prezzo? Dai 130 ai 220 al mese, a seconda delle caratteristiche. Diverso è il discorso relativo ai banjiha, gli alloggi semi sotterranei raccontati dal film Parasite, e ai jjokbang (“stanze a pezzi”), ovvero abitazioni singole divise da più persone, entrambe soluzioni che navigano nell’illegalità.
In Giappone, pure, non mancano abitazioni simili ai Goshiwon seppur molto più patinate. Si chiamano Tiny House e sono appartamenti di una decina di metri quadrati. Quelli sponsorizzati qualche anno fa da Ikea si affittano a 70 centesimi al mese (escluse le utenze) e, almeno in teoria, consentono agli ospiti di evitare la stangata immobiliare di Tokyo. Nella patria dei capsule hotel, gli alberghi ad alveare, c’è da aspettarsi questo e altro.