Personaggi pubblici assassinati. Proliferazione di quartieri ad accesso vietato nei quali entrare con una divisa potrebbe significare morte. Stragi con armi da fuoco e attentati dinamitardi. Proteste della cittadinanza contro il gangsterismo. E tanti, tanti innocenti caduti a causa di scambi di persone, coincidenze sfortunate e proiettili vaganti.

La descrizione appena letta calza a pennello con la Chicago degli anni Trenta, col Bronx degli anni Settanta, con la Palermo degli anni Ottanta, ma anche con l’insospettabile Svezia degli anni Dieci e Venti del Duemila. Una pericolosa e triste deriva, quella della fu oasi del liberal-progressimo europeo, che da tempo è riconosciuta da tutti: dalla grande stampa internazionale alla classe dirigente svedese.

Risalire alle origini e capire le ragioni della guerra della droga svedese, tema centrale di ogni competizione elettorale degli ultimi anni e musa ispiratrice dell’industria dell’intrattenimento, non è una missione ardua: i suoi fattori scatenanti e facilitanti sono facilmente rintracciabili. Lecito è chiedersi perché, dunque, non vengano considerati dalla politica e siano ignorati da società e stampa.

Gli errori che la Svezia non vuole vedere

Indagare origini e ragioni della guerra della droga svedese equivale a raccontare una storia noir la cui trama è il risultato di miopia politica, lassismo giudiziario e, ultimo ma non meno importante, peccati di una società corrotta che vuol apparire perfetta.

La guerra della droga svedese non è che uno dei tanti fenomeni perversi scaturiti dal divenire dell’Europa il secondo mercato di cocaina più grande del mondo. La Svezia come la Spagna, la cui Costa del Sol è divenuta Costa de la sangre. O come il Belgio, cuore pulsante del progetto europeo e principale porta d’accesso della bianca nel continente. O come i Paesi Bassi, altro laboratorio di esperimenti sociali di stampo progressistico che oggi è dilaniato dall’ascesa di cartelli della droga. O come la Francia, dove tra le cellule del narcobanditismo è guerra permanente, specie in quel di Marsiglia.

Gli errori della Svezia sono gli stessi che hanno commesso Belgio, Francia, Paesi Bassi e Spagna: politiche migratorie prive di lungimiranza, sistemi giudiziari senza i mezzi necessari ad affrontare le sfide del crimine organizzato di importazione, società immature nella misura in cui non accettano prese di responsabilità. L’errore del non voler accettare la propria parte di colpevolezza.



In Svezia va crescendo il sostegno a forze aliene alla tradizione della morigeratezza, come i Democratici svedesi, perché è naturale, prevedibile e, in un certo senso, inevitabile, che qualcuno raccolga lo scomodo malcontento popolare che nessun altro vuole ascoltare. Come il malcontento degli abitanti di Södertälje, contea di Stoccolma, che il 10 ottobre 2022 sono scesi in piazza per protestare contro il gangsterismo. Scene da Sicilia anni Novanta.

In Svezia è epidemia di criminalità, con organizzazioni la cui pericolosità viene ritenuta in grado di minare lo stato di diritto, perché le forze dell’ordine sono alle prese con una sfida del tutto nuova e perché il sistema giudiziario tende a non comminare pene severe. E anche perché le bande ricorrono ad ogni sotterfugio per aggirare le maglie della giustizia, ad esempio reclutando minorenni non imputabili per legge – anche di 6/7 anni – per compiere crimini di gravità variabile.

La Svezia è cieca davanti al problema del gangsterismo, che ha peraltro origini simili ad altri fenomeni perversi come l’attecchimento dell’Islam radicale nelle stesse zone, perché la riguarda soltanto quando le faide provocano vittime nei quartieri bene – dato che oltre la metà delle sparatorie avviene nelle cosiddette aree vulnerabili. Ignorando che la violenza promani (anche) dal fatto che alle politiche migratorie non abbiano fatto seguito agende di integrazione, ma di segregazione spaziale, e che sia il fisiologico ritorno di fiamma dei peccati di droga degli svedesi – i cui morti per overdose sono aumentati del 600% dal 2000.

L’alba di un narco-stato

Se è vero che la matematica non è un’opinione, i numeri globali – arresti, attentati, feriti, morti, sparatorie – suggeriscono che la Svezia, dove i maschi in età 15-29 anni corrono un rischio 10 volte maggiore di essere colpiti da una pallottola rispetto ai coetanei tedeschi, abbia un problema di gangsterismo non indifferente.

I numeri e i fatti della guerra della droga svedese, che il moderato Ulf Kristersson ha definito una “seconda pandemia”, sono da tragedia chicagoana e spiegano perché il governo miri a rafforzare le forze dell’ordine con 10mila nuovi agenti entro il 2024:

Arrestare ed espellere. Nella grand strategy di Stoccolma si intravede soltanto repressione. Ma non saranno i manganelli a risolvere un cancro radicato e le cui cellule tumorali sono sparse in tutto il paese, e non soltanto nelle no-go zone. La repressione è utile, certamente, ma è un palliativo. La sola-e-unica cura è e sarà rappresentata da un ripensamento integrale del modello Svezia che investa giustizia e società e che trasfiguri in egual misura centri e periferie.