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Le ricerche per scoprire le origini della pandemia di Covid-19 proseguono senza sosta, tra indizi e nuove piste da seguire. Adesso, in attesa di fare luce sul paziente zero, ossia il primo essere umano contagiato dal Sars-CoV-2, tutti gli sforzi sono orientati alla caccia del “bat zero“, cioè il primo pipistrello ad aver diffuso la malattia. Si pensa, infatti, che il virus possa esser stato trasmesso all’uomo da un animale, forse attraverso un ospite intermedio. Il pipistrello è l’indiziato numero uno, e in particolare lo sono alcune specie rintracciabili nel sud-est asiatico.

Le prove che inchiodano questo bizzarro animaletto notturno sono principalmente due. Innanzitutto, i ricercatori hanno rinvenuto vari coronavirus, dalla sequenza genetica pressoché identica a quella del Sars-CoV-2, all’interno dei campioni di sangue e fecali prelevati da almeno due specie di pipistrelli. Stiamo parlando del virus RaTG13, presente nel Rhinolophus affinis, diffuso nella provincia dello Yunnan, al confine con Laos, Myanmar e Vietnam, e del RacCS203, individuato invece nel Rhinolophus acuminatus, presente in Thailandia.

Per l’altro indizio, bisogna scavare nel passato e immergersi nella letteratura scientifica. Pare che l’epidemia di Sars scoppiata a cavallo tra il 2002 e il 2003 sia partita proprio da un pipistrello, considerato un vero e proprio serbatoio di virus. L’ipotesi principale, dunque, è che tutto sia partito da un pipistrello. Resta da capire, infine, se il bat zero abbia contagiato altri pipistrelli, e così sia arrivato all’uomo, o se ci sia riuscito grazie all'”intercessione” di un altro animale, come il pangolino o lo zibetto. In tal caso, sarebbe stato un ospite intermedio a contagiare gli esseri umani.

Le tracce da seguire

Abbiamo parlato di prove. Quali sono gli indizi più freschi? Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, un congelatore al piano terra di un laboratorio di Phnom Penh e un tubo di irrigazione in un santuario in Thailandia. In un congelatore dell’Istituto Pasteur in Cambogia, c’erano campioni particolari. Campioni prelevati nel 2010 nella parte nord-orientale del Paese, e contenenti un patogeno pipistrello simile, per il 92%, alle sequenze genetiche del Sars-CoV-2.

Il vicedirettore dell’unità di virologia dell’istituto, Erik Karlsson, non è rimasto sorpreso tanto per il fatto che il virus sia stato ritrovato in un pipistrello, quanto dalla tempistica; potrebbe significare che questo virus, parente prossimo del nuovo coronavirus, fosse in Cambogia almeno dal 2010. Pare che il virus congelato provenisse da un pipistrello a ferro di cavallo, grande quanto una palma, rinvenuto in una grotta nei pressi del fiume Mekong. Per la cronaca, a circa 1.130 chilometri a sud della grotta cinese nella quale era stato trovato il virus del pipistrello con la somiglianza genetica più vicina a Sars-CoV-2.

Il santuario thailandese

Data la distanza, è plausibile che il virus possa essere migrato dal pipistrello a un altro animale – magari un mammifero commestibile – e da qui all’uomo. L’altro indizio arriva da un santuario thailandese. I risultati dei campioni prelevati da 100 pipistrelli che vivevano in un tubo di irrigazione della struttura, hanno fatto emergere un aspetto interessantissimo. Al loro interno è stato rintracciato un virus identico al 91,5% a Sars-CoV-2.

Alcuni pipistrelli, inoltre, erano stati precedentemente infettati da un virus ancor più simile a quello che provoca il Covid-19. Un virus probabilmente originatosi in un altro luogo. In ogni caso, un altro tassello del mosaico è stato messo al suo posto. La pista che porta dritta ai pipistrelli del sud-est asiatico potrebbe essere quella giusta. Risalire, tuttavia, al bat zero, è un po’ come cercare un ago in un pagliaio.

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