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L’impressionante circolazione dell’ormai famosa grafica “All Eyes on Rafah” su Instagram si presta a molte riflessioni, non solo su ciò che sta accadendo in Palestina ma anche sul nostro rapporto con i social media. Un aspetto che finora è stato poco considerato nelle analisi del fenomeno è quello che però ha riguardato il calcio professionistico. Forse molti non saranno stupiti che, tra i tanti vip che hanno condiviso quell’immagine, ci siano anche calciatori e calciatrici, eppure stiamo parlando di un fatto assolutamente inusuale.

Soprattutto i giocatori maschi rappresentano una categoria estremamente refrattaria al parlare pubblicamente di temi esterni al gioco del calcio. È raro persino sentirli lamentarsi del sempre più elevato numero di partite a cui sono sottoposti, sebbene sia un tema che li tocchi in maniera diretta. Una presa di posizione così massiccia come quella che si è vista a partire soprattutto da martedì 28 maggio non può non essere trattata come un fatto eccezionale.

Sicuramente, a questo fenomeno hanno contribuito vari fattori, a partire dalle scioccanti immagini arrivate fin da domenica sera da Rafah, e che hanno suscitato sdegno a livello internazionale anche nel mondo politico. Va poi considerata la relativa facilità nella condivisione del contenuto, e il contatore delle condivisioni stesse, che può aver generato la percezione di essere parte di una comunità di persone che stavano prendendo posizione su un tema di rilevanza globale. Il fatto poi di vedere lo stesso contenuto diffuso da amici e compagni di squadra è stato un altro elemento importante.

Non è del tutto una novità vedere calciatori schierati in favore della causa palestinese, ma nella quasi totalità dei casi si è sempre trattato di atleti di origine araba e di religione musulmana, cioè provenienti da un contesto socio-culturale in cui il sostegno alla Palestina è ampiamente sdoganato a livello di opinione pubblica e spesso anche politica. Ne sono un esempio i giocatori del Marocco ai Mondiali del 2022, ma anche gli egiziani dell’Al-Ahly al Mondiale per club dello scorso dicembre, o ancora Sam Morsy, capitano dell’Ipswich Town, cittadino britannico ma di origini egiziane.

Eppure, negli ultimi mesi anche questi casi erano stati alquanto rari, specialmente tra i professionisti impegnati in Europa. Probabilmente anche a causa degli attacchi di Hamas del 7 ottobre e dell’elevato numero di vittime israeliane, molti calciatori che in passato avevano parlato in favore della Palestina hanno preferito mantenere un più basso profilo. In quei giorni, il Mirror aveva anche rivelato che una trentina di atleti arabi e musulmani – tra cui anche calciatori della Premier League inglese – avevano discusso del fatto di non schierarsi pubblicamente sul tema. In Egitto, molti avevano criticato Momo Salah del Liverpool per il suo silenzio, e l’attaccante ha dovuto diffondere un messaggio per calmare i suoi fan, parlando molto cautamente di pace da entrambe le parti.

Non sono mancate le prese di posizione, ma gli autori sono stati principalmente giocatori poco noti. E anche in questo caso, alcuni sono andati incontro a problemi di diverso tipo: Hamza Choudhury del Leicester City ha dovuto scusarsi per aver usato lo slogan “From the river to the sea” in un post su X, per esempio. È andata peggio ad Anwar El Ghazi, che per aver usato la stessa frase su Instagram è stato addirittura licenziato dal Mainz. Nessun altro giocatore militante nella Bundesliga tedesca ha parlato del tema, dopo il caso di El Ghazi, ed è noto come in Germania la questione del supporto alla Palestina sia più delicata che altrove.

Conoscendo tutto questo contesto pregresso, la circolazione della grafica “All Eyes on Rafah” degli scorsi giorni non può non apparire sorprendente. Non solo per il numero di calciatori che l’hanno condivisa, ma anche perché tra di essi ci sono stati molti nomi famosi finora rimasti in silenzio, e per la prima volta anche non pochi calciatori che sfuggono al solito identikit del professionista arabo e musulmano: solo per fare due esempi dalla Serie A, Rafael Leão del Milan e Gianluca Scamacca dell’Atalanta. In aggiunta, anche alcuni giocatori della Bundesliga, come Eljif Elmas del RB Lipsia e Dayot Upamecano del Bayern Monaco, hanno partecipato.

La sensazione è che sia caduto un muro: per la prima volta, un grande numero di persone anche nel mondo occidentale e anche tra vip di solito estranei a simili prese di posizione politiche, si sono schierati per la Palestina, e il calcio ne è forse uno degli esempi più significativi. Peraltro, già sabato sera il mondo europeo del pallone compiva una scelta inaspettata, quando prima dell’inizio della finale della Champions League femminile tra Barcellona e Olympique Lione giocata a Bilbao è stata mostrata regolarmente in campo una bandiera palestinese con la scritta “Stop al genocidio”.  Molte delle giocatrici in campo quella sera, così come altre loro colleghe in giro per l’Europa, hanno poi condiviso a loro volta la grafica su Rafah.

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