In un regno storicamente noto per il suo rigido conservatorismo islamico wahabita, l’Arabia Saudita sta compiendo un altro passo audace verso la liberalizzazione sociale: l’apertura di due nuovi negozi di alcolici a Jeddah e Dhahran, destinati principalmente a diplomatici non musulmani e a espatriati qualificati. Tale iniziativa, riportata dal Financial Times, si inserisce nel più ampio contesto del Soft Power promosso dal principe ereditario Mohammad Bin Salman (Mbs), che si presenta al mondo come un “riformatore” moderno, intenzionato a trasformare il paese in una destinazione attraente per turisti e talenti internazionali.
Il Soft Power, concetto teorizzato dal politologo Joseph Nye, si basa sull’attrattiva culturale e ideologica di un paese per influenzare gli altri senza ricorrere alla coercizione. Per l’Arabia Saudita, patria dell’Islam e custode dei luoghi santi di Mecca e Medina, questa strategia rappresenta un capovolgimento epocale. Mbs, al potere de facto dal 2017, ha lanciato una serie di riforme sotto l’egida della Vision 2030, un ambizioso piano per diversificare l’economia dal petrolio e aprire il regno al mondo esterno.
L’espansione dell’accesso all’alcol – proibito da decenni nel Paese wahabita, che adotta una visione dell’islam marcatamente conservatrice – è l’ultima tessera di questo mosaico, mirata a rendere il regno più appetibile e fruibile per investitori stranieri, turisti e professionisti altamente qualificati. In buona sostanza, per i ricchi. Secondo il Financial Times, i nuovi negozi seguiranno il modello del primo punto vendita aperto lo scorso anno nel quartiere diplomatico di Riyadh, che ha centralizzato l’accesso all’alcol precedentemente limitato a spedizioni diplomatiche.
Alcol sì, ma solo per ricchi
Il negozio di Riyadh ha recentemente esteso l’accesso anche a titolari di residenza premium (PR), un programma lanciato nel 2019 per attrarre lavoratori immigrati altamente qualificati con stipendi superiori a 20.000 dollari al mese o competenze specializzate. Più di 8.000 persone hanno ottenuto questo status l’anno scorso. I nuovi outlet, previsti per l’apertura nel 2026, saranno situati in zone strategiche: quello di Dhahran all’interno di un compound residenziale di Saudi Aramco, la compagnia petrolifera statale dove vivono molti immigrati del settore oil&gas, mentre la location di Jeddah – storica porta d’ingresso per ambasciate e aziende straniere – è ancora da definire
.Questa mossa non è isolata. Mbs ha promosso una liberalizzazione sociale senza precedenti: dal 2018, le donne possono guidare; le regole sulla segregazione di genere sono state allentate; concerti, cinema e festival musicali sono diventati routine. Hotel e ristoranti di lusso, costruiti negli ultimi anni, includono bar che per ora servono solo cocktail analcolici, ma che potrebbero evolversi. Il turismo è un pilastro della Vision 2030, con l’ambizioso obiettivo di portare 150 milioni di visitatori entro il 2030. Il Public Investment Fund (PIF), il fondo sovrano saudita, ha investito miliardi in mega-progetti come un distretto dell’intrattenimento vicino a Riyadh e resort di lusso sul Mar Rosso.
La base conservatrice frena le riforme
Tuttavia, riporta il Ft, le riforme procedono con cautela per non alienare la base conservatrice. Nonostante le speculazioni, i funzionari sauditi hanno ribadito che l’alcol non sarà liberalizzato per i grandi eventi come l’Expo 2030 o la Coppa del Mondo FIFA 2034, a differenza del Qatar che nel 2022 ha creato zone designate per i tifosi. Un alto funzionario del Ministero del Turismo ha dichiarato al Financial Times: “Stiamo andando bene senza [l’alcol] al momento”, enfatizzando che i turisti vengono per la natura e la cultura locale, non per bere. “L’alcol non è mai stato parte della nostra cultura”, ha aggiunto.
Il danno più grave all’immagine di Mohammed bin Salman e dell’Arabia Saudita rimane tuttavia l’omicidio del giornalista del Washington Post Jamal Khashoggi. Khashoggi fu assassinato il 2 ottobre 2018 all’interno del consolato saudita a Istanbul da una squadra di 15 agenti arrivati appositamente da Riad. Secondo le conclusioni delle agenzie di intelligence statunitensi e di un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato nel 2019, l’operazione fu autorizzata ai massimi livelli del governo saudita e lo stesso principe ereditario Mohammed bin Salman (MBS) ne sarebbe il mandante ultimo.Riad inizialmente negò ogni coinvolgimento, parlando di un’uscita volontaria di Khashoggi dal consolato; in seguito ammise che si era trattato di un’operazione “fuori controllo” finita in una rissa mortale.
Vennero processati 11 imputati in un procedimento a porte chiuse a Riad: cinque furono condannati a morte (pene poi commutate in 20 anni di carcere) e tre a pene detentive minori. Nessuno dei vertici del regime, e tantomeno il principe ereditario, subì conseguenze giudiziarie.Ancora oggi, in ogni conferenza stampa o intervista internazionale, bin Salman è costretto a rispondere a domande su Khashoggi, un caso che continua a pesare fortemente sulla reputazione sua e del Regno.

